Tre anni di vino biologico. E adesso?

31 Mar 2015, 15:00 | a cura di Loredana Sottile
A tre anni dall’entrata in vigore del regolamento 203/2012 sul vino bio, il comparto si interroga su come modificarlo. Da rivedere le questioni solfiti, mosti concentrati e additivi. E intanto salgono consumi e produzione che si attesta sui 3,5 milioni di litri solo in Italia.
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Regolamento e richieste

Meno coadiuvanti e meno solfiti. Sono sostanzialmente queste le richieste che il comparto italiano chiede all’Europa, a tre anni dall’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sul vino bio (203/2012). Era l’8 febbraio 2012 quando, dopo oltre 21 anni di discussioni e divieti, i viticoltori furono finalmente autorizzati a utilizzare in etichetta la dicitura “vino biologico” (al posto di “vino da uve biologiche”) e inserire il logo “Euro-leaf”, il bollino verde che oggi siamo abituati a vedere sulle bottiglie. Un primo risultato concreto certo, ma non l’obiettivo ultimo. Cosa succederà adesso?Di questo si è parlato anche a Verona, nei giorni di Vinitaly, in un convegno specifico dal titolo La revisione della normativa sul vino biologico. Il comparto si confrontadove gli argomenti di revisione sono stati presentati e analizzati da Giacomo Mocciaro del Ministero delle politiche agricole e forestali, trovando l’approvazione degli enti di categoria.

Esigenze diverse

"In un momento di crescita del vino biologico, che ha visto un incremento del 67,8% di ettari vitati da 40.480 ettari del 2008 e 67.937 del 2013, è importante che le regole siano chiare e facilmente applicabili dalle aziende del comparto”è il parere del presidente di FederBio Paolo Carnemolla. Il nocciolo della questione è che le esigenze dei diversi Paesi non sempre coincidono: dalla solforosa (l’Italia ne utilizza quantità molto ridotte rispetto ai Paesi del Nord Europa), ai mosti concentrati (a cui, invece, è l’Italia del bio a non voler rinunciare). “È indubbio” è il commento a tal proposito di Mauro Braidot di Upbio“che senza la parte enologica non possiamo ottenere il vino e quindi è opportuno salvaguardare quelle pratiche, come quella del mosto concentrato, che sono di estrema importanza in particolar modo per la produzione nelle regioni a forte tradizione vitivinicola del nord Italia. Dal punto di vista del consumatore è invece necessario lavorare per ridurre i coadiuvanti, al fine di marcare ulteriormente la differenza tra vino bio e vino tradizionale anche in cantina”.

Un regolamento di compromesso

D’altronde tre anni fa si sapeva che il regolamento approvato altro non era che un compromesso: “L’alternativa era nessun regolamento” aveva commentato in quell’occasione Cristina Micheloni, coordinatrice del comitato scientifico Aiab“Quindi oggi possiamo finalmente parlare di vino biologico, ma da domani si potrà lavorare al regolamento apportando le dovute modifiche”. Adesso, probabilmente, quell’oggi è arrivato. Ma come far evolvere il regolamento? E in quale direzione?

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Pratiche in scadenza

La discussione europea si aprirà a maggio quando si riunirà l’Egtop (gruppo di esperti che la Commissione convoca per un primo confronto sulle tematiche più calde. L’Italia è rappresentata proprio da Cristina Micheloni dell’Aiab). In quell’occasione si parlerà delle pratiche in scadenza, ovvero “osmosi inversa” (processo con cui si forza il passaggio delle molecole di solvente dallasoluzione più concentrata alla soluzione meno concentrata, una sorta di smontaggio e ri-montaggio del vino; pratica che sta molto a cuore alla Francia); “resine a scambio ionico” (relativa all’uso dei mosti concentrati; pratica a cui l’Italia non vorrebbe rinunciare) e “trattamenti termici” (il cui limite al momento è fissato a 70° C). “Su questi temi” ha detto Cristina Michelonisperiamo di arrivare ad un accordo entro agosto, quando si riunirà l’Rcop (l’ente composto da un rappresentate della Commissione Agricoltura per ogni Stato membro, con compito decisionale; ndr.). Per quanto riguarda il più dibattuto tema dei limiti di solforosa credoche si arriverà almeno a fine anno ad essere ottimisti”.

