Il commento

Wine Paris fotografa un mercato del vino a due velocità (con segnali di ripresa). Lo spazio c'è, ma bisogna prenderselo

Due spaccati netti: c'è chi si lamenta, e vede tutto nero, e chi rilancia, investe e si rimette in gioco. In questa fase l'atteggiamento è importante almeno quanto la qualità dei vini

  • 12 Febbraio, 2026
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Si torna da Parigi con una sensazione chiara: il mondo del vino è tutt’altro che fermo. Sta cambiando passo e lo fa a due velocità: da una parte chi si lamenta e vede tutto nero, dall’altra chi investe, rilancia e si rimette in gioco. In fiera ci sono due spaccati netti: c’è chi arriva preparato, agenda piena, progetto definito. E c’è chi aspetta che qualcosa succeda con le braccia conserte e lo sguardo fisso sul cellulare. E, no, il fantomatico buyer coreano calato dall’alto che acquisti mezzo milione di bottiglie, a prezzo intero con una stretta di mano, non è stato avvistato.

I punti di forza della fiera

Wine Paris cresce, questo è evidente, e non solo come numeri. L’Italia è la seconda presenza dopo la Francia: oltre 1.200 cantine, più di due padiglioni, consorzi compatti, collettive solide. Una partecipazione sempre più strutturata e articolata, con le denominazioni più importanti capaci di fare sistema — Franciacorta, Chianti Classico — e di presentarsi con un’identità riconoscibile.

E poi c’è Parigi. Gli italiani qui vogliono venire non solo per il business. Per la città, per l’atmosfera, per l’idea stessa di esserci, con la solita battuta su quanto Düsseldorf sia brutta. Questo conta più di quanto si dica.

La fiera è funzionale ed è dentro la città, i trasporti sono efficienti , i voli sono continui a ogni ora, gli hotel ancora sostenibili. Con 150 euro si trova una doppia dignitosa, circa un terzo rispetto a Verona e Düsseldorf nei giorni delle fiere.

Il martedì è stato il giorno vero della fiera: corridoi piuttosto pieni, appuntamenti serrati, buyer ben profilati. Certo, nessuna euforia ma diversi produttori hanno parlato di una ripartenza già tra dicembre e gennaio. Non tutti, però, correvano allo stesso ritmo. Una fiera come questa si prepara, gli incontri si fissano prima, i vini si selezionano con criterio, la presenza si costruisce piano piano. L’atteggiamento, in questo momento, pesa quanto la qualità del prodotto. 

Le criticità

Le maggiori lamentale sono arrivate dal padiglione 2.1, dove erano concentrate molte aziende italiane, la mancanza di servizi adeguati — bagni compresi — ha fatto discutere. Dettagli? Fino a un certo punto, di sicuro la posizione in basso a destra non è delle migliori.

Sul fronte cibo, l’attenzione del Wine Paris è sempre piuttosto scarna e poco articolata. È una fiera di business, ma un minimo di cura in più non guasterebbe. Una carbonara precotta non è esattamente il miglior biglietto da visita per chi parla di cultura gastronomica. In una fiera del vino, il cibo non può essere solo un ripiego.

Si è percepita anche una certa astuzia francese nella gestione degli equilibri. Il nostro evento Tre Bicchieri, unica degustazione ufficiale nel padiglione francese, è stato nuovamente collocato nell’ultimo giorno. Prima si presidia casa propria, poi si concede spazio agli altri: è comprensibile, ma racconta una gerarchia chiara. Insieme ai Tre Bicchieri sono stati celebrati i migliori ristoranti italiani in città, 14 insegne che valorizzano in bello stile i nostri sapori.

I seminari in fiera, come i convegni, sono particolarmente seguiti. La degustazione sui Vini Rari, ad esempio, è andata sold out in pochi giorni: 50 posti, oltre 130 le richieste. In assaggio 11 vini rari hanno raccontato nuovi trend, varietà sconosciute come il vitrarolo, lunghissimi affinamenti. Quando il contenuto è solido, la risposta arriva. 

Pillole nel bicchiere

Dopo stagioni segnate da estremismi stilistici, torna la misura. In Champagne i dosaggi sono più centrati, l’acidità meglio integrata, i vini di riserva giocano un ruolo più armonico, non si vedono più quelle lame taglienti di qualche anno fa.

Nei bianchi macerati, da Long Island all’Australia, dal Sudafrica all’Italia, le estrazioni sono più consapevoli. Colori meno caricati, macerazioni contenute, meno voglia di stupire a ogni costo. L’identità rimane, ma il tono è più equilibrato, così come meno vini cosi leggeri da essere quasi impalpabili.

E poi la prontezza. Molti vini risultano più immediati, più leggibili fin dai primi anni, abbiamo assaggiato tanto: non è solo una questione climatica, è un adattamento. In questo senso è esemplare l’annata 2023 a Bordeaux. Il vino si confronta con una società che corre e accorcia le distanze tra produzione e consumo. E che non ha più tanta voglia di aspettare.

E sempre più cresce la consapevolezza tra i produttori: bisogna lavorare sulla comunicazione, un mantra in fiera. La necessità di attrarre, di mettere curiosità, di dialogare invece di spiegare: meno lezioni è più comunicazione orizzontale, precisa ma snella. Un modello diverso arriva dal mondo dei superalcolici, non a caso il padiglione Be Spirits è stato il più frequentato della fiera, con un’età media nettamente inferiore della media. Il business era ritmato dalla musica e dal ghiaccio nei bicchieri.

Wine Paris ha fotografato una fase di passaggio con chiarezza. Il mercato si muove a due velocità: chi investe e costruisce accelera, chi resta fermo perde terreno. L’Italia del vino ha ancora margini importanti, soprattutto fuori dai mercati tradizionali. I contatti attivati in Nigeria e Kenya durante il nostro Top Italian Wines Roadshow lo dimostrano: diversificare è una scelta obbligata. Spazio ce n’è, bisogna saperlo conquistare. 

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