Caso Prosecco. I Consorzi si difendono: "Noi non giochiamo con la salute"

22 Nov 2016, 13:30 | a cura di Gambero Rosso

Per le bollicine del Nord Est un processo mediatico, a colpi di analisi chimiche sui pesticidi. La trasmissione tv "Report" ha sollevato il tema della crescita sostenibile e rispolverato vecchie ruggini coi produttori del Carso. Che adesso insistono sui risarcimenti

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Bollicine del Nord Est sotto attacco. La tanto attesa inchiesta di Report sul mondo del Prosecco ha lasciato dietro di sé un lungo strascico di polemiche. Il servizio, andato in onda su Rai Tre lunedì 14 novembre, ha descritto la difficile convivenza tra un settore, quello vitivinicolo, che sta facendo le fortune di molte aziende (e dell'export italiano) e i gruppi di cittadini, riuniti in diverse associazioni, infuriati per il presunto inquinamento dell'ambiente causato dai trattamenti fitosanitari.

Uno sviluppo che è stato dipinto come poco sostenibile, mentre sullo sfondo aleggia l'ipotesi (poi smentita) che l'uso dei fitofarmaci sia correlato a malattie tumorali, ma anche l'idea che i pesticidi usati nei campi si ritrovino all'interno del vino. Non solo: rientra nel calderone anche il complesso rapporto coi viticoltori del Carso, le promesse disattese da parte degli enti pubblici, e la richiesta di royalties sull'uso del nome Prosecco, frazione di Trieste, dove il Prosecco non si produce o, per altri versi, dove si è scelto di non produrre. 

Dopo il processo mediatico e il conseguente polverone sollevato da Report, abbiamo chiesto ai presidenti dei consorzi Prosecco Doc, Stefano Zanette, e Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, Innocente Nardi, di parlare a mente fredda. Entambi, però partono da un concetto: "Non abbiamo mai giocato con la salute, le analisi sul vino sono dalla nostra parte. Messaggi come questi rischiano di fare del male al Made in Italy".

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Non farete una causa a Report, ma cosa vi ha ferito di più in questa vicenda? 

ZANETTE: C'è stata innanzitutto confusione tra Doc e Docg. Purtroppo. Ma stiamo lavorando assieme ai cugini della Docg per chiarire meglio l'identità delle due aree storiche. Per il resto, mi spiace che una trasmissione del genere sia andata in onda su un servizio pubblico. La ritengo una grande pecca. Si colpiscono i grandi simboli del Made in Italy che dovrebbero, invece, essere tutelati. Ritengo che si sia agito in modo pretestuoso e che si sia fatta una cattiva informazione.

NARDI: Sono dell'idea che bisogna rispettare il lavoro degli altri, sia quello di trasmissioni come Report, sia quelli di produttori come noi. Tant'è che abbiamo aperto le porte delle nostre cantine alle telecamere e mi spiace che di un'ora di intervista rilasciata dal sottoscritto, siano andati in onda solo pochi secondi. Probabilmente, perché il resto non seguiva la tesi proposta sin dall'inizio di un "Prosecco malato". In questo modo, si rischia di fare del male a tutto il Made in Italy. Si è giocato troppo sul sensazionalismo. Penso, ad esempio, alle immagini degli elicotteri che sorvolano le vigne per i trattamenti, quando in realtà la pratica è stata archiviata da almeno tre anni, e anche allora era permessa solo in zone limitate.

 

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Il servizio tv ha posto l'accento sull'eccessiva vicinanza tra vigne e abitazioni, scuole, etc. Il problema è anche regolare i trattamenti fitosanitari...

ZANETTE: Il servizio ha usato immagini del territorio di Conegliano, dove c'è più promiscuità tra vigneti e case. Io, nonostante sia presidente della Doc Prosecco, abito nella zona Docg, e l'elicottero è da tre anni che non vola più. Sono stati bravi a trovare degli agricoltori, che non stavano usando protezioni e macchine con atomizzatori ad ampio raggio. Sulle colline è certamente più difficile usare sistemi di irrorazione a basso impatto, ma il cambiamento è in atto e ci sono, ad esempio, allo studio degli impianti fissi che evitino la dispersione. Nelle pianure, dove non c'è questa vicinanza con le abitazioni, le aziende più grandi stanno usando atomizzatori a recupero e ugelli anti deriva.

