La musica non è la sola passione di Stefano Belisari, in arte Elio. Ci sono anche il vino, la sua campagna, le cose buone, l’amicizia con i grandi cuochi, l’impegno sociale a tutto tondo.
La sua esperienza a Sanremo?
Le prime due volte è stato bello, c’era Pippo Baudo, ci aveva voluto a tutti i costi. Poi con Beppe Vessicchio c’era un’intesa, un rapporto particolare. Un grande amico. Ma ci tornerei se me ne affidassero la direzione. È l’unica cosa che non ho ancora fatto… (ride).
Sarebbe un Festival molto diverso, immagino…
Diversissimo. Ne cambierei completamente la formula. Sanremo è il Festival della canzone italiana, non dei cantanti. Darei da scrivere 20 canzoni a 20 autori, un panorama oggi in letargo.
E poi?
Poi le canzoni le affiderei a 20 abbonati RAI rigorosamente sorteggiati a caso, non presi da una lista di prescelti. A caso veramente.
E se non sapessero cantare?
Che problema c’è? Oggi c’è AutoTune, lo usano tutti (ride ancora). E poi unicamente voto popolare. E farei un festival puro, asciutto, senza tutti i riempitivi, gli ospiti, le serate infinite, e lo spettacolo che si trascina per una settimana. Alla ventesima canzone via! Tutto finito!

Gli organizzatori del Festival e i sanremesi non sarebbero molto contenti.
Infatti, non mi chiameranno mai. I primi Festival erano così, si cantava e basta. E i cantanti portavano più canzoni. Nilla Pizzi ha vinto ma è anche arrivata seconda e terza una volta. Comunque, ho molto da fare, poi con le Storie facciamo il Concertozzo.
Sono tanti anni che lei e le Storie Tese siete sulla scena. Ha raccontato l’Italia, ci ha fatto ridere e pensare, e poi s’è scoperto questa passione per il vino.
In realtà a me piace il vino, ma sono appassionato di quel territorio lì: Cossignano, il paesino di mio nonno. Talmente piccolo che anche in zona non tutti sanno dove si trovi (in provincia di Ascoli Piceno). È un’area molto molto bella, e poi negli ultimi anni, si sono succeduti una serie di sindaci giovani che hanno idee, per cui è stato scelto proprio di puntare sulla qualità. Quando ero piccolo passavo le vacanze dai nonni, si andava al mare a Grottammare e San Benedetto del Tronto. E a tavola si mettevano caraffe di vino bianco e vino rosso, non c’era il vino come lo intendiamo oggi.

Un’altra epoca.
Si andava a prendere l’acqua alla fonte, che era più buona di quella clorata dei rubinetti, e il vino era un alimento o poco più. Poi pian piano le cose sono cambiate. Le Marche sono un posto strano perché in realtà non viene tantissima gente, vengono molti stranieri, del nord Europa, perché sono quelli con l’occhio lungo. Ma gli italiani non lo considerano un luogo dove andare. I marchigiani sì, però se lo tengono stretto, come fanno con tante cose, ma a me piace questo fatto. Nella nostra zona mangi delle cose che in realtà trovi solo lì. A parte le olive ascolane – che in ogni caso, se le mangi lì sono un’altra cosa – ci sono prodotti straordinari ma che non hanno ancora fatto breccia sul mercato: i maccheroncini di Campofilone, il nostro dolce, il Frestingo, che trovi solo in loco. Mi chiedo sempre: “Ma com’è possibile che non sia uscito dai confini?”. Lo stesso vale per il vino cotto. A proposito, dovete assaggiare quello di Fiorano. Paolo ne fa una versione autentica, da vero contadino. Questo per dire che il territorio offre delle cose uniche, e ti fa innamorare. Io ho la casa su una collina dell’immediato entroterra, e quando ti affacci alla finestra è uno spettacolo.
Insomma, è marchigiano.
Ho scoperto che nella piccola comunità di Cossignano sono imparentato con quasi tutte le famiglie. E dopo anni di frequentazioni m’è venuta voglia di comprare una casa. Combinazione, la casa aveva accanto un uliveto e un piccolo vigneto. Mi hanno consigliato di spiantare e lasciar perdere, ma ero curioso. La vigna era bella, perché tirarla via? Ho imparato che per mantenerla bisogna spendere, spesso più soldi di quelli che si ricavano vendendo l’uva. Poi ho conosciuto Paola Massi, che come me è milanese ma figlia di cossignanesi, e il marito Paolo Beretta, che ha mollato anche lui Milano per ricominciare una vita nel Piceno. Hanno messo su una bellissima azienda, Fiorano appunto, che lavora con metodi naturali e fa vini di livello eccellente. Dopo un lungo corteggiamento sono riuscito a convincerli a mettere mano alle mie uve. Per loro il vino è passione, lo fanno col cuore e l’entusiasmo di chi ci è arrivato per scelta, alla vigna e alla cantina, con l’impegno e la determinazione che spesso i professionisti del settore non hanno. E alla fine abbiamo dato vita a questo progetto.
