Storytelling

Raccontare il cibo e il vino al tempo dell'autenticità artificiale. La lezione di Mario Soldati

A 120 anni dalla nascita del grande narratore piemontese, prendono il via una serie di talk sulla figura di quello che può essere considerato il primo vero content creator enogastronomico d'Italia

  • 18 Maggio, 2026
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Cosa possiamo oggi aggiungere al racconto culinario di Mario Soldati, il primo vero content creator del nostro Paese? La sua modernità ante litteram, oggi – nell’era dei social e del turismo esperienziale – ci lascia con tante domande (e pochissime risposte). Una su tutte: quanto è davvero autentico il racconto attuale dell’enogastronomia italiana?

Domanda a cui giornalisti, comunicatori, professori hanno provato a rispondere nel primo dei quattro talk Mario Soldati – Il Gusto di raccontare l’Italia, che si è tenuto a Roma nella sede dell’Associazione Stampa Estera e che proseguirà, tra ottobre e novembre, a Milano, New York e Londra. L’iniziativa, fortemente voluta dalla produttrice Chiara Soldati, cugina dell’autore e quarta generazione dell’Azienda La Scolca, vuole così ricordare una figura chiave di cui quest’anno ricorrono i 120 anni dalla nascita.

«La sua modernità – dice la stessa imprenditrice e cavaliere del lavoro Chiara Soldati – risiede nella libertà di espressione, nella capacità di rendere popolare ciò che era colto e viceversa, interfacciandosi con le storie in modo completamente umano. È questa la chiave che ha reso grande il suo messaggio: il suo modo unico di guardare il mondo e di intendere il cibo e il vino come esperienza sentimentale, fondata nella lentezza a tavola, nel consumo moderato e nella ricerca dell’origine».

L’onestà del racconto di Soldati

La prima convinzione che è venuta fuori dalla giornata di incontro è che se avesse avuto uno smartphone, Mario Soldati avrebbe probabilmente ignorato gli algoritmi per inquadrare gli occhi di un viticoltore. Così come ha fatto nel suo poetico reportage Viaggio nella valle del Po del 1957, dove il focus era tutto sull’intervistato e sulla meraviglia della scoperta e mai su chi stava dall’altra parte.

«Sicuramente Soldati si sarebbe approcciato ai social con attenzione allo sguardo – sostiene l’autrice televisiva Isabella Perugini – Molti giornalisti, scrittori, influencer di oggi hanno un grande ego e mettono sempre loro stessi al centro. Lui no. Lui faceva sempre un passo indietro. Soldati ha saputo utilizzare la televisione sia in modalità di inchiesta sia di letteratura con un profondo senso di umiltà, alla base del suo lavoro. Partendo da questo, probabilmente si sarebbe approcciato al mondo dei social dando valore al tempo della riflessione e della scrittura, per entrare davvero in empatia con la storia che si sta raccontando e con chi la sta ascoltando».

Di questa umiltà, come capacità di stare con i piedi per terra (non a caso la parola deriva da humus, ovvero terra), si nutre il ricordo del giornalista e documentarista Marcello Masi: «Non so cosa avrebbe fatto oggi Soldati, ma so quello che ha fatto: ha “interpretato” il ruolo di un uomo qualunque. Ha insegnato alla Columbia University, ha vinto un Premio Strega e un Campiello, ma quando parlava con la massaia si stupiva di qualunque cosa, perché era curioso, colto e semplice. Si tratta, però, di qualità che non si apprendono. Per questo non dobbiamo essere dei nuovi Mario Soldati – non sarebbe possibile – possiamo, però, ambire a raggiungere l’onestà del racconto».

Il rifiuto di uno storytelling costruito

«Oggi mentre noi giornalisti ci diciamo che la nostra missione è valorizzare l’identità, ci ritroviamo davanti migliaia di locali che hanno tutti lo stesso menu, lo stesso linguaggio, le stesse luci soffuse – è la riflessione di Manuela Zennaro giornalista de Il Gusto, La Repubblica – Credo che Soldati partirebbe proprio da qui. Lui amava le trattorie perché erano la fotografia dei luoghi, con il vino della casa, le ricette, la gente. Oggi, invece, viviamo nell’era della standardizzazione, format replicabili, cucine con piatti instagrammabili, costruiti più per immagini momentanee che per la memoria. Però c’è anche una tendenza che spinge verso il ritorno alla verità, al territorio. Probabilmente allora dopo ognuna di queste esperienze bisogna chiedersi: “ho imparato qualcosa in più del luogo dove sono stata?”. E credo che sia questa la vera lezione di Soldati: oggi che lo storytelling è diventato costruzione artificiale di autenticità, fare come lui, cercare verità non confezionata anche se non perfetta».

Il linguaggio moderno di Soldati nel descrivere il vino

Lo stesso approccio ritorna nel rapporto con il vino, espresso soprattutto in Vino al vino, opera nata dai suoi viaggi attraverso l’Italia alla ricerca dei vini genuini. Anche qui Soldati non si comporta come un tecnico della degustazione in senso stretto. Non costruisce una semplice guida enologica, non dà soltanto giudizi, non riduce il vino a un insieme di caratteristiche sensoriali. Il vino diventa occasione di racconto.

«Soldati – evidenzia Stefano Carboni, docente dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata – è stato in grado di alfabetizzare il pubblico non attraverso il prodotto ma mettendo al centro del racconto le persone. In questo senso lo considero l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto: nella fase pre-boom economico in un Paese tra i più rilevanti per cultura enogastronomica, ha saputo introdurre la narrazione nel nostro settore contribuendo a definire un nuovo modo di far conoscere il gusto italiano. Attenzione, però: lui non parlava mai di turismo, ma sempre di viaggio. E oggi, al tempo dell’overtourism, è una differenza fondamentale».

«Il tratto più moderno di Soldati risiede nel suo linguaggio: fresco, dinamico, preciso e diretto oltre ad essere stato fin da subito profondamente multimediale – sottolinea la Master of wine Cristina Mercuri – L’espressione content creator dovrebbe significare creare contenuti dando profondità ed essendo onesti nel farlo: proprio questo l’approccio che nel secolo scorso Mario ci ha regalato e che dovrebbe oggi ispirare il mondo del vino in termini di divulgazione. Un linguaggio che in molti casi ha, invece, allontanato soprattutto i più giovani». Da qui l’invito della fondatrice del Mercuri Wine Club: «Torniamo tutti più soldatiani».

Meno pose, più autenticità. Meno fretta, più capacità di ascolto. Il resto è questione di buonsenso. In fondo, come diceva lo stesso Soldati: «Ognuno fa tutto il bene e tutto il male che può».

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