Cari cuochi, non confondetevi con la post-politica

25 Nov 2016, 16:00 | a cura di Pina Sozio

Riavvolgiamo il nastro e in una specie di vorticoso rewind fast forward proviamo a ripensare con toni nuovi il dibattito politico che sta infiammando menti e animi dell'Italia pre-referendum. Quasi meravigliati di una partecipazione così sentita come non si vedeva da anni, vogliamo provare a riflettere sul senso di questo appuntamento alle urne. Dal nostro punto di vista.

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Oggi è il 5 dicembre. O perlomeno è il 5 dicembre come ci è stato prospettato nella campagna referendaria: strade deserte, atmosfera postbellica, scontri tra le persone. O è semplicemente il 5 dicembre 2016, un lunedì in cui è prevista pioggia (a Roma), in cui il traffico sarà intenso, mentre accompagneremo i nostri figli a scuola e andremo a lavoro. Io su un treno per Milano per la presentazione del nuovo libro di Giorgione, con i quotidiani, i social, i WhatsApp degli amici a commentare il voto. E in tv i sarti a parlare di vestiti, i cuochi di cucina, i calciatori di sport. “Normalità, ti ho atteso tanto, tra poco c'è il ponte”.

 

L'alba di un nuovo giorno?

L'agenda politica si confronterà con una Costituzione rinnovata o una Costituzione immutata, ci si dovrà mettere in tutta fretta a parlare di legge elettorale, ma si dovrà anche fare seriamente i conti, tutti, con la spaccatura violenta che abbiamo creato tra noi e chi la pensa diversamente da noi. Un'acredine a mia memoria (sono nata negli anni '80) mai vista prima, un dibattito rissoso e violentemente semplificato che ci ha messo gli uni contro gli altri, colleghi, amici, familiari, con un linguaggio da ventennio. E tante balle. "Post-verità", l'ha definita l'Oxford Dictionaries; estendiamola pure alla "post-politica": una discussione basata su credenze personali ed emotività mai così lontana dall'oggetto reale del contendere, che avrebbe meritato ore e ore di approfondimento, per capire le ragioni del Sì e le ragioni del No: sì e no alle modifiche della Costituzione e non all'Europa, al futuro, all'impresa, a Renzi, al fascismo, a Salvini, a Grillo. Ci siamo caduti tutti in questo tranello, come degli ingenui.

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Massimo Bottura

C'è caduto pure Massimo Bottura, con tutte le scarpe, nonostante la sua raffinatezza intellettuale. In un'intervista (citatissima) ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera ha dichiarato: “Il referendum è una questione culturale prima che politica. Se vince il No, mi viene voglia di mollare tutto e andare all’estero: ringrazio il mio Paese che mi ha dato moltissimo, chiudo e riapro a New York. Il punto non è Renzi, o Grillo. È la logica per cui 'in Italia non si può fare. Da lì a un titolone strumentalizzato da molti il passo è stato brevissimo. Colleghi cuochi, giornalisti, persone comuni, tutti a scannarsi sull'endorsement dello chef più noto d'Italia.

Da dove arriva il gesto di Bottura? Per chi non lo sapesse, questo governo è stato il primo, dopo anni di richieste e battaglie del settore, a interloquire seriamente con il mondo della cucina di qualità, avendone compreso il valore e il peso sulla promozione del turismo e del Made in Italy. Il merito di Maurizio Martina, Ministro delle Politiche Agricole, è di aver inaugurato una stagione di rapporti istituzionali tra i due mondi, da Expo in poi, con il Food Act, il Forum della cucina italiana, la Settimana della cucina italiana nel mondo (tuttora in corso), la fondazione dell'Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto. L'entusiasmo tra gli attori coinvolti, tra cui anche il Gambero Rosso, è palpabile e comprensibile. Così come è comprensibile il timore che, se al Referendum vincesse il No e l'esecutivo si dimettesse, tutto il lavoro fatto finora potrebbe andar perduto.

 

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Questioni politiche o culturali?

Giusto o no, ci perdoni Bottura, ma il suo è un errore di merito: il referendum è una questione politica prima che culturale. È l'unico istituto di democrazia diretta previsto in Italia per proteggere l'ordinamento dello Stato e, in questo caso, la nostra Carta fondamentale. Non c'è quorum, ma, secondo l'articolo 138 della Costituzione, "la legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi". Un potere enorme, quindi, nelle mani degli elettori, che si trovano a dover decidere se lasciare alle generazioni future una Costituzione molto differente da quella che hanno conosciuto loro. Ora, se i personaggi pubblici decidono di schierarsi ufficialmente sul voto - ormai va tanto di moda tra gli artisti, anche se bisognerebbe fare una statistica su quanto (poco) porti bene al candidato prescelto - dovrebbero avere il buon cuore di farlo spiegandone le motivazioni. Tecniche. Non con parole astratte come cambiamento o complotto. O non come un altro illustre chef, Carlo Cracco, che si è limitato a esplicitare un Sì. È la Costituzione, diamine, non una leggina qualsiasi che di governo in governo può essere modificata a piacimento.

 

Il ruolo sociale etico e politico di un cuoco

Bottura ha dimostrato negli anni di aver molto chiaro il ruolo sociale, etico e politico del cuoco, lo ha mostrato in maniera dirompente con i progetti del post terremoto in Emilia, del Refettorio a Expo, alle Olimpiadi di Rio e, recentissimo, a Modena. Non è da solo, nel mondo la militanza della cucina è fondamentale, da Gaston Acurioa Jamie Oliver. Concretezza la parola chiave e rivoluzionaria. Allora se i cuochi e i professionisti del cibo, del vino e dell'agroalimentare vogliono esporsi anche in questo caso, liberi di farlo, e ci mancherebbe, ma con contenuti utili alla riflessione collettiva, che è, a oggi, totalmente assente.

 

I cambiamenti sul Titolo V

Dovrebbero, ad esempio, dirci cosa ne pensano della modifica al Titolo V della Costituzione, che fa rientrare nella potestà legislativa esclusiva dello Stato, tra le altre cose, le "disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare", "tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema", "disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo", "produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza". Dovrebbero spiegarci loro, da interlocutori professionali delle istituzioni locali, se è giusto metter fine alla potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni su questi argomenti (in pratica ora lo Stato detta le norme generali e le Regioni legiferano nel dettaglio), perché troppe disparità e lungaggini caratterizzano questi campi oggi; o se, al contrario, l'istituzione locale è in grado di capire meglio le esigenze degli operatori sul territorio e quindi dovrebbe mantenere il proprio ruolo in merito. Detto pure che, se per ciò che concerne le "infrastrutture strategiche" o la "produzione dell'energia", da Roma decidono che l'estrazione petrolifera va fatta in Val di Noto (come altrove), addio mandorle, zagare e turismo. Non c'è più discussione o ricorso che tenga.

Tanto più importante diventa il ruolo di cuochi e ristoratori oggi, un ruolo d'opinione, di pressione e, permettetemi di auspicarlo, di pacificazione. Il sociologo francese Jean Claude Kaufmann scrive, in "Casseroles, amour et crises", che la condivisione del cibo ha sempre messo il sigillo sull'amicizia e sulla pace, forgiando i legami sociali in tutte le società. Ecco, auguriamoci che il mondo della cucina, responsabilmente, trovi il modo di mettersi al servizio della nostra società, per dare il suo contributo a suturare le lacerazioni, queste sì culturali prima che politiche, esplose durante la campagna referendaria.

 

a cura di Pina Sozio

 

 

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