NARDI: Al momento ci saranno uno-due casi particolari, dove le distanze di sicurezza – stabilite dalla polizia rurale in 50 metri dalla strada – non saranno perfettamente rispettate, ma le amministrazioni, già allertate, stanno cercando di risolvere. Non si può pretendere di fare tutto dalla sera alla mattina. Con la salute non scherziamo e, visto che la vigna è la nostra casa, siamo i primi a vigilare. Dal 2011, infatti, abbiamo messo in atto tutto un percorso per superare le criticà con cui tutte – e ripeto tutte – le zone vocate si trovano a confrontarsi. Così, cinque anni fa è nato il Protocollo Vitivinicolo, il primo introdotto da un consorzio. Ne siamo orgogliosi. In una prima fase, ha coinvolto i produttori, poi i Comuni e anche gli agronomi liberi professionisti. Nel 2017, puntiamo a chiudere il cerchio in tutti i 15 Comuni su cui insiste la nostra denominazione. 

Che cos'è e cosa dice questo Protoccolo Vitivinicolo?

NARDI: È un disciplinare che cerca di applicare i criteri di lotta integrata avanzata, attraverso un uso ragionato dei fitiformaci, l'invito a non diserbare, le buone pratiche agronomiche, la gestione del verde e della chioma. Il tutto supportato da un team di tecnici sempre disponibili. In questo modo, dal 2011 al 2016, abbiamo eliminato l'utilizzo di 14 molecole di prodotti chimici, quelle che hanno impatto maggiore nell'uomo, ma – si badi bene – comunque consentite dal Ministero della Salute e dai protocolli regionali. Ciò significa che noi siamo a un terzo livello in avanti. Accanto a questo protocollo, abbiamo installato venti capannine metereologiche sul territorio, in modo che in tempo reale possiamo diffondere tra i soci i bollettini fitosanitari in ottica sostenibile, proprio per intervenire solo se necessario. Abbiamo perfino coinvolto i rivenditori di fitofarmaci, che devono condividere questo stesso percorso, nonostante vada contro i loro stessi interessi.

Quanti sono gli ettari convertiti al biologico?

NARDI: La presenza di coltivazioni biologiche all’interno della Docg è di 129 ettari e numerose aziende stanno per iniziare, o hanno già avviato, il percorso di conversione dei vigneti. In più, un gruppo di produttori di Prosecco Superiore biologico sta approfondendo l'opportunità di creare un biodistretto nell’ambito della Docg.

Presidente Zanette, a maggio 2016, invece, il Consorzio del Prosecco Doc ha aderito al sistema SOPT di Equalitas. Come sta andando?

ZANETTE: Io sono tra i sostenitori di Equalitas. Il percorso è graduale, collettivo (imprese, enti pubblici e cittadinanza) e prevede step di valutazione intermedi. Ci sono delle aziende modello che lo stanno applicando. Secondo me, tra due-quattro anni potremo arrivare a dei risultati importanti.

Ritorniamo ai vini del territorio. Le analisi Ussl e di alcuni laboratori privati hanno escluso il rischio per la salute

ZANETTE: Tutte le analisi, pubbliche e private, hanno detto che i residui sono molto al di sotto dei limiti di legge. E questo deve assolutamente tranquillizzare il consumatore. In un vino biologico sono state trovate sostanze consentite dalla legge, ma non ammesse per un prodotto che si vuole chiamare biologico. La cosa fondamentale è questa: bevendo Prosecco non si corrono rischi.

NARDI: Per noi il bollettino dell'Ussl7 di Conegliano parla chiaro: non ci sono rischi per la salute. E con questo chiudiamo la partita.

In che cosa hanno ragione i comitati di cittadini e le associazioni locali che protestano?

ZANETTE: Manifestare il dissenso correttamente è sempre costruttivo. Viviamo in una società evoluta e la sensibilità del consumatore per queste tematiche è positiva. C'è una presa di coscienza per cui occorre andare verso una sostenibilità ambientale e verso prodotti più sani. Certo che non si può far questo passaggio da un giorno all'altro. Ci vuole del tempo, a cominciare da quello per cambiare il parco macchine usate per i trattamenti.

In che cosa hanno torto?

ZANETTE: Hanno sbagliato a esasperare la protesta, creando allarmi ingiustificati e mettendo l'accento sul fatto che i bambini muoiono a causa di questi trattamenti. Invece, questa asserzione spetta alle strutture sanitarie, che però dicono con dati scientifici che la notizia è infondata.

