Gli studi in Storia del Teatro e i primi passi accanto al padre, tappa obbligata che dopo qualche anno è diventata una passione e una professione. Fotografa cibo e chef, ama i dettagli umani e qualche imperfezione, e continua ad arricchire la sua collezione di scatti "Sul Cuscino, ritratti sdraiati". Raccolta di sogni, immagini, racconti.
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Alessandra Tinozzi, dopo essersi laureata in Storia del teatro, comincia a fotografare quasi per obbligo ma oggi ama la fotografia e i soggetti ritratti in maniera incondizionata. Classe 1966, figlia d’arte e torinese come Davide Scabin, che ha ritratto in tutte le salse e in tutte le pose, anche sdraiato. Infatti Alessandra, nel suo progetto Sul Cuscino, ritratti sdraiati, colleziona le espressioni di grandi chef – ma anche pasticceri, produttori di vino, contadini e imprenditori del food – sdraiati su un cuscino. Perché? Perché la persona sdraiata si arrende al fotografo: il soggetto si lascia andare, fa cadere la maschera e, semplicemente, si mostra per quello che è.

Quando e perché hai cominciato a fotografare?
Quando mi sono laureata in Storia del teatro nel 1992, mi hanno obbligato ad intraprendere questo mestiere perché mio papà faceva il fotografo pubblicitario, così ho cominciato a fargli da assistente. Anche i grandi amori possono cominciare da un obbligo, un po’ come succede per alcuni matrimoni combinati. Non tutte le storie hanno il medesimo inizio! Ho poi passato otto anni come assistente in diversi studi fotografici dove mi sono specializzata nella fotografia pubblicitaria di still life.

Quando ti sei avvicinata al mondo del food?
In realtà fin dall’inizio: ho cominciato fotografando vasetti di Nutella! Mentre la passione per gli chef blasonati e i loro piatti è arrivata quando mi sono lanciata nel mondo dei ritratti. Questo cambiamento è avvenuto con l’apertura del mio studio fotografico, era il 1998. In quest’epoca non sospetta ho cominciato a fotografare i grandi chef perché mi erano sembrati fin da subito personaggi energici. Ho pensato fossero i soggetti ideali per i miei ritratti, in quanto rappresentanti di un mix esplosivo tra follia e imprenditorialità. In loro ho visto la giusta personalità, dove il lato creativo riesce a convivere con la parte razionale.

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Come hai imparato a fotografare?
Ho imparato facendo l’assistente ma nel 1997 sono volata a New York, a Manhattan per l’esattezza, per frequentare un corso all’International Center of Photography e da lì ha avuto inizio un nuovo corso professionale e creativo. Posso dire di aver cominciato facendo ma poi, quando c’è stata l’occasione, ho voluto approfondire.

Che cos’è la food photography per te?
I piatti rappresentano la connessione tra la persona che li ha fatti, la persona che li mangia e il contesto in cui vengono gustati. Per me in una foto di food è essenziale sentire la presenza dei vari attori che circondano il cibo. Il food decontestualizzato non fa per me, ho bisogno di sentire sempre la presenza degli esseri umani e dell’ambiente circondante perché parto dal presupposto che la fotografia sia uno straordinario mezzo per esplorare le superfici ma anche le profondità degli esseri umani.

Cosa ti attrae del food?
Il fatto che sia partorito da una mente, cucinato da due mani e mangiato da una coppia o da una comitiva di amici. A mio avviso la parte più interessante di un piatto è il percorso creativo che c’è dietro, mi piace capire cosa ha portato alla sua realizzazione. Il fattore più autentico del mondo gastronomico è la persona, dallo chef che crea il piatto al cliente che ne fruisce. Ecco perché un buon fotografo di food, a mio avviso, deve dedicarsi sia alle foto di still life sia ai ritratti. E in questo senso penso di avere una grande fortuna: quella di essermi interfacciata a entrambi i rami.

Che strumenti utilizzi attualmente?
Canon 5D Mark II e per il food utilizzo la lente 90 decentrabile. Ovviamente faccio anche post produzione ma non fino al punto di rendere il cibo perfetto. Sia nei ritratti di persone che nella food photography la post produzione va calibrata: se tolgo troppe rughe, il volto sarà perfetto ma non più vero, così se tolgo tutte le briciole attorno ad un panino quest’ultimo risulterà fittizio. La post produzione bisogna saperla usare e dosare, è bene dunque togliere l’elemento disturbante senza però esagerare.

