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Non è necessario scomodare studiosi  di semiotica, storici, antropologi o filosofi per comprendere quanto siano importanti le pratiche comunicative per creare, gestire e condividere i significati con gli altri: lo sappiamo bene. E che da quelle pratiche comunicative non è certo esente il cibo è cosa che sperimentiamo og

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ni giorno. Cosa, se non “ciò che fa” cibo, può essere miglior esempio di “segno” che comunica altro da sé (per dirla con Barthes senza invitare a cena De Saussurre).
Mentre prepariamo, cuciniamo, mangiamo o parliamo di cibo lasciamo che altri sappiano qualcosa di noi, ci stiamo raccontando, stiamo comunicando un messaggio.
Cibi uguali con cui abbiamo già una relazione consolidata, possono cambiare significato in funzione di un fatto (o identità) particolare che vogliamo comunicare in un dato momento. Trasformiamo il cibo in base a cosa vogliamo dire, a cosa vogliamo far sapere agli altri. In base, insomma, a cosa vogliamo “rendere pubblico”.
Per questo possiamo costruire, plasmare, modellare e dunque comunicare (creare comunità) anche ri-assemblando un alimento, dalla preparazione alla cottura all’aspetto, e farlo diventare un “segno” diverso per dire cose diverse.
Dai miti ai simboli, al valore dei segni, non si tratta di cibo in sé, ma di un mezzo in più per esprimere le relazioni umane, l’identità sociale (aspetti della) di un particolare momento storico, i rapporti tra una cultura e le persone che la praticano o ci si riconoscono.
Cibo come veicolo dunque, per far circolare idee, promuoverle, confrontarsi, conformarsi, o decidere di trasgredire.

Se “ad ogni società il suo cibo” quale cibo inventarsi per il social network?
Qual è il “cibo” più adatto –nel linguaggio e negli alimenti – per la società wired?

Esercizio: immaginare un cibo, un modo di mangiare, quanto più vicino, appropriato, al proprio modo di pensare, agire, vivere. Senza costrizioni alla fantasia in quanto a luoghi, mezzi (media!), materie prime (ingredienti) e aspetto stesso delle pietanze (colore, dimensione, sapore ecc..).

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È pensabile dunque che dei micro-cheap-chips, un wii-wine, un cookie, un youtube-toni ai formaggi, o un foursquare mixed cake, in versione edibile, siano comprensibili in senso globale, senza pensieri trasversi dalla Cina al Perù fino in Nuova Zelanda, in un nanosecondo. Pensiamo invece al tempo che ci serve quando andiamo al ristorante a Kuala Lumpur per capire quant’è buono il Kway Tiao Phad Khemao o il Khao Phad Ruammit, con un bel sorso di Mai Tai.
Abbiamo imparato che una mela non è solo una mela, una guancia rosea o una crostata. Il suo nome in inglese è un monito, con miliardi di proseliti, fanatici, geeks, nerds e technoholics in tutto il mondo. Non si mangia una mela, (le si tocca la tastiera), ci si vive dentro, se ne verifica il sistema grammaticale in termini di “costruzione del testo”, di valutazione sintattica (e semantica).

Da allegri s-ragionamenti analoghi a quelli compiuti fin qui è nato il menu del Digital Dinner, cena wired per gente digitale, che venerdì 29 Giugno, al Visionario di Udine, accompagnerà la presentazione dei sette video (digitali) di Can’t Forget It{aly} per il turismo del Friuli Venezia Giulia.
Sette video viral-e-motional di tre minuti ciascuno, che raccontano luoghi, gente, gesti e sguardi in una sequenza di sensazioni rapide tra il brivido, l’adrenalina, l’ironia e qualche lacrima che punge. Sette lavori girati da altrettanti giovani talenti –tra videomakers, fotografi, bloggers, artisti (digitali)- pescati in giro per il mondo nel mare del web, con le reti dei social.  Video inediti: per il progetto da cui nascono e per lo sguardo che comunicano, per le emozioni che passano, dove la parola chiave è una sola: piattaforma digitale.

Un’idea che è una piccola rivoluzione nel mondo del marketing territoriale in tema di promozione turistica, nata dal genio creativo di Mikaela Bandini, sudafricana di Cape Town, lucana di adozione, già ideatrice di progetti online come Viaggi di Architettura e Urban Italy. Rivoluzione perché tutto è di facile accesso, di totale condivisione democratica e soprattutto low-budget. Rivoluzione perché non fa compromessi “editoriali”o di fazione politica. Rivoluzione perché non ha niente di formale, ma uno stile diretto, sincero, reale e smart, sopra ogni cosa; digital, appunto.
 
In “piattaforma digitale” il Dinner non può essere che Digital, wired sul filo continuo della comunicazione. E se giocare (anche) con la comunicazione alimentare significa confessare che il cibo appartiene alla propria vita (culturale?) quotidiana, allora perché non scompigliare certi significati, trovarne altri da una tastiera e… mangiarli! Magari in 140 caratteri. Qui ampiamente sforati.

info: www.cantforget.it

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Emilia Antonia de Vivo
26 giugno 2012