Non temete un danno di immagine, in Italia e all'estero?

NARDI: Sono sicuro che la gente sia capace di capire. Chi lavora col vino sa benissimo che in tutto il mondo – e non solo a Valdobbiadene – il vigneto può essere attaccato da oidio e peronospera. Ma allo stesso tempo, chi ci conosce sa che lavoriamo in modo sostenbile. E sono del parere che bisogna apprezzare chi si sporca le mani e si spacca la schiena a lavorare su queste colline. Per il resto, dopo il polverone mediatico degli scorsi giorni, i dati Ussl hanno già chiarito tutto. Siamo abituati a guadagnarci il successo con il sudore e continueremo a farlo.

Ma tutto questo polverone non potrebbe mettere a repentaglio la candidatura Unesco delle Colline di Valdobbiadene?

NARDI: Prima di tutto la candidatura Unesco non riguarda il Prosecco Superiore: noi candidiamo tutto un territorio, con le sue splendide colline, dove l'uomo negli anni ha saputo sviluppare un modello di sostentamento economico. In passato con altre attività, oggi con la viticoltura, ma sempre nel rispetto dell'ambiente. Il problema non esiste: ci sono tutte le condizioni di unicità. Si va avanti.

Altra accusa al vostro indirizzo: non esisterebbe più la biodiversità, divorata dai vigneti?

NARDI: Accusa infondata. Vi invito a riguardare le immagini mandate in onda dalla stessa trasmissione che smentiscono quanto affermato. O a venire nelle nostre Colline dove, in 15 Comuni interessati dalla Docg, 7 mila ettari sono di vigneto e 7 mila di bosco. A cui si aggiungono altri 12 mila ettari interessati da aree alberate.

La tv vi ha dipinto come quelli che per fare profitto non si fermano di fronte a niente

ZANETTE: Mi piacerebbe capire in cosa utilizziamo solo la logica del profitto. Report è riuscita a descrivere come negativa la crescita dei numeri del Prosecco, che invece è strettamente legata in modo sostenibile alla crescita dei mercati. Cito un dato: i nuovi 3 mila ettari autorizzati di recente andranno distribuiti tra Veneto e Friuli, dove la viticoltura rappresenta solo il 3% della superficie agricola utilizzata.

Veniamo ai rapporti coi produttori del Carso. È vero che, a seguito degli accordi del 2009, molte promesse per loro importanti non sono state mantenute? 

ZANETTE: Non sono d'accordo nel dire che siano stati danneggiati. Non possono imputare al sistema produttivo il fatto che qualche promessa non è stata mantenuta. I produttori del Carso avevano sottoscritto un protocollo con Regioni ed enti locali, non con il Consorzio. Noi produttori non abbiamo tolto nulla ai carsolini. Loro vorrebbero ristrutturare i loro terrazzamenti, ma, avendo altre identità, nei loro territori il Prosecco non lo vogliono fare.

NARDI: Il protocollo che avevano firmato nel 2009 era con la Regione Friuli Venezia Giulia. Io sono del parere che i patti vadano rispettati, ma non riguarda noi del Consorzio.

Dallo speciale andato in onda sembra che non possano produrre Prosecco.

ZANETTE: Questo è un errore. Il Prosecco Igt si poteva produrre in tutto il Friuli Venezia Giulia dal 1977, poi con il passaggio alla Doc anche il Comune di Trieste è stato inserito tra quello che lo può produrre. Non solo: nel nuovo disciplinare si può vinificare e spumantizzare a Trieste e fuori provincia, con la possibilità di usare in etichetta anche la traduzione in lingua Slovena. Più di cosi non possiamo fare. Poi, se farlo o meno, resta una loro scelta.

NARDI: Da sempre la zona vocata è stata quella di Conegliano Valdobbiadene, dove abbiamo dato l'interpretazione migliore di Prosecco Superiore negli ultimi 150 anni, da quando è nata la Scuola Enologica di Conegliano, divenuta nel tempo un vero polo scientifico che ci ha guidato nel fare il nostro vino. Il successo del Prosecco nasce anche da questo. Nel 2009, si è fatto un riordino, allargando alle provincie autorizzate, fino a Trieste. Se i carsolini volessero produrre Prosecco, adesso ne avrebbero la possibilità, ma non credo siano intenzionati.

