29 Apr 2015 / 10:04

La sfida del Made in Italy all'Europarlamento. Intervista a Michela Giuffrida

a cura di
60 miliardi l'anno ce li ruba l'italian sounding. L'Expo si avvicina e il made in Italy vacilla. Che fare? Andiamo a Bruxelles e chiediamo direttamente all'eurodeputata Michela Giuffrida. Sentite cosa ci ha risposto.
La sfida del Made in Italy all'Europarlamento. Intervista a Michela Giuffrida
60 miliardi l'anno ce li ruba l'italian sounding. L'Expo si avvicina e il made in Italy vacilla. Che fare? Andiamo a Bruxelles e chiediamo direttamente all'eurodeputata Michela Giuffrida. Sentite cosa ci ha risposto.
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Tra le sue battaglie da europarlamentare c’è anche quella per un’agricoltura moderna e la difesa del Made in Italy all’estero.
Michela Giuffrida, una lunga carriera da giornalista per le colonne di Repubblica, l’Espresso e direttore di Telecolor a Antenna Sicilia, lo scorso giugno ha iniziato l’avventura politica di deputato europeo. Membro, tra le altre, della Commissione l'Agricoltura e lo Sviluppo Rurale, Michela Giuffrida si prepara alla sfida dell’Expo 2015, evento in cui crede fortemente “perché lascerà in eredità la Carta dell’Expo oltre che il concetto di diritto al cibo come diritto umanitario”.
Al Gambero Rosso ha raccontato come si sta muovendo l’Europa rispetto a tematiche come Italian sounding, a che punto siamo con il Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (Ttip) e dei vantaggi sulla nuova etichetta europea dei cibi.

Il famoso Italian sounding costa ai nostri brand una perdita di circa 60 miliardi l'anno. Cosa sta facendo l’Europa per contrastare questo fenomeno?
Una delle priorità del semestre italiano è stato il “Made in”, l’etichetta di origine obbligatoria che l’Europa non ha e che hanno invece tutte le maggiori aree del mondo, Stati Uniti e Cina compresi. Una misura già approvata dal Parlamento europeo ma non dal Consiglio perché ci sono alcune resistenze europee nel riconoscere una certa peculiarità al Made in Italy nonostante si parli di circa 60 miliardi sottratti ai nostri brand. Il problema è che fuori dai nostri confini il parmigiano è riconosciuto come “parmesean” o “parmesao”. Riuscire a tagliare fuori commercialmente questi marchi, è una battaglia lunga e difficile.

Qui entra in gioco l’importanza del Ttip, il trattato translatantico sul commercio e gli investimenti, i cui negoziati sono iniziati nel 2013. A che punto siamo?
Siamo all’ottavo round, quello finale e la fase di studio è stata completata. Il presidente della Commissione Agricoltura, Paolo De Castro, relatore permanente del Parlamento europeo per gli aspetti agroalimentari del Ttip, è stato di recente negli Stati Uniti per il negoziato. La Commissione Agricoltura sta preparando una Risoluzione in cui si precisa che in nessun modo un accordo commerciale può modificare i regolamenti comunitari. Per questo il Ttip non intacca gli standard di qualità del nostro settore agroalimentare, in nessun campo: ogm, etichettatura e così via. Non appena la Commissione Agricoltura vota il testo, siamo pronti a trasmetterlosperando che prima della fine dell’anno il Parlamento si possa pronunciare sull’Accordo.

Perché il Ttip rimane controverso?
Intorno a questo accordo si è sviluppato un certo anti-americanismo. Bisogna ricordarsi che il Ttip mira a facilitare gli scambi commerciali tra Italia e Stati Uniti, ne regolarizza i rapporti agevolando molte imprese che vogliono esportare negli Stati Uniti. Capisco la sensibilità intorno a tematiche come ogm ma l’Europa chiederà precise garanzie per tutelare la nostra qualità.

Lo scorso dicembre è entrato in vigore obbligatoriamente in tutti gli Stati membri, il regolamento della Commissione europea 1169/2011 che introduce una nuova etichetta europea dei cibi. Quali sono i punti più importanti?
L'applicazione del regolamento comunitario 1169/2011 che uniforma l’etichettatura degli alimenti nei paesi Ue è un importante passo avanti per la trasparenza e la corretta informazione dei consumatori. Etichette più comprensibili e leggibili sono una garanzia anche per le nostre produzioni agroalimentari. Per i soggetti allergici, per esempio, si prevedono nuove assicurazioni, c'è l'obbligo di mettere in evidenza le sostanze allergizzanti anche per i ristoratori infatti. E poi scompare la scritta olio vegetali. La differenza tra olio d'oliva e olio di palma o di cocco c'è, per cui anche l' etichetta adesso deve specificare di che tipo di olio si tratta e i consumatori saranno più consapevoli di ciò che mangiano.

