80% di pinot nero e 20% di chardonnay, 11 anni di affinamento sui lieviti e una consistenza che stupisce per carnosità e avvolgenza. Lo firma Ruben Larentis, l’enologo di casa Ferrari dal 1986.

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Ai Lunelli piacciono le sfide. Di quelle ambiziose, complicate e di lungo respiro. Quelle che servono per capire quanto si può alzare l’asticella, e che possono dare ulteriore slancio anche a progetti nuovi e vecchi.

 

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Giulio Ferrari Rosé

A quasi 40 anni dal lancio del Giulio Ferrari, il Blanc de Blancs più celebre, e anche il più costante e definito tra le bollicine italiane, scocca il momento del Giulio Ferrari Rosé. La sfida col tempo si sposta sul terreno del pinot nero, con un saldo di chardonnay al 20% nella cuvée, proveniente dai vigneti di famiglia in alta quota. Ben 11 gli anni di maturazione sui lieviti, qualcosa di unico nel campo delle bollicine italiane in rosa. “Il tempo regala complessità, verticalità e freschezza. La sfida col pinot nero parte da lontano: prima il Rosé, poi il Perle Rosé, il Perlé Nero, il Maso Montalto per il Pinot Nero in rosso. Questa è una nuova tappa del pinot nero, il risultato di una storia d’amore e di una filosofia: la nostra ossessione per l’eccellenza”, racconta Matteo Lunelli.

Giulio Ferrari Rosé

La prima annata

L’esordio arriva con l’annata 2006millesimo ricco e potente che già avevamo conosciuto nel polposo Giulio Ferrari presentato sul mercato 12 mesi fa. La firma è sempre quella di Ruben Larentis, l’enologo di casa Ferrari dal 1986. Un personaggio schivo, che ama stare dietro le quinte, tra le sue cuvée, aggiornandosi di continuo con i colleghi francesi e non solo. Ed eccoci al Giulio Ferrari Rosé: colore salmone e riflessi ramati da pinot nero. I profumi sono maturi, complessi e articolati, ma dalle note tostate delicate e aggraziate; i toni sono ariosi, su ricordi di ginepro e tè nero. In cosa è davvero speciale? Nella consistenza, nelle sensazioni tattili dettate da una bollicina sussurrata che è in secondo piano rispetto alla carnosità e viscosità del frutto rosso, cremoso, dolce, di gelsi neri, rilanciato da sensazioni quasi piccanti che danno un ritmo lento e soffuso al sorso. Da sorseggiare lentamente, anche se non manca di certo l’aspetto goloso, perfetto per il fine pasto.

Insomma, un profilo che mantiene struttura e tratti raffinati del fratello in bianco, ma si discosta per maturità e versatilità in tavola. Con una dolcezza di frutto e avvolgenza più pronunciata, non conferita dallo zucchero ma da un gioco sui vini di riserva, tenuti in magnum, e alcuni contrappunti che sembrano ricordare la lezione del Solera, giocando su tenui contrasti ossidativi sul piano aromatico. È una prima, ora l’attendiamo alla prova del tempo, lì dove il Giulio Ferrari mette la freccia sui competitor italiani.

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Giulio Ferrari e il valore del tempo

I recenti riassaggi del 1993 e del 2001 sono lì a dimostrarlo: questi vini non solo tengono ma migliorano con il riposo in bottiglia. Non succede spesso alle cuvée italiane. Mentre sul fronte rosa, un riassaggio del Perlé Rosé 2005 impressiona su tutti i fronti e fa ben sperare. Il posizionamento del Giulio Rosé? Molto alto, in enoteca dovrebbe aggirarsi sui 200 euro. Solo 5mila bottiglie prodotte per una Riserva di TrentoDoc che è uno stimolo all’intero comparto spumantistico italiano, che ha bisogno di visione e coraggio, che cerca strade proprie, e crea cuvée che profumano di territorio.

L’evento

Il battesimo del Giulio Rosé s’è tenuto nella cinquecentesca Villa Margon, sulla montagna che domina Trento. In abbinamento un menù ricamato dallo chef Alfio Ghezzi, tra affreschi, ravioli con il parmigiano che scricchiola sotto i denti, porcini e caprioli. Accanto alla villa, che ospitò prelati da tutta Europa per il Concilio di Trento, c’è un galoppatoio. Ci allontaniamo un attimo con Gino Lunelli. “Quell’abete lì nel mezzo(enorme, altissimo, n.d.r.) è stato piantato dagli eredi di Salvadori, com’era usanza ai tempi, per la nascita di una figlia. Era il 1894”. Otto anni più tardi Giulio Ferrari dava il via alla sua prima sfida. Nasceva Ferrari.

 

a cura di Lorenzo Ruggeri