Perché non dovreste dare qualcosa in cambio ai produttori del Carso che hanno prestato il nome alla Doc? C'è un modo alternativo per renderli partecipi del successo del Prosecco?

ZANETTE: Chiedere delle royalties è una richiesta inverosimile e, se vogliamo, pietosa. È come se i cittadini di Asti, esclusi dalla Docg, chiedessero i diritti sul nome al Consorzio dei produttori. È una cosa assurda. Se ricorreranno alle vie legali faranno un torto ai loro stessi fratelli friulani. Piuttosto, visto che hanno in mano una località che oggi è nota in tutto il mondo, lavorino per promuovere il loro territorio. Ci devono credere, ma evitendemente non c'è volontà di lavorare in questa direzione.

NARDI: Noi abbiamo esteso anche al loro territorio e se vogliono possono avere gli stessi benefici. Pretendere da noi un'autotassazione da conferire loro, equivarrebbe ad approfittare del lavoro degli altri. In ogni caso, noi abbiamo costruito ed è in questa direzione che bisogna lavorare. Non in quella della delegittimazione.

Il punto di vista dei produttori del Carso

Ma vediamo cosa ne pensano dall'altra parte della barricata, ovvero nelle zone limitrofe al paesino di Prosecco, quello che nel 2009 si ritrovò all'interno della denominazione veneta grazie (o a causa) al suo nome, con cui è stato possibile blindare l'intera produzione. Allora, però, le associazioni carsoline erano insorte e, per avere il loro lasciapassare, la Regione Friuli Venezia Giulia e il Mipaaf (con l'ex ministro Luca Zaia) avevano accettato di firmare un Procollo d'Intesa con diverse promesse per il territorio. Ma oggi, a sei anni di distanza, quanti e quali di quei punti sono stati rispettati? Il Mipaaf è completamente venuto meno ai patti”, dice Franc Fabec, presidente dell'Associazione agricoltori-Kmecka Zveza “e, da ultimo il ministro Martina ha dichiarato che ormai il protocollo è scaduto (la durata era 72 mesi; ndr) e non ha intenzione di rinnovarlo”.

E la Regione? “Di fatto dal 2009 ha investito 400 mila euro per la nostra zona, con cui si sta costruendo un centro di promozione dei nostri prodotti. Altri 800 mila euro li ha investiti per sistemare le strade agricole del costone carsico. Infine, 70 mila euro sono stati destinati al Masterplan, uno studio sull'agricoltura della provincia di Trieste. Tuttavia, non ha fatto la cosa più importante, evidenziata anche dallo stesso Masterplan: i piani di gestione del territorio, senza i quali sul Carso non si possono impiantare nuovi vitigni. Così siamo soffocati dalle restrizioni ambientali”. Si tenga conto, infatti, che il 75% del territorio carsico rientra nelle zone Natura 2000, dove appunto ogni attività è regolarizzata da Piani di gestione. Dei sette vincoli ambientali, con cui i viticoltori devono convivere, solo quello idrogeologico è stato in parte superato. Risultato: in sei anni non è stato impiantato nemmeno un nuovo ettaro di vigneto. “Altro che mettersi a fare Prosecco” continua Fabec “non potremmo a causa di questi vincoli. Poi, è vero che per noi conta più la produzione qualitativamente controllata e non faremmo mai un prodotto come il Prosecco, dove contano di più i numeri”.

In ogni caso è vero, che alla firma del Protocollo, nel 2010, i Consorzi del Prosecco Doc e Docg non c'erano e quindi non avevano preso parte alle trattative: “Sì, è vero, ma così si arricchiscono solo i veneti e noi restiamo a guardare. Da qui era nata l'idea della royalty. Ma cosa succederà adesso? I carsici andranno avanti? Potranno effettivamente rivendicare l'uso del nome? Fabec non esclude l'idea di una causa legale, portata avanti soprattutto da parte di chi, nell'area del paesino di Prosecco, si è messo a riprodurre Prosekar, un vino totalmente diverso dalle bollicine venete e composto da Glera, Vitovska e Malvasia. In quel caso tutte le associazioni del territorio non si tirerebbero certamente indietro. Saranno veramente questi giovani a mettere in crisi un colosso come il Prosecco?

a cura di Gianluca Atzeni e Loredana Sottile

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