Bologna la rossa c’è, nel colore dei tavoli laccati e nei rivestimenti. Bologna la dotta un po’, più che altro nei riferimenti a vecchi amici fedeli come Riccardo Muti e Vittorio Gassman. Bologna la grassa, che diamine!, con le Tagliatelle al ragù e la Cotoletta petroniana con prosciutto di Parma e Parmigiano Reggiano ci mancherebbe anche pensare alla linea. Tutte queste “bologne”, che poi sono una soltanto, si trovano a Milano, nel Savona District (a Milano ogni cosa diventa un District), nel ristorante Rodrigo, che ha aperto al numero 11 di via Savona, appunto, un anno fa come spin off di una storica insegna della città felsinea e che si è messa un po’ in ghingheri per arrivare sui Navigli a portare un po’ di rotondità emiliana in una città dove si trova più facilmente un ramen che un tortellino.

La sala di Rodrigo
Rodrigo vuole essere un bolognese a Milano, nel senso che fin dall’inizio i suoi titolari Roberto e Riccardo Capua si sono dati l’obiettivo di farne qualcosa di differente, di più contemporaneo e metropolitano rispetto all’insegna originaria, nata nel 1949 a due passi da piazza Maggiore e che ha costruito una clientela affezionata grazie a una proposta piuttosto schietta e a un’eleganza misurata: tra gli ospiti abituali, oltre ai già citati Muti e Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Peppino De Filippo ed Enzo Ferrari quando si spostava da Maranello.

Roberto Capua
Il menu, disegnato dallo chef Giacomo Matera, è sempre legato alla cucina bolognese ma l’atmosfera del locale si è nel corso del primo anno di vita adattata al mood meneghino e a quello di uno dei quartieri più stilosi della città, frequentato da creativi tutto l’anno e ancora di più nel corso della Design Week, evento talmente fatidico nel capoluogo lombardo da aver recentemente sentito dire a un milanese: “Fighe queste Olimpiadi, sembrano quasi la Design Week!”.

Le Penne alla vodka
E’ molto milanese, per esempio, il fatto che la proposta gastronomica di Rodrigo Milano si muova su due sentieri totalmente differenti: da un lato appare come un ristorante di pesce e dall’altro un salotto-osteria di rito petroniano. Alla prima anima appartiene la parte iniziale del menu, che include crudi di pesce, tartare, ostriche, frutti di mare, caviale Bleuga e Caliga, tutte cose alle quali è dedicato un apposito bancone da oyster bar. Si resta pieds dans l’eau anche andando avanti, con una serie di entrée tra le quali spicca l’Antipasto Rodrigo, un’insalata tiepida di canocchie, scampi e mazzancolle al vapore, il tutto scortato da una salsa rosa che è solo il primo dei tanti lik agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Poi c’è la Frittura di calamari e zucchine tagliate molto finemente, gli Spaghetti con calamaretti spillo, uno dei “signature” del locale, dal sapore sapido e intenso, e le Linguine con pomodorini e aragosta. Tra i secondi di mare il Filetto di sogliola con bietole, zucchine e fumetto di crostacei, il Trancio di ombrina su crema di piselli, chips di speck e perle di aceto balsamico e i Calamari alla griglia.

Il bancone del bar
Ma non si era detto: Bologna? Ed eccola spuntare nella seconda parte del menu, quasi con il pudore del provinciale nella metropoli: l’introduzione è affidata al Culatello di Zibello con Parmigiano Reggiano 48 mesi, poi ci sono i buonissimi Tortellini della tradizione in brodo di cappone (la pasta fresca è realizzata manualmente da certe sfogline), le Tagliatelle al ragù bolognese oppure le Pennette alla vodka (ariecco gli anni Ottanta). Tra i secondi Filetto Rodrigo avvolto nel guanciale e sfumato al brandy (terno indizio Eighties), la Cotoletta alla petroniana con prosciutto di Parma e Parmigiano Reggiano che sfida quella milanese fuori casa, il Maialino con caramello salato e gambero lardellato. Ah, ci sono anche i contorni, come nei ristoranti d’antan, giacché oggi questa parte del menu è stata sbianchettata dal codice del fine dining: un Friggione bolognese, di cipolle e pomodoro, le patate al forno affumicate. Dolci molto tradizionali, quasi da zia: uno per tutti, un Mont Blanc, chi lo fa più, in un ristorante, il Mont Blanc?
Rodrigo è un locale borghese, fané, di un’eleganza discreta e vellutata, con qualche contrasto tra elementi popolari (il pavimento in cotto, le immagini di Bologna alle pareti, più marcati nella prima sala) e certi dettagli contegnosi come le boiserie e le tovaglie impeccabilmente bianche che avvolgono i clienti nella sala in fondo, più compassata: contrasti che i milanesi del Nick Maltese Studio hanno mixato in modo tutto sommato convincente. Si rivolge chiaramente a chi a un’idea confortevole, casalinga del ristorante, e molta della clientela è chiaramente abituale, oppure nostalgica, oppure entrambe le cose.

Lo chef Giacomo Matera
C’è anche un angolo bar che fa da camera di compensazione del locale, accogliendo i clienti all’ingresso: un invito a prendersi del tempo, prima e dopo la cena e in fondo anche durante, perché i drink di Michele Martirani si prestano ad accompagnare anche la cena. Il servizio vecchio stile, sorridente ma mai invadente, un filo impacciato ma sempre educato. Il racconto dei piatti è stringato, lontano da certe omelie sempre meno sopportate da chi vede nella cena un momento confidenziale.
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