“Perché le grandi multinazionali non utilizzano anche bambini down per le proprie campagne pubblicitarie ma solo famiglie perfette?” si è chiesta la Littizzetto sul palco dell'Ariston. La discriminazione, tuttavia, non si vince esponendoli alla pubblica piazza, a fini commerciali e per pubblicizzare prodotti, ma impegnandosi in iniziative concrete che puntino a un effettivo inserimento sociale che ne rispetti dignità e capacità.
Pubblicità

La questione discriminazione è una cosa seria. Tanto seria che va trattata con cognizione di causa, soprattutto se lo si fa da un palco, di fronte a milioni di telespettatori e in eurovisione. Altrimenti si rischia di banalizzare un discorso che ha invece diritto di essere tratto nelle sedi più importanti. E sicuramente l’argomento non può essere usato per ottenere applausi e consenso. Dal palco di Sanremo, durante una delle serate, si è parlato dei bambini affetti dalla sindrome di Down. Nello specifico il monologo di Luciana Littizzetto, sicuramente in buona fede, ha proposto di sostituire allo stereotipo della famiglia felice o del bambino bello e biondo (tipiche immagini che i creativi dell’advertising utilizzano per promuovere prodotti alimentari) l’immagine di una persona affetta da sindrome di down. Se l’obiettivo era lanciare una provocazione per avviare un dibattito costruttivo finalizzato al contrasto di ogni forma di discriminazione, allora, la missione è compiuta con successo. Se invece si tratta di un suggerimento rivolto alle grandi realtà industriali italiane affinché conferiscano una parvenza di normalità a queste persone esponendole a fini commerciali, beh, sorgono delle riserve. Soprattutto se si parla di alimentazione.

Non a caso alle mamme di bambini down si consiglia di prolungare l’allattamento per i primi due anni di vita e non fermarsi ai sei mesi canonici. Questo perché la trisomia 21 porta con sé una serie di difetti congeniti che possono portare a gravi patologie. La debolezza del sistema immunitario è uno di questi. La dieta deve essere quindi attentamente calibrata sulle esigenze di ogni individuo. Esporre l’immagine di una persona down su un prodotto alimentare non consigliato, sebbene di ottima qualità, può causare confusione. Approfondimenti e consigli sulla corretta alimentazione sono molto diffusi sul web e basta una semplice ricerca, ad esempio sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per avere informazioni dettagliate. Per quanto riguarda il discorso sull’inserimento sociale, invece, abbiamo visto come iniziative concrete, che non siano la mera esposizione, abbiano avviato (in alcuni casi con successo) un percorso virtuoso che ha conferito alle persone down la possibilità di dimostrare con i fatti che a mancare non sono abilità e competenze, ma la fiducia da parte del contesto sociale in cui cercano di inserirsi.

La Trattoria degli Amici, gestita a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio, ha affidato a ragazzi down il servizio di sala. Il progetto pugliese Xfood li segue in un percorso che comprende la coltivazione e la lavorazione delle materie prime, oltre che l’attività all’interno del ristorante, o semplicemente la pucceria Assurd, di Potenza, che vede due ragazzi down e due assistenti sociali lavorare in perfetta sinergia all’interno di una panineria. Forse, più che una foto su un cartellone pubblicitario, consentire a queste persone di lavorare e svolgere attività ‘normali’ può eliminare con maggiore efficacia il pregiudizio che li relega a diversi. O, meglio ancora, spronare le istituzioni con la forza dell’evidenza ad investire su ricerca e welfare.

Pubblicità