L’aveva detto anche Arianna Occhipinti nell’intervista di qualche mese fa: a Marsala si gioca una delle partite più importanti per il futuro del vino siciliano. Forse non ancora raccontata come si dovrebbe: l’immagine continua ad essere quella di un territorio dal primato storico assoluto, ma che vive più nel passato che nel presente, tra tentativi di rilancio del suo vino storico e sfide legate al cambiamento radicale dei consumi negli ultimi decenni.
Di inossidabile resta il fascino delle cantine con le botti giganti, i carretti dipinti su cui si portava l’uva, i siti archeologici e gli archivi dei vari Woodhouse, Ingham, Whitaker e Florio: imprenditori visionari che portarono Marsala a essere una delle città più ricche d’Italia a cavallo tra Ottocento e primo Novecento. E poi l’isola di Mozia nel cuore dello Stagnone, i mulini a vento tra le saline — uniche in Italia — e i bagli dispersi nella campagna.
Quella che si racconta meno è l’altra Marsala, meno poetica e da cartolina, ma più dinamica e innovativa, che è ancora il fulcro produttivo e imprenditoriale della provincia di Trapani, la più vitata d’Italia. Una realtà fatta di aziende fondate a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000 – in un momento in cui il declino del vino fortificato era già strutturale – e che hanno puntato su tutto tranne che sui vini liquorosi. Cresciute molto in pochi anni, sono diventate dei punti di riferimento per la Sicilia intera. A spingerle è anche un ricambio generazionale molto rapido: i fratelli Fina, le sorelle Caruso e Gabriella Favara di Donnafugata sono solo alcuni dei volti giovani al timone delle cantine dell’agro marsalese. Molti di loro fanno parte di Generazione Next, l’iniziativa di Assovini Sicilia nata proprio per fare rete tra i giovani produttori under 40 dell’isola.
Ma perché di Marsala, al di fuori del suo storico vino Doc liquoroso, si parla relativamente poco? Le risposte sono almeno due. La prima è che molte delle aziende in questione non gestiscono vigneti solo nel vasto areale marsalese, ma anche nei comuni limitrofi e nelle zone montane alle spalle di questa fascia costiera della Sicilia Occidentale. La stessa Pellegrino, azienda di riferimento per il Marsala dalla fine dell’Ottocento, produce i suoi vini secchi da una tenuta rilevata negli anni ’80 nel territorio di Mazara del Vallo. La seconda è che non esiste ancora una sottozona per identificare i vini fermi di Marsala.
“Il consorzio di tutela ha appena creato quattro Unità Geografiche Aggiuntive (Uga) per il Marsala — spiega Gianluca Laudicina, titolare di Baglio Oro — paradossalmente, queste Uga funzionerebbero ancora meglio se venissero estese anche alle altre tipologie di vino.”
Tra le quattro sottozone, quella che sta vivendo la riscoperta più significativa è lo Stagnone: circa 800 ettari di vigneti affacciati direttamente sulle saline e sulla laguna subito a nord della città, che ha al centro l’isola di Mozia. Grazie alla collaborazione tra la Fondazione Whitaker e Tasca d’Almerita, l’isola stessa — che ospita, tra le altre cose, un importante sito fenicio e un museo archeologico — è tornata a produrre vino a partire dal vitigno Grillo dal 2007.
Poco più in là, sulla terraferma, cinque produttori stanno cercando di valorizzare lo stesso vitigno con il progetto Salt West. “Due anni fa al Vinitaly ci siamo incontrati con Pietro Russo, Master of Wine marsalese, che ci ha detto che, insieme ai suoi amici e compagni di studio Gabriele Gorelli e Andrea Lonardi, era in procinto di lanciare un nuovo vino prodotto proprio da una vigna che affaccia sullo Stagnone. Neanche a farlo apposta, noi stavamo facendo esattamente la stessa cosa. E così abbiamo deciso di unire le forze”, spiega Federica Fina. Perchè proprio lo stagnone? “Perchè è un luogo di stroardinaria stabilità climatica con una quantità di ore di luce seconda a nessuna, una stabilità climatica impressionante, legata al vento e all’aria salmastra, e una viticoltura semplice, ma futuribile” spiega Gabriele Gorelli.
