Mentre l'export agroalimentare italiano verso Mosca si riavvicina valori pre-embargo, arriva una nuova minaccia: un decreto male interpretato rischia di mandare in bancarotta l'80% degli importatori russi di alcolici. Ma se fosse solo una tempesta in un bicchiere di vino?

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L’introduzione dell’accisa agevolata

In questi giorni si fa un gran parlare, sulla stampa specializzata e non, della presa di posizione del Ministero delle Finanze russo, il quale parrebbe intenzionato a eliminare lo sconto sulle accise dei vini di importazione, addirittura con effetto retroattivo al gennaio 2016. Ma andiamo con ordine, altrimenti rischiamo di non capire il perché di una presa di posizione che appare, al minimo, assurda, anche perché in questa commedia gli attori sono tanti e non tutti recitano a copione.

Nell’ambito della riorganizzazione del mercato degli alcoolici, devastato da importanti numeri di produzione illegale e/o falsa, il Governo russo ha varato il programma di controllo elettronico denominato Egais, che in pratica controlla, direttamente dall’apparato cassa del venditore, la legalità delle operazioni doganali di importazione, o di transazione commerciale intervenute fino al retail. Sembra funzioni bene e sicuramente ha un po’ limitato l’illegalità. Con l’occasione erano state riviste anche le aliquote delle accise sui vini, introducendo un’accisa agevolata sui vini Dop e Igp. Questo, non solo sulla spinta della lobby dei produttori della Russia del Sud (soprattutto Regione di Krasnodar e Crimea), ma anche e soprattutto per incentivare la produzione interna, che nonostante i cospicui aiuti varati negli ultimissimi anni stenta a decollare. Fu quindi stabilito che, dal 1 gennaio 2016, sui vini fossero applicate accise di 9 rubli/litro (a quel tempo circa 11 cent.) e sugli spumanti 26 rubli/litro (a quel tempo circa 32 cent.). Queste accise, per i vini etichettati Dop e Igp, venivano ridotte rispettivamente a 5 e 13 rubli/litro, quindi alla metà.

 

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L’interpretazione sbagliata

La strada dell’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni”, recita un vecchio proverbio: nessuno si preoccupò di tradurre in parole chiare una giustificabile agevolazione (aiutare i produttori interni), ragion per cui anche gli importatori se ne avvalsero subito, riempiendo gli scaffali di vini con improbabili etichette a denominazione. Dopo un anno e mezzo, anche al Ministero delle Finanze si sono accorti di quello che avevano combinato, ottenendo addirittura l’effetto contrario alle intenzioni. Infatti, secondo le statistiche doganali nel 2016 le importazioni di vino fermo sono aumentate del 4,5% (174,73 milioni di litri) e quelle di vini spumanti del 4,8% (34,85 milioni di litri), mentre la produzione di vini nazionali, al contrario, è scesa rispettivamente del 7,7% e dell’8%.

Ma non solo, ai conti dell’erario mancano diversi miliardi di rubli rispetto alle previsioni. Di qui la rilettura “attenta” di questa legge con il verdetto: “si doveva capire che l’agevolazione era da intendersi solo per il prodotto nazionale”. Ma non è tutto: gli stessi che hanno combinato il pasticcio – forse per riabilitarsi – sostengono che a questo punto gli importatori dovranno pagare l’aliquota intera, con effetto retroattivo, dalla data dell’entrata in vigore della tassazione.

Per inciso, nell’anno in corso le accise sono state aumentate a 18 rubli/litro (oggi circa 30 cent.) e sugli spumanti 36 rubli/litro (oggi circa 60 cent.), mentre per Dop e Igp sono rimaste rispettivamente a 5 rubli/litro (oggi circa 8 cent.) e sugli spumanti 14 rubli/litro (oggi circa 23 cent.). Quindi l’eventuale conto per gli importatori si farebbe ancora più salato.

 

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A rischio l’80% degli importatori

Si parla di cifre molto importanti. Da alcuni conteggi, pare che qualche grosso importatore debba pagare cifre superiori ai 100 milioni di rubli (al cambio odierno pari a oltre 1,6 milioni di euro). Questo fatto determinerebbe il fallimento e la conseguente uscita dal mercato di quasi l’80% degli operatori (anche se c’è chi giura che sarebbero sostituiti in un baleno!). C’è da dire che la cosa è poco credibile, dato che la lobby degli importatori di alcoolici è molto potente e, se non ha santi in paradiso, sicuramente conta su un cospicuo e agguerrito manipolo alla Duma.

Riflessi sul mercato interno e sulle importazioni? Non troppo pesanti: si stima che su una bottiglia di vino medio (prezzo allo scaffale fino a 500 rubli – circa 8 euro), l’aumento sarà contenuto fra il 5 ed il 10% massimo. Per i vini di livello medio-alto, il costo dell’aumento delle accise non avrà un impatto significativo.

 

Verso la fine dell’embargo sui prodotti agroalimentari?

Mentre il vino italiano sta col fiato sospeso per capire cosa succederà con il caos accise russe, il premier Paolo Gentiloni ha incontrato nei giorni scorsi a Sochi Vladimir Putin,in vista del prossimo G7 di Taormina. Possibile ripresa dei rapporti? Secondo Coldiretti il ritorno al dialogo, creerebbe le premesse per chiudere una guerra commerciale che ha provocato una perdita complessiva stimata di 850 milioni di euro per le esportazioni di Made in Italy. Sono ormai passati tre anni da quando Mosca ha deciso di chiudere le frontiere all’agoralimentare da Ue, Usa, Canada, Norvegia ed Australia, in risposta alle sanzioni statunitensi ed europee. “Ancora una volta” ribadisce l’associazione “il settore agroalimentare è divenuto merce di scambio nelle trattative internazionali. Si tratta di un costo insostenibile per l’Italia e l’Unione Europea che è importante riprendano la via del dialogo”.

 

Export Made in Italy in ripresa

E intanto arrivano buoni segnali dalle performance italiane in Russia: nel primo trimestre dell’anno l’export agroalimentare Made in Italy verso Mosca cresce del 45% annuo, superando i 100 milioni di euro e – come evidenziato dalla Cia-Agricoltori Italiani – si riavvicina ai valori pre-embargo. Ad aumentare, in particolare, sono le vendite di vino, che hanno superato gli 11,5 milioni di euro, con una crescita tendenziale del 75%; e quelle dell’olio d’oliva che, nei primi due mesi del 2017 sono aumentate del 107% annuo.

 

a cura di Gianguido Breddo

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 18 maggio

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