È passato un mese dall'annuncio dello storico accordo Cuba-Usa che potrebbe segnare la ripresa economica dell'arcipelago caraibico. Quali prospettive per il vino? Lo abbiamo chiesto ai produttori che già da anni frequentano il Paese. E intanto c'è chi sta pensando di investirvi...
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La AM Group di Alessandro Moscatelli è presente a Cuba sin dal 1997. L’azienda è fornitrice ufficiale dell’amministrazione pubblica cubana di materiali elettronici e informatici e ha una propria filiale all’Avana. Dal 2011 ha creato una divisione commerciale, Like Italy, che propone, tra l’altro, i vini delle diverse regioni italiane. A proposito della ripresa dei rapporti diplomatici tra Usa e Cuba e i possibili risvolti sul mercato (vedi Tre Bicchieri n°50 del 18dicembre 2014) Moscatelli, da imprenditore ben introdotto, è molto cauto: “Sono anni che si parla di disgelo e ora ci sono delle possibilità di apertura ma bisogna essere realisti e rimanere con i piedi per terra. Quanto al vino, lo spazio si sta ampliando e anche i cubani si stanno avvicinando sempre più a questo prodotto ma è un progresso lento”. Anche Andrea Sartori, dell’omonima azienda vinicola veronese che può vantare una presenza nell’isola caraibica da almeno quindici anni, è scettico e ha l’impressione “che tutto sia come sospeso: non credo ci sia un’evoluzione rapida della situazione. I volumi di vino italiano sono ancora molto ridotti e in attesa di un cambiamento, non resta che presidiare il mercato”. A Cuba dove soprattutto si beve birra e si consumano cocktail a base di rum, famosi in tutto il mondo, lo spazio del vino a partire dagli anni Sessanta è iniziato a crescere. Gli spagnoli svolgono un ruolo importante e sono stati un po’ i pionieri. Per effetti dei legami internazionali di Cuba, in passato sono arrivati vini russi e in generale dell’Est europeo, poi hanno iniziato a prendere piede i latino-americani e in particolare gli attivissimi cileni e anche gli argentini. Il pioniere tra gli italiani è stata l’azienda friulana Fantinel che dal 1994 ha operato a Cuba con una joint venture denominata “Vinos Fantinel” creata per la produzione di vini destinati al mercato locale, che ha dato vita ad una cantina, la Bodega San Cristobal di Pinar del Rio. Quest’ultima nel 2004, dopo essere stata avviata alla produzione di oltre un milione di bottiglie, è stata consegnata al governo cubano. Oggi è possibile trovare un’ampia gamma di vini, dallo Champagne ai Bordeaux, dal Tignanello al Brunello. Gli italiani rappresentano circa il 10% del vino totale presente.

Rodolfo Maralli, direttore sales & marketing di Banfi, racconta del crescente interesse per il vino da parte dei cubani: “In occasione di una degustazione della nostra gamma di prodotti con i sommelier locali, sono rimasto piacevolmente impressionato perché le domande che ci venivano poste erano tutte molto pertinenti. La cultura del vino si sta facendo largo in modo trasversale, ma un nostro Brunello a 120 dollari, in rapporto al loro reddito, resta inavvicinabile”. Attualmente lo stipendio medio di almeno la metà dei cubani, non supera i 20 dollari. Stefano Leone, international export director dei Marchesi Antinori – l’azienda è a Cuba da vent’anni con una gamma di 30 referenze – spiega che l’espansione del mercato “è limitata dallo stesso sistema distributivo ma le opportunità ci sono: basti pensare al nuovo porto turistico con il duty free e alle altre iniziative economiche in programma. La mia sensazione è che se ci saranno cambiamenti, saranno graduali”. Maurizio Tortomasi di Ditalia, dal 2008 sul mercato cubano, osserva che “nel 2013 sono stati aperti 350 nuovi ristoranti”, ma anche lui è d’accordo che il sistema distributivo centralizzato è una strozzatura e cita un detto locale: “A Cuba non si vende, è Cuba che compra”. La sensazione comunque è di evoluzione, motivo che sta spingendo molti operatori italiani, grandi e piccoli, sia a studiare il mercato, sia a passare all’azione. Mara Cottini è titolare, insieme alla famiglia, di Scriani, una piccola azienda di Fumane in Valpolicella. Qualche mese fa ha partecipato alla XV Fiera Internazionale del Vino de l’Havana: “Qui per entrare nel mercato bisogna avere le conoscenze giuste” racconta “La parola Amarone mi ha aiutato ad aprire qualche porta perché qui l’alcolicità elevata non fa paura, anzi. Sono tornata a casa con dei contatti interessanti che sto approfondendo. Penso valga la pena di continuare”.

Antonio Santarelli dell’azienda laziale Casale del Giglio dopo un prima missione esplorativa legata alla sponsorizzazione della Semana de la Cultura Italiana en Cuba dello scorso novembre, ha deciso di fare il salto e investire: “Sono conscio che ci vorranno almeno 3 anni di lavoro. Sappiamo che le possibilità ci sono ma d’altra parte l’Eldorado non esiste: ci vuole pazienza, tenacia, continuità. Il nostro” conclude “vuole essere un investimento a lungo termine”. Guarda al futuro Alessandro Bentini della Globen, che funge da export manager di una ventina di aziende italiane di varie regioni, e osserva che “il mercato è in espansione e quando finirà l’embargo e cadranno le barriere, a Cuba ci sarà bisogno di tutto. Nel 2013 nell’isola ci sono stati 2,5 milioni di turisti ma la richiesta è di venti volte tanto e gli americani prima o poi faranno degli investimenti pesanti: ci sarà molto da lavorare”. Tra le prossime scadenze il Festival International Habanos (Cuba 22 febbraio-1 Marzo 2015) dove il Consorzio Chianti Docg sarà uno degli sponsor e in collaborazione con la l’Associazione Sommelier Cubana, presenterà i vini e gli abbinamenti con i sigari. Per ora piantare la bandierina è il primo passo ma senza farsi illusioni. Basti pensare che due notissimi marchi italiani come Antinori o Banfi ogni anno fatturano tra i 50.000 e i 70.000 dollari.

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a cura di Andrea Gabbrielli

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre bicchieri del 22 gennaio

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