Pratiche ammesse per il vino tradizionale dopo il 2010

Ma non è finita. Altro oggetto di discussioni saranno le sostanze e le pratiche ammesse dopo il 2010 per il vino tradizionale (Regolamento Ce 606/09 e 1234/07) e fino a questo momento non allargate al vino bio, come ci spiega la stessa Micheloni: “La domanda è: quali possono essere utili per il comparto biologico? Si tratta di utilizzo di enzimi pectolitici, proteine da patata, scorze di lievito, riduzione zucchero nei mosti tramite membrane accoppiate, etc… Su questo il mondo del biologico ha cominciato a discutere solo adesso, per cui i tempi saranno ancora molto lunghi. Ma a mio avviso, prima di decidere, bisognerebbe porsi la domanda delle domande: cosa intendiamo davvero per vino biologico? Solo le pratiche seguite in vigneto, al di là di ciò che succede in cantina – nei limiti dei criteri ammessi ovviamente - o vogliamo invece considerare sia la parte vigneto, sia cantina?

Quanti solfiti nei vini biologici?

Le dosi contemplate dal regolamento europeo (203/2012) che non soddisfano i produttori italiani sono: 100 mg/l per i vini rossi e 150 mg/l per i bianchi, con una speciale deroga per i Paesi del Nord Europa (tra cui a sorpresa anche la Francia) che possono, solo in casi particolari, mantenersi sui 120 milligrammi per litro per i rossi e 170 per i bianchi. La discussone si riaprirà in sede europea il prossimo maggio.

La ricerca sui consumi

In attesa di queste risposte dal mondo biologico e dall’Europa, diamo uno sguardo a quelle che, invece, vengono dal mercato. Sicuramente risposte che lasciano molto meno spazio all’interpretazione. Partiamo dai consumi. Secondo la Survey 2015 Wine Trend Italia di Wine Monitor–Nomisma, nel 2015 il numero di consumatori italiani è cresciuto del 5,2% rispetto all’anno precedente. Pare, inoltre, che la presenza di un marchio bio sia il primo criterio che guida le scelte di un vino per il 4% dei consumatori italiani. Parliamo, va da sé, di un gruppo ridotto, ma il 2015 promette bene. In questo primo trimestre, infatti, il tasso di penetrazione del vino bio è in netta crescita: il 16,8% degli italiani (18-65 anni) ha consumato, in almeno una occasione, un vino della tipologia. Balzo importante se si pensa che nel 2013 il consumo di vino bio coinvolgeva il 2% della popolazione e nel 2014 l’11,6%. Il successo e l’interesse sono legati all’ottimo posizionamento in termini di qualità, percepita superiore rispetto ai vini convenzionali dal 49% dei consumatori.

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Strategie per aumentare i consumi di vini bio

Per incrementare tale successo, secondo Wine Monitor-Nomisma, occorre aumentare la consapevolezza nel consumatore rispetto all’esistenza di vini a marchio bio nel portfoliodi molti dei grandi branditaliani, oltre che nelle wine listdi molti ristoranti italiani. L’indagine indica che il 38% dei consumatori di vino dichiara di “non aver mai fatto caso” all’esistenza di proposte di vini bio in negozi/ristoranti e, addirittura, un 14% non hai mai notato in assortimento/carte vini tali prodotti ma sarebbe interessato. Insomma chi non lo ha bevuto, non lo ha fatto perché non lo ha trovato.

I numeri della viticoltura biologica

Insieme ai consumi crescono anche le superfici vitate. Nel periodo 2002-2013, secondo l’analisi Wine Monitor–Nomismasu dati FIBL,si parla di un +235% Europa, +273% mondo. In Europa la viticoltura biologica dell’Unione Europea rappresenta il 78% della superficie bio (per l’Europa non sono disponibili i dati per Estonia, Finlandia e Regno Unito). Rispetto alla viticoltura tradizionale, l’incidenza dell’Ue è abbastanza alta: 7,6%, rispetto al 4,6% del mondo. La graduatoria per Paese rileva al primo posto il Messico (con uno share del 15,9%), seguito dall’Austria (10,1%). Il nostro Paese è al terzo posto (con il 9,8%) precedendo Spagna (8,9%), Francia (8,5%), Nuova Zelanda (7,2%), Germania (7,1%), Repubblica Ceca (6,4%), Bulgaria (5,0%) e Grecia (4,8%). Ma, in termini di primato delle superfici, nel 2009 l’Italia ha perso il primo posto (oggi sono poco meno di 68 mila gli ettari), che è, invece, andato alla Spagna (poco meno di 84 mila ettari nel 2013). Considerando l’orizzonte temporale 2003-2013 il Paese iberico presenta una crescita del +410%, mentre l’Italia del +114% e la Francia del +297%.

La situazione in Italia

Zoomando sullo Stivale, la regione con la maggior superficie bio è la Sicilia (25 mila ettari nel 2013; +61,5% rispetto al 2011; 37% delle superfici bio in Italia), seguono la Puglia (10.604 ettari, +32,5%) e la Toscana (8.748 ettari, +73,7%). