Gli indici internazionali suggerirebbero una quotazione, ma il tessuto imprenditoriale italiano ha forti remore. Giv, Antinori, Zonin: "Ecco perchè non ci interessa". E se arrivassero i gruppi starnieri a fare campagna acquisti come è successo nel settore moda?
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Per molti, se non per tutti, un vero e proprio tabu. La quotazione sul mercato azionario resta una scelta ancora lontana dagli orizzonti e dalle prospettive di investimento delle aziende vitivinicole italiane. Nonostante molte di esse, a guardare i bilanci, appaiano in grado di operare il fatidico passo, c’è qualcosa che funge da freno, che non convince fino in fondo. E che non fa scoccare la scintilla. Nel resto del mondo, dalla Spagna al Nord America, dal Cile alla Francia, le società vinicole quotate sono 46, fanno grandi numeri e beneficiano di un generale trend positivo che, secondo Mediobanca, da gennaio 2001 a marzo 2014 ha visto crescere l’indice complessivo vinicolo del 225,7%, nettamente al di sopra della media delle Borse mondiali, a +61,8%. Va detto che non è andata bene per tutti i singoli Paesi (come Cina, Cile e Australia), ma l’elemento che si osserva è la latitanza delle società a passaporto italiano, nonostante le buone performance in termini di competitività. “In Italia il rapporto con i mercati finanziari è tradizionalmente trascurabile“, scrive l’Ufficio studi Mediobanca nella consueta Indagine sul settore, ricordando che chi si misura coi mercati lo fa in modo indiretto, attraverso la quotazione della controllante che è socio industriale, nel caso di Campari, o investitore finanziario nel caso di UnipolSai, di Allianz con San Felice e di Generali con Geneagricola. In maniera indiretta è in borsa anche Santa Margherita attraverso il Gruppo Zignago. Dieci anni fa, si parlò di ingresso a Piazza Affari del più grande gruppo vinicolo italiano, il Giv; e nel 2007/08 tastò il terreno della quotazione anche la piemontese Giordano Vini. Casi sporadici.

Ma quali sono i motivi di questa resistenza? Mancanza di coraggio, scarsa convenienza? A giudizio di Stefano Cordero di Montezemolo, economista e docente di finanza strategica presso le Università di Firenze e di Palermo, che nel 2005 assieme a Mediobanca pose le basi per la creazione dell’indice delle società vinicole quotate, “la situazione da allora a oggi non è mutata. Rispetto al vino, gli investitori concepiscono le imprese come aziende dal basso profilo di rischio; la proprietà resta una sorta di bene intangibile e la struttura patrimoniale, di stampo familiare, non li avvicina. Alla finanza, infatti, non interessa comprare terre e immobili perché si è visto che la rivalutazione di questi beni è opinabile. Per entrare in borsa mancano inoltre precisi piani di crescita industriale, che dovrebbero basarsi sulla separazione del patrimonio agricolo fondiario da quello legato al prodotto trasformato“. Per Davide Gaeta, docente di marketing agroalimentare all’Università di Verona, uno dei motivi si lega alla struttura familiare delle imprese del vino: “C’è una forte matrice culturale rurale, meno propensa a gestire il capitale in maniera condivisa; altra ragione è il nanismo delle imprese del vino e anche quello della stessa Piazza Affari che, se confrontata con altre borse internazionali, non appare ideale per raccogliere capitali. Oltre alla redditività bassa del settore, pesa una mentalità imprenditoriale che in Italia, paese di risparmiatori, è meno sviluppata di altre realtà. Si pensi, ad esempio, alla borsa di Wall Street dove la formula del venture capital è quella più utilizzata“. Anche Augusto Marinelli, docente ordinario di economia agraria all’Università di Firenze, pone l’accento sulla forma mentis italiana: “Siamo molto bravi a produrre, ma meno nella fase commerciale. C’è una mentalità padronale e aziendale e non imprenditoriale che intende misurarsi coi mercati finanziari. È comprensibile che andando in borsa ci si giochi in qualche modo il patrimonio. Inoltre, non dimentichiamo che ogni grande azienda ha il suo marchio con cui andare alla conquista del mondo ognuno con il proprio canale privilegiato“.

Qual è la posizione di alcuni importanti top seller italiani? Il gruppo Giv, con il suo vice presidente Rolando Chiossi, è molto chiaro: “Effettivamente dieci anni fa si parlò di un nostro interesse a quotarci, ma a seguito del riassetto avvenuto nel Gruppo nel 2008/09, con la fusione fra Riunite e Civ e la presa di controllo di Giv spa al 100% da parte della coop unificata, tale ipotesi è venuta meno. Nel nuovo piano triennale, l’attenzione è su sviluppo ed efficienza. La Borsa è ipotesi esclusa“. Sulla stessa linea la Casa vinicola Zonin, altro grande player veneto che nella classifica Mediobanca vanta il maggiore sviluppo delle vendite 2008-2012 (+66,9%): “Al momento escludiamo una quotazione. La nostra strategia è quella di espanderci, acquisendo tenute, consolidare e sviluppare i brand” spiega il financial controller Michele Zonin  che individua alcuni fattori chiave, tra cui quello affettivo: “Quotarsi provocherebbe una rivoluzione amministrativa in azienda; poi le grandi imprese italiane sono in mano alle famiglie e spogliarsi di una percentuale di quote per darle al mercato è difficile da digerire; c’è anche un mercato che non coglie la logica dei tempi lunghi del settore vinicolo; e c’è un assottigliarsi della redditività del settore, che però vanta un alto valore patrimoniale, spesso non considerato dalle banche. In conclusione, per andare in Borsa ci deve essere motivo valido“. Renzo Cotarella, amministratore delegato di Antinori, sottolinea la non opportunità di una quotazione: “Un’azienda orientata alla qualità come la nostra penso sia antitetica a un’ipotesi del genere, nel senso che i tempi lunghi e le performance non immediate del mondo del vino sono in antitesi con la richiesta di performance trimestrali del mercato azionario. Imprese come la nostra devono talvolta saper rinunciare a fatturare se il vino non è valido. Come fai, poi, a spiegare al mercato che per quell’anno non potrai vendere il tuo vino di punta? C’è poi l’aspetto redditività: la gran parte delle imprese italiane hanno un patrimonio troppo alto rispetto ai volumi venduti. Ma per andare in Borsa un’azienda deve possedere una spiccata azione commerciale, con pochi legami sugli asset patrimoniali, come vigneti e cantine. Antinori, su 150 milioni di fatturato, ha un ebitda del 40%, ma per raggiungere questo risultato sono stati investiti centinaia di milioni.

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In conclusione, quali sono i possibili scenari, dal momento che anche i fondi di investimento stentano ad entrare in modo deciso nei capitali del vino? “Serve accorpare” dice Gaeta “creando gruppi di imprese sotto un’unica anima di controllo, con forte trasparenza. Occorre fare delle holding e conferirgli i marchi. Il modello è Constellation Brands. E soprattutto, vito che il marchio Italia è forte all’estero, lascerei stare Piazza Affari per scegliere Wall Street“. Per Stefano Cordero di Montezemolo l’occasione è buona: “Come? Grazie agli imbottigliatori, che devono crescere approvvigionandosi di materia prima di qualità e dovrebbero essere incentivati secondo principi di fornitura, nel senso che le aziende che a loro vendono il prodotto andrebbero sostenute in un piano di trasformazione da confezionatrici a fornitrici. Sul mercato dovrebbero quindi operare imprese commercialmente forti sostenute da altre che garantiscono materia prima. E questa visione, questa linea di tendenza, dovrebbe essere alla base di un progetto ministeriale. Visione che ho colto in altri Paesi, come Australia, Usa, Cile. In Italia, invece, ci sono tante aziende artigianali ma senza una struttura in grado di portarle sul mercato. E il rischio è che accada come nel settore moda, con i grandi marchi stranieri a fare campagna acquisti. E ci ritroveremo impreparati“.

Ma quale è lo scenario nel resto del mondo? La struttura proprietaria delle principali società vinicole quotate è nel complesso concentrata e il panel analizzato dall’Ufficio studi di Mediobanca, nella sua Indagine sul settore, comprende solo due public company: le australiane Treasury Wine Estates e Australian Vintage. Le quattro società francesi e la tedesca Sektkellerei Schloss Wachenheim sono a controllo familiare (si tratta per lo più dei discendenti dei fondatori), con quote superiori al 70% nei casi di Lanson-BCC e di Vranken-Pommery Monopole. Seppur con percentuali inferiori, nella Viña Concha y Toro (51,3%), nella statunitense Constellation Brands (50% dei diritti di voto) e nella canadese Andrew Peller (35,2%) i primi azionisti sono ancora costituiti da famiglie e persone fisiche. La cilena Viñas Santa Rita è controllata con una quota superiore all’80% da una conglomerata quotata, la Compañía Electro Metalúrgica, attiva nel settore metallurgico e nella produzione di contenitori in vetro per bevande. Nell‟altra cilena, la Viña San Pedro Tarapacá, il controllo fa capo ad una joint-venture tra Heineken e famiglia Luksic, attraverso una catena societaria. Una multinazionale è presente anche nella compagine della sudafricana Distell Group: si tratta della SABMiller che con il 29% si affianca alla quota di controllo riconducibile alla holding Remgro-Capevin Investment, con il 57,7%. Infine, la famiglia Reina, proprietaria della Illva Saronno, detiene il 33% della Yantai Changyu Group che controlla il 50,4% della operativa Yantai Changyu Pioneer Wine. Le restanti quote della controllante cinese fanno capo per il 45% a una holding partecipata da dipendenti e manager, per il 12% alla municipalità di Yantai e per il residuo 10% a una società della World Bank dedicata agli investimenti nei Paesi in via di sviluppo.

Volendo fare una sintesi si possono dunque individuare 5 motivi che non favoriscono l’entrata in borsa delle case vinicole: innanzi tutto il brand di monte aziende italiane è così forte da non richiedere la pubblicità legata alla Borsa, in Italia il rapporto tra valore di Borsa e Pil è il più basso tra i Paesi occidentali, le imprese del vino italiane sono più piccole rispetto ai competitor nel vino. Questo elemento rende la quotazione proporzionalmente più onerosa, le grandi italiane sono cooperative (azionariato diffuso) e questo complica operazioni di aumento di capitale, rendendo inutile l’offerta pubblica di vendita. Inoltre, i margini bassi legati alla specificità delle coop mal si conciliano con un mercato azionario che lavora sui dividendi. Infine l’elevata componente immobiliare di molte aziende italiane non interessa la Borsa. Occorrerebbe lo scorporo delle attività commerciali.

a cura di Gianluca Atzeni

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Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 10 luglio. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E’ gratis, basta cliccare qui.