Un anno fa, Massimo Romani, amministratore delegato di Argea, aveva espresso al settimanale TreBicchieri del Gambero Rosso la volontà di investire sul segmento dei dealcolati ma aveva anche bacchettato le istituzioni per il ritardo sul decreto che disciplina la materia, e che a quel tempo stava bloccando gli investimenti delle imprese sul territorio italiano.
Ora che Masaf-Mef hanno risolto l’impasse sulle accise, uno dei maggiori gruppi vitivinicoli italiani, con ricavi 2025 a 462 milioni di euro (in lieve flessione rispetto ai 465 del 2024, per il 93% realizzati all’estero anche dopo l’acquisizione dell’importatore statunitense WinesU), annuncia un investimento di tre milioni di euro (sui 14 complessivamente previsti) per la costruzione di un impianto di dealcolazione dei vini sul territorio nazionale. Il piano industriale è in fase di definizione da parte del Cda. Non ci sono ancora dettagli sulla localizzazione, ma sarà in una regione del Settentrione, tra Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna, dove ci sono le principali sedi produttive.
«L’investimento iniziale di tre milioni di euro servirà per la costruzione degli impianti, comprese le cosiddette torri di dealcolazione, e per adeguarli alle nuove norme. Attualmente – spiega Romani – Argea produce circa 400mila bottiglie di prodotti dealcolati, che finora erano realizzati in Germania». Un percentuale ancora molto bassa, se si considerano i 165 milioni di bottiglie complessivi (erano 179 nel 2024), ma che si punta a incrementare notevolmente nei prossimi anni. Il Gruppo, che nel 2024 presentò la sua antologia dei no-alcol (in otto etichette), in questo 2026 al Wine Paris di Parigi ha annunciato l’esordio nel segmento ready to drink.
«Il mercato per questa nuova tipologia di prodotti c’è: in Germania è sviluppato, nel Nord Europa i consumatori sono interessati e negli Stati Uniti c’è molta curiosità. Inoltre – aggiunge il ceo di Argea – abbiamo registrato reazioni molto positive sugli spumanti, dove abbiamo raggiunto già un ottimo livello qualitativo, rispetto alle tipologie bianche o rosse, su cui c’è ancora da lavorare».

Sul mercato italiano, secondo il manager, sia sui prodotti no-low alcol sia sui ready to drink (Rtd) ci sono spazi di crescita: «Ritengo che i ready to drink, in particolare, possano facilmente trovare apprezzamento nelle grandi città come Milano e Roma, mentre nel resto del territorio si dovrà lavorare a fare comunicazione». Sui mercati, in ogni modo, la competizione è forte: «Siamo di fronte a una categoria molto specifica con un’area competitiva differente dai dealcolati , in cui si trovano prodotti a base vino ma anche a base spirit. In Italia – conclude Romani – produrremo Rtd a base vino, circa 3-4 referenze. Riteniamo siano prodotti molto buoni ma dobbiamo vedere come reagirà il mercato. Restiamo in attesa».
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