C’è spesso una cucina all’origine delle storie che funzionano. Quella di Elena Spisni profuma di latte caldo, radio accesa e pasta che riposa sotto un canovaccio, preparata poco prima da nonna Giovanna, romagnola di origine, bolognese di adozione. «Quando ero piccola, le domeniche migliori – a casa dei miei nonni – avevano il profumo della pasta fresca». È da qui che parte Basta che sia pasta, il primo libro della giovane sfoglina bolognese nata nel 1995, oggi food creator seguita da centinaia di migliaia di persone. Ma il ricettario – pubblicato da Mondadori – è quasi un pretesto: dentro c’è soprattutto una storia di eredità emotiva, di memoria familiare e di un talento che ha trovato nei social la sua cassa di risonanza.

Nel racconto di Spisni c’è un momento preciso in cui decide che la pasta sarà il suo percorso di vita. È il 2016 quando muore nonna Giovanna a cui era legatissima («Dal suo grande panetto giallo e liscio tagliava via un pezzetto che dava a me, insieme a un piccolo matterello»). Per un po’ Elena smette di impastare. Poi, a Pasqua dell’anno dopo, succede qualcosa.
«Ho deciso di fare di nuovo i suoi cappelletti». Prende farina, uova, matterello, tagliere, spatola. Sul tavolo la fontana che ha visto fare alla nonna decine e decine di volte, apre le uova, amalgama, impasta. Elena torna a stendere. «Quando abbiamo assaggiato il primo cappelletto, l’abbiamo improvvisamente sentita lì, come se fosse di nuovo seduta accanto a noi». È una scena familiare. E la pasta, da quel momento, non è più solo cucina: diventa linguaggio affettivo. «Ho capito che la pasta fresca non era solo il gioco che facevo da bambina, ma era il mio modo per ricordarla».

Elena Spisni con nonna Giovanna
Da qui parte tutto: i corsi con le sfogline, il blog personale, i social (in particolare Instagram dove conta centinaia di followers), i workshop fino a Los Angeles. Un percorso che ha il ritmo ostinato di chi ha una grande forza, anche emotiva.
Il motto di Spisni è semplice: «Che sia lunga o corta, liscia o rigata, classica o colorata: basta che sia pasta!». Nel libro questo si traduce in un impianto molto didattico (e utile per chi vuole cimentarsi nell’arte della pasta fresca, per nulla semplice). C’è la tecnica pura – dagli ingredienti agli utensili – ma anche un racconto più personale. Prendiamo gli strumenti. Il tagliere di legno non è nostalgia vintage ma fisica applicata: «Il tagliere è fondamentale perché il legno assorbe l’umidità della pasta e al tempo stesso le dona la classica porosità». Oppure la macchinetta, che i puristi guardano con sospetto: Spisni la sdogana con pragmatismo, definendola «uno strumento utile, specialmente per chi si avvicina a questo mondo per la prima volta».

La parte più interessante del libro è forse quella sugli impasti, dove emerge la Spisni più tecnica. Qui smonta la retorica delle dosi perfette: «Questa è una dose di riferimento e non va MAI presa alla lettera». Il motivo è quasi filosofico: ogni impasto è vivo. Cambiano il clima, le uova, l’umore di chi lavora. «Ogni impasto ha una consistenza, un profumo e un aspetto unici». È la grammatica della sfoglia spiegata alla generazione che ha imparato a cucinare su TikTok.

Il manuale è pieno di micro-consigli che tradiscono ore di laboratorio. Sulla conservazione, per esempio, Spisni è perentoria: «La cosa migliore da fare: mangiare subito ciò che abbiamo preparato». Se proprio non si può, entra in scena la tecnica: asciugatura su rete, frigorifero fino a tre giorni, oppure freezer. Per la pasta ripiena introduce la “sbianchitura”, una precottura lampo che serve «a sigillare la pasta e a mantenerla integra». È uno di quei trucchi da sfoglina vera che raramente finiscono nei libri.
Quando si arriva alle ricette, il tono cambia: diventa personale. I tortellini, scrive, «sono da sempre presenti nel mio Natale e custodiscono il sapore dei ricordi». La sua versione in brodo è dichiaratamente familiare: «Qui trovi la mia ricetta di famiglia: una versione tradizionale che per me sa di casa». Ma non è un libro nostalgico. Nei tortelloni “burro e oro” – dove l’oro è il pomodoro lucido – si vede la food creator contemporanea, capace di rendere Instagrammabile anche la cucina emiliana più ortodossa.

Alla fine del volume Spisni lo dice senza giri di parole: «La pasta fresca è diventata il mio modo per rallentare». È probabilmente qui la chiave del suo successo. In un tempo veloce, lei propone gesti lenti. In un feed affollato, un movimento ripetitivo e ipnotico, uova, farina, mani. E il libro funziona perché non promette rivoluzioni. Ma qualcosa di più raro. Il tempo per sé.
Foto di Manuela Bonci
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