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Agli inizi?
Prima utilizzavo il banco ottico Sinar 13×18, poi sono passata al Hasselblad 6×6 e con l’avvento del digitale mi ci sono felicemente applicata. Dico felicemente perché ora come ora la qualità del digitale è arrivata ai livelli, forse superandoli, dell’analogica. Una volta non era così ma ora lo è, quindi è inutile fare i nostalgici forzati. Tra l’altro se un fotografo non sta nella contemporaneità dei suoi strumenti diventa subito un vecchio fotografo.

Con chi collabori attualmente?
Collaboro con importanti agenzie pubblicitarie nazionali, aziende ed enti, e continuo a fotografare molte persone di diverse bellezze, compresi gli chef, sia ritraendoli sia immortalando i loro piatti ma anche coinvolgendoli nel mio progetto Sul Cuscino. Qualche esempio? Ferran Adrià, Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo, Ugo Alciati, Gennaro Esposito, Rene Redzepi, Massimo Bottura, Maurizio Santin, Andrea Berton, Gualtiero Marchesi, Cristina Bowerman, Rosanna Marziale, Enrico Crippa, Moreno Cedroni e ovviamente Davide Scabin, che essendo qui a Torino, ho fotografato in tutte le salse. Devo continuare?!

No, non devi! Parlaci piuttosto del tuo progetto Sul Cuscino, ritratti sdraiati.
È un progetto personale che porto avanti da qualche anno, dove la ripresa è dall’alto e la persona fotografata è stesa su un cuscino. È un semplice espediente che mi ha permesso di destrutturare la persona. Mi spiego: solitamente quando una persona sa che sta per essere fotografata si mette in posa, irrigidendo i muscoli facciali e il collo, con questo espediente il soggetto esce dalle sue pose consuete e per un attimo perde le coordinate e si destabilizza; insomma per pochi secondi il soggetto si lascia andare, getta la maschera e, semplicemente, è se stesso. Rimanere sdraiati fa anche cambiare la prospettiva con la quale si guarda la vita. Non è raro che durante gli shooting escano i desideri, i sogni, le sfide impossibili delle persone sdraiate. Poi i cuscini raccontano le persone: Ferran Andrià si è voluto sdraiare sul piano ad induzione a fine servizio, quando era ancora tiepido, Cracco ha invece optato per una pila di tovaglie appena lavate, altri si sono stesi sopra un sacco di farina. C’è chi è più partecipe e mi porta le sue idee, chi invece si lascia guidare da me e io, per ogni evenienza, giro sempre con un cuscino sotto le braccia.

Il tuo cuscino com’è?
Con la bandiera inglese, non posso dire di più!

Che corsi tenevi nelle Scuole della Città del gusto di Torino?
Food Photography e Food Smart Photography, dove insegnavo ad utilizzare le differenti app esistenti, sorvolando sulle solite note: ormai Instagram è troppo utilizzato e la scelta dei filtri è limitata

Che app utilizzi?
PicTapGo, almeno si ha un maggiore controllo dei filtri.

Tutte queste app fotografiche non rappresentano un rischio per i fotografi professionisti?
Una foto fatta con Instagram e una fatta con una macchina digitale e da un fotografo professionista sono due cose non paragonabili. Se mangio da Scabin devo precludermi il piacere di mangiare pane e salame? Assolutamente no. L’importante è non pensare che l’una possa sostituire l’altra.

Qualche consiglio per fare delle belle foto con gli smartphone?
Uno: quando non c’è luce non si può fotografare con gli smartphone, bisogna farsene una ragione. Due: suggerisco l’utilizzo di un piccolo cavalletto. Sembrerà strano ma cambia radicalmente la qualità delle foto. Poi consiglio di applicarsi con le app, ne basta una ma bisogna imparare ad usarla.

Dolce o salato?
Salato tutta la vita

Nelle tue foto?
Sempre salato

Il cibo più difficile da fotografare?
La finanziera (ndr. piatto tipico piemontese composto principalmente da frattaglie). In generale le carni troppo cotte e il cioccolato, per via del loro colore. Sconsiglio di cominciare fotografando questi due cibi, anche se a me è capitato.

Quello che ti da più soddisfazioni?
I piatti autentici come gli agnolotti del Plin. Non vado pazza per i piatti troppo geometrici e arzigogolati perché mi arrivano meno le emozioni. O la loro forma ha un grande legame con il contenuto e con lo chef oppure, secondo me, risultano pretenziosi.

Un consiglio ai nostri lettori per fare delle belle foto amatoriali?
Se volete fotografare il piatto al ristorante abbiate il coraggio di spostarlo vicino alla luce migliore. Se siete in un tavolo a quattro metri dalla finestra non potete fare una bella foto rimanendo seduti, quindi alzatevi e posizionate il piatto vicino alla finestra. Non me ne vogliano gli addetti alla sala!

alessandratinozzi.com
www.sulcuscino.com

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a cura di Annalisa Zordan