Nell’articolo Regulatory Innovation and Sustainable Growth Strategies in the Wine Industry: The Case of an Italian Sparkling Wine Designation of Origin, Carmine Garzia ed io proponiamo un’analisi se non rivoluzionaria almeno dirompente, a proposito di gestione delle Denominazioni di Origine (Dop), suggerendo che l’innovazione normativa anche con riguardo ai confini possa essere la chiave per una crescita realmente sostenibile del settore spumantistico italiano.
In pratica, mentre spesso si pensa che la sostenibilità debba permeare le regole sulle modalità produttive (viticoltura ed enologia), noi pensiamo che occorra partire da una pragmatica valutazione dei limiti geografici, per procedere con ogni ulteriore ragionamento.

Michele Antonio Fino, professore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo
Il nostro esame prende le mosse dalle due aree spumantistiche per eccellenza della Lombardia – Franciacorta e Oltrepò Pavese – guardando ai disciplinari di produzione non solo come regole tecniche, ma come strumenti di strategia geografica.
La Franciacorta ha raggiunto il successo fondamentale in Italia, dove si vende il 90% delle bottiglie, mentre letteralmente non c’è prodotto per aggredire i mercati esteri. Su questi ultimi infatti è difficile arrivare d’amblée con gli ottimi prezzi medi che questo prodotto spunta in Italia, e d’altra parte, senza una eccedenza produttiva, non si intravede lo stimolo forte a cercare di imporre lo spumante metodo classico bresciano fuori dai confini nazionali. Tuttavia, la capacità produttiva è molto segnata dai confini della Docg. Con il 12,7% del territorio già vitato e una densità abitativa di 652 persone/km² (ben superiore alla media lombarda di 420), un’ulteriore espansione causerebbe inevitabili tensioni sociali e perdita di biodiversità.
L’Oltrepò Pavese rappresenta per molti versi il caso opposto speculare. Possiede il 75% del Pinot Nero nazionale, ha un potenziale produttivo enorme (oltre 11mila ettari vitati attuali), ma soffre di un’identità frammentata (36 tipologie diverse) e scarso riconoscimento di mercato.

vigneti Oltrepò Pavese
Prendendo a modello l’evoluzione del Prosecco (che dal 2009 ha trasformato un vitigno in una denominazione territoriale protetta, andando a creare un territorio della Doc che va da Vicenza a Trieste), abbiamo immaginato cosa potrebbe comportare una ristrutturazione regionale delle denominazioni spumantistiche lombarde. I passaggi potrebbero essere:
1. Creazione della Doc “Grande Franciacorta“: Un’unica denominazione regionale lombarda per lo spumante Metodo Classico (da pinot nero e chardonnay, ma anche autoctoni idonei alla produzione di pregio) che includa anche l’Oltrepò Pavese e le valli alpine divenute idonee con il cambiamento climatico.
2. Evoluzione dell’attuale Docg in “Franciacorta Superiore Docg”. Essa verrebbe riconosciuta come are adi vertice produttivo e qualificata con il termine “Superiore” (preferito a “Classico” per evitare confusione con il metodo di produzione), confermandone il ruolo di traino guadagnato in modo particolare dal 1995 in poi.
3. Integrazione dei territori anche in assenza di contiguità geografica. L’innovazione proposta sta nel superare il concetto di prossimità. Come dimostrato dallo Champagne (la distanza tra Reims e Troyes è pari 127 km, e non esiste continuità viticola tra Aube e cuore storico della denominazione), la distanza tra Erbusco e Broni (80 km) non è un ostacolo alla coerenza della denominazione.

Franciacort experience CDG Roma 6 giugno 2022 © Francesco_Vignali_Photography
In questo discorso, evidentemente ispirazionale e visionario, la sostenibilità non è più vista come un costo o una imposizione ma come il motore delle scelte di policy. Queste ultime potrebbero trovare espressione esplicita, diventando i primi motori del marketing ideato per le nuove aree. Ecco alcuni esempi di queste estrinsecazioni della sostenibilità come leva:
• Criteri rigidi: il nuovo quadro normativo dell’assetto spumantistico lombardo dovrebbe includere standard armonizzati sulla salute del suolo, corridoi di biodiversità e viticoltura a basso impatto.
• Riduzione della pressione: condividendo la crescita produttiva verso aree meno abitate, meno infrastrutturate e meno dense a livello industriale, come l’Oltrepò e le valli alpine, sarebbe possibile preservare meglio l’equilibrio ecologico e anche il pregio ambientale della Franciacorta storica.
• Efficienza di mercato: il modello permetterebbe di aumentare i volumi (necessari per l’export) senza degradare il paesaggio o la reputazione del marchio, ma anzi favorendo una percezione chiara del vertice qualitativo individuato dall’aggettivo “superiore”.

L’importanza del ragionamento è supportata da dati che evidenziano il divario attuale, ma anche le potenzialità di una integrazione. La Franciacorta, infatti, produce oltre 19 milioni di bottiglie l’anno, contro le appena 580 mila dell’Oltrepò Pavese Docg (dato 2024), nonostante il potenziale di quest’ultimo. Nel 2025, circa un terzo di Oltrepò Pavese Pinot Nero Docg è stato declassato a vini spumanti senza indicazione geografica: un dato che interroga gli esperti, vista l’indubbia attitudine dle territorio a dare grandi spumanti e soprattutto apre a una seria riflessione su una emorragia di bottiglie cui viene tolto il pedigree per essere vendute.
Infine, la questione strategia prioritaria per una strategia di crescita che sia in grado di aggredire i mercati nel momento storico in cui solo le bollicine resistono alla flessione dei consumi.
Ai non addetti ai lavori può non apparire evidente, ma ogni nuovo ettaro di vigneto richiede almeno 6-7 anni per andare a regime (4-5 per l’uva, più 18-60 mesi di affinamento del vino dopo il tiraggio) e può dare al massimo 8.700 bottiglie. Senza una possibilità di fruire di un potenziale già disponibile, la crescita del nome Franciacorta nel mondo non si interromperà, ma i volumi disponibili difficilmente permetteranno di farne un protagonista in grado di presidiare i mercati in maniera efficace, portando benefici su larga scala alla regione da cui proviene.
La nostra analisi, in estrema sintesi, suggerisce che la “Grande Franciacorta” potrebbe non essere un’operazione di marketing, ma una risposta efficace a una necessità ecologica e sociale, da un lato, e uno strumento strategico per garantire che l’eccellenza dello spumante lombardo possa sfruttare le opportunità di crescita in tempo reale senza mettere a repentaglio gli equilibri del proprio territorio d’origine.
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