Il fatto che il regolamento non richiede l’obbligatorietà della sede dello stabilimento produzione, prima obbligatorio dalla legge italiana, non rappresenta un passo indietro?
Per quanto riguarda l'obbligatorietà della sede dello stabilimento di produzione, il problema è che non c'era, a livello comunitario, una normativa precedente che prevedesse quest'obbligo. Per le produzioni italiane questa specifica è particolarmente importante perché il nostro Made in, il carattere distintivo dei prodotti alimentari italiani, è proprio la loro trasformazione sostanziale nei nostri stabilimenti, con il nostro know how e la nostra tradizione. Purtroppo non tutto il resto d'Europa ha la stessa sensibilità in materia. Tuttavia voglio sottolineare che, è vero, il regolamento comunitario non richiede l'obbligatorietà dello stabilimento di produzione, ma gli Stati membri possono introdurlo in modo facoltativo. Se l'Italia ritiene davvero che questo faccia la differenza nell'etichettatura, può chiedere alla Commissione di mantenere in vigore quest'obbligo.

Il Parlamento europeo ha approvato a febbraio una risoluzione
sull'indicazione del paese di origine delle carni sull'etichetta dei prodotti alimentari trasformati. Anche questa una misura assai discussa.
Questa risoluzione potrebbe rivelarsi una misura dall’effetto boomerang. Da un lato, la trasparenza di tutti gli alimenti che sono contenuti, ad esempio nel salame, affinché si tuteli il consumatore. Dall’altro, dichiarare la provenienza degli alimenti nelle carni trasformate, significa un aumento di costi per il produttore. Accanto a questo timore c'è anche il rischio che il consumatore si allontani dal prodotto leggendo che il salame italiano è fatto con carni o altri alimenti che vengono importati da paesi non europei.
Sappiamo ormai tutti che i produttori italiani utilizzano nei salumi anche carne che non proviene dall’Europa.

Mancano pochi giorni all’Expo. Quale sarà l’eredità di un evento che non può rischiare di essere solo una vetrina?
Il tema di Expo 2015 è un’occasione unica ma non si deve confondere questo Expo con una fiera del turismo o del cibo altrimenti non ci sarebbe differenza tra Expo, Vinitaly e altre fiere. L’obiettivo principale è quello di lasciare un’eredità rispetto al tema che si è imposto. Il 30 aprile, il Parlamento europeo voterà sulla relazione Expo di De Castro la cui finalità è inglobare la Carta di Milano come documento finale ed eredità dell’Expo. Quest’ultima, parte dalla riflessione secondo la quale, nel 2015 ci sarebbe cibo per tutti ma non tutti hanno cibo. Partendo da questa affermazione si vuole far sì che il diritto al cibo sia un diritto umanitario. A questo stanno già lavorando fondazioni, organizzazioni come ONU, Unesco e i vari governi.

Anche per la Sicilia, la sua terra, l’Expo rappresenta un’occasione importante visto che eccezionalmente, una regione e non un paese, guida un cluster, quello bio-mediterraneo.
La Sicilia non si può lasciare scappare questo evento che potrebbe essere importante per la sua economia, turismo ed agricoltura. Il cluster bio-mediterraneo riunisce tutti i paesi che condividono la cultura alimentare del Mediterraneo. Per questo, la sfida della Sicilia nel dopo Expo è quella di una nuova agricoltura in mano ai giovani. Ancora oggi prevale un approccio antico alla terra, superato, anche se le cose stanno cambiando lentamente: pensiamo ad esempio alle start up, numerose, che sono nate in Sicilia e che esprimono un concetto legato all’agricoltura 2.0. Bisogna incoraggiare l’agricoltura giovanile perché dalle risorse agricole dipende il 45% del PIl siciliano.

Resta però un fatto: rimane difficile diventare un imprenditore agricolo perché si resta intrappolati nella burocrazia dei fondi.
È un difetto anche culturale perché i giovani spesso pensano di andare fuori ma non si rendono conto delle risorse della terra. Accanto a questo c’è una realtà : la mannaia dell’IMU Agricola che le aziende non riescono a sostenere e la burocrazia dei fondi europei spesso difficile da fronteggiare.


a cura di Liliana Rosano

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