I cardini del progetto, oltre all’uva di partenza e alla provenienza dalla zona inscritta nella riserva naturale, sono l’età delle vigne — tendenzialmente sopra i 30 anni per valorizzare i biotipi ancestrali — e l’affinamento: “Mentre la maggior parte dei produttori sono già fuori con il Grillo da due mesi, noi abbiamo appena lanciato la 2024” aggiunge Gorelli.
Oltre al bianco dell’azienda di cui sono comproprietari i tre MW, Officina del Vento, sono parte del progetto — e sfoggeranno molto presto il bollino apposito — due vini assaggiati nell’ultima edizione di Sicilia en Primeur: Firma del Tempo di Fina e Aralto di Baglio Oro. E se Occhipinti parla di riscoperto dell’identità “ossidativa”, qui si nota uno stile di compromesso: niente ossidazione, ma una complessità non ordinaria per un’ uva spesso banalizzata dalla tecnica di cantina. Firma del Tempo Riserva 2023 svela più eleganza aromatica, espressa in note integre di agrumi canditi e salvia; la progressione é salina, dinamica, ma anche cremosa, grazie all’affinamento in legno, con un accenno di pietra focaia che dà spessore al finale; Aralto Riserva 2023 gioca, invece, sul contrasto tra polpa ricca, esotica e la tipica parte pungente dei vini di mare, con giusto un accenno di dolcezza tostata dal passaggio in barrique che si ridimensionerà con il riposo in bottiglia.
Se il Grillo è il migliore interprete dello Stagnone, anche gli altri vitigni riescono a catturare l’essenza dello Stagnone. Il Fiorente 2024 di Fina perde i classici toni erbacei del Catarratto per puntare su note acciuga sotto sale, limone candito e frutta secca, con meno slancio rispetto ai vini dell’entroterra, ma bella immediatezza ed equilibrio. Cantina Birgi, la grande cooperativa della zona, che gestisce più della metà dei vigneti dello Stagnone, ottiene un risultato simile con il suo Perricone Riserva 2023 della linea Feudo Stagnone, che, nonostante un uso del legno nuovo piuttosto importante, rimane vivace, integro nel frutto e tutto sommato scorrevole.

Marsala, oltre che un centro produttivo, resta anche un luogo fondamentale per l’enoturismo in Sicilia. E se da Pellegrino e Florio si respira ancora la storia, da Fina, nell’entroterra, ci si va per fare percorsi di degustazione mentre si ammira il tramonto infuocato sulle isole Egadi. I numeri sono quasi da record: circa 4.400 visitatori in cantina nel solo 2025, grandi eventi esclusi.
Da Caruso e Minini, vicino al centro storico, l’approccio, invece, é didattico e interattivo: oltre ai classici percorsi con abbinamento di piatti tipici c’è anche la possibilità di fare una degustazione “alla cieca”, dove i visitatori vengono bendati per annusare senza guardare essenze che ricordano i profumi dei vini. Chi ne indovina di più vince sconti sulla degustazione o sulla vendita oppure assaggi omaggio.
Insomma, la sensazione é quella di un territorio in fermento, in cui passato e presente riescono a convivere. Prossima sfida? Trovare un cappello oltre la Doc Marsala – sottozona, denominazione o uga che sia – per dare man forte sul piano comunicativo a questo nuovo movimento.
( Photo credits: ExploreMarsala)
Niente da mostrare
Reset© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma
Modifica preferenze privacy
Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]
Resta aggiornato sulle novità del mondo dell’enogastronomia! Iscriviti alle newsletter di Gambero Rosso.
Made with love by
Programmatic Advertising Ltd
© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.
Made with love by Programmatic Advertising Ltd