E quanti ettari di vigna ha?
Ettari? È una vigna piccolissima, un po’ meno di un ettaro. Ma è bellissima. Quanto basta per fare un 2000 bottiglie l’anno, annata permettendo. Ma è il “mio” vino. Un vino pensato, diverso. Ed anche buonissimo (ride). Lo trovi dai miei amici Mirella e Angelo nel loro Il Posticino di Mirella Porro ad Albenga, da Bartolini al Mudec, al Ratanà di Cesare Battisti, da Sadler.
Gallo Otto è uno strano nome per un vino.
È l’indirizzo di casa mia: Contrada Gallo numero 8. Oggi nessuno chiamerebbe una via Gallo in onore del gallo, non abbiamo più legami con i valori della terra, della campagna. Io poi ho avuto un passato – diciamo oscuro – che non ho mai raccontato, in cui ho fatto il contadino perché lavoravo in una comunità per il recupero dei tossicodipendenti, insomma al momento della leva avevo scelto di fare il servizio civile e ho fatto 20 mesi in questo posto, dove ho imparato a fare il contadino. Sono in grado di coltivare.
Sa tenere la zappa in mano.
Ho concepito la famosa frase “Se la mucca fa Mu perché il merlo non fa Me” mentre stavo vangando un campo.
Ritorniamo al 1989, a “Elio Samaga Ukapan Karyana Turu”: Nubi di ieri sul nostro domani odierno (abitudinario) era il singolo del vostro primo disco.
Ho sempre amato andare controcorrente, penso che abbia un suo senso, nessuno ha mai inventato niente facendo quello che fanno tutti gli altri. E quindi anche questo vino, quando con Paolo ci siamo detti “allora facciamolo”, lui ha detto sì, però manteniamolo lo spirito di Elio, facciamo un vino che esca dai canoni. La prima cosa è stato mettere il syrah perché lì in quella zona lì in quel paese lì nessuno ha il syrah.
Incontri che hanno lasciato il segno?
Una delle mie mille fortune è stato essere amico di Gualtiero Marchesi, che ho frequentato per tanti anni. La moglie musicista, lui appassionato di opera, amico degli artisti, da cui si faceva – come dire – ispirare per i suoi piatti. Ma poi era una persona così gradevole, quando eravamo insieme a tavola, tanto era rigido e stronzo quando era invece sul lavoro.
Ha creato una generazione di cuochi straordinari, i grandi cuochi italiani di oggi gli devono moltissimo.
Aveva grandi idee, che hanno indirizzato la scena gastronomica, la cucina italiana sta viaggiando sulla strada che ha tracciato lui. Frequentandolo ho capito tante cose, come l’importanza della qualità, che già – diciamo – conoscevo in musica, però. Tanti concetti sono analoghi, anzi io molto spesso, quando parlo di musica, faccio il parallelo con il cibo, con i piatti, quando si parla degli ascolti che vengono fatti adesso. I giovani che ascoltano tutti quella roba lì, semplicissima e poi fan degli ascolti brevissimi: I Rapper, I Trapper.
Una volta quando usciva un disco ci si riuniva per ascoltarlo tutto e parlarne.
Ascoltare un LP così non è come andare in un ristorante stellato farsi portare i suoi piatti e guardarli, annusarli, assaggiarli, parlarne. Ascoltare la trap mentre stai camminando e poi cambiare continuamente pezzo è come mangiare tutti i giorni hamburger e patatine fritte sempre uguali. È la stessa cosa, c’è un parallelo. Vale per il vino e per tutto quello che concerne i nostri sensi.
Entriamo nella sfera dell’estetica.
L’arte è anche nel cibo. Il grande chef è un artista. Marchesi lo era, partiva dalla ricetta e addirittura inventava il piatto per quella pietanza lì, le posate, ma mi raccontava tante storie, le storie che c’erano dietro un piatto, come nel caso del “Dripping di Pesce” ispirato dai lavori di Pollock.
Torniamo al suo vino.
La scelta di fare il vino arriva da questi pensieri, cioè di fare le cose fatte bene e un in maniera nuova, originale, non imitando nessuno, cercando – come dire – nuove soluzioni. Che è quello che ho che ho fatto con Elio le Storie Tese: musica di qualità ma non mainstream. E quindi, Syrah. In realtà inizialmente Paolo voleva fare Syrah con una piccola quantità di un’altra uva. Alla fine, ci siamo assestanti su 50 e 50, tra syrah e montepulciano. L’altra scelta è stata, oltre al biologico, le anfore e la pigiatura con i piedi. Un recupero di un fare antico che era andato perduto.
E la grafica dell’etichetta?
Sono ispirato alla Cramps Records, mitica etichetta indipendente, dove c’erano gli Area, Finardi: un’etichetta mitica che ha partorito dei geni. Fare cose per il profitto a quell’epoca non era una cosa accettata, si faceva il processo a De Gregori in pubblico perché lo accusavano di essersi commercializzato troppo. Forse era una cosa estrema, ma oggi siamo all’opposto, si è perso qualunque indirizzo artistico, cioè la qualità è passata in secondo-terzo-quarto piano. Vendere è importante ma non può essere l’unica cosa.
Parliamo di Elio e le Storie Tese, musicisti che conoscono il mestiere, hanno avuto successo ma che hanno anche veicolato dei messaggi. La via demenziale per raccontare in maniera ironica un’Italia che andava a rotoli.
Avevamo scelto di fare qualcosa di artisticamente valido, però ci rendevamo conto che non potevamo campare solo pensando all’aspetto artistico. Bisogna anche chiedersi, “ma questa roba poi verranno a vederla? Compreranno i dischi?” perché altrimenti hai la vita breve. Non conta niente che tu abbia fatto una grande cosa se non l’ha vista nessuno, vale per lo sport come per la musica, per l’arte in generale.
L’arte veicola dei messaggi.
Bisogna preoccuparsi anche dell’aspetto economico, ma senza dubbio non ci si può preoccupare solo di quello. È l’errore che venne fatto da molti esponenti della musica contemporanea. Stockhausen, Nono, quel mondo lì anni ’70. Berio aveva fatto anche delle trasmissioni bellissime in Rai, dove parlava della musica, della qualità della musica. Ma Berio non si è mai permesso di dire che il pop era musica di qualità, diciamo “bassa”, tutto il mondo classico in quegli anni lì schifava completamente il pop, invece Berio parlava anche dei Beatles, parlava del fatto che non esistevano i generi: esisteva la musica buona e quella meno buona. Invece c’è stata una nicchia di compositori contemporanei duri e puri che hanno affermato che il pubblico non contava niente, anzi era meglio allontanarsi dal pubblico e con questo metodo non li ha ascoltati nessuno e non esistono, è come se non esistessero per il grande pubblico. Certo, c’è una nicchia di appassionati ma è piccolissima.
Questo solo per dire qual è la mia logica anche nel caso del vino. Deve essere buono. Sono 2000 bottiglie l’anno, al massimo, ma per me è una cosa importante. Poi con gli anni ho imparato non solo ad apprezzarlo ma a conoscere meglio anche il mondo del vino. Anche se per me il vino è rosso, un po’ perché il bianco mi ha sempre fatto male, un po’ forse perché nella mia testa il vino era semplicemente rosso.
Vino e giovani? O bevono troppo o non bevono alcolici…
Prima della maggiore età bere non è una cosa salutare, poi la cosa tremenda è come fanno alcuni. Diciamo che a volte esagerano, anche con superalcolici. Certamente non scelgono il rosso.
Ci sarà poi un percorso come ci può essere nella musica: torneranno a sentire la musica vera a bere a mangiare il cibo vero a bere vino buono.
C’è certamente una grandissima responsabilità della famiglia, ora bere vino buono a prezzi ragionevoli si può. Una volta spendere meno voleva dire matematicamente bere male, oggi è vero che c’è un’altra attenzione anche da parte dei produttori. Nel caso nostro il problema non si pone, perché Gallo Otto è un vino biologico, Paolo non usa prodotti di sintesi né in vigna né in cantina e anche tutti gli altri vini che fa lui sono di qualità. Bere un bicchiere di vino ai pasti è una gran cosa, mi piace molto bere in compagnia, condividere una bottiglia.
L’intervista completa a Elio, con l’assaggio e il racconto dei vini, è disponibile sul numero di marzo del Gambero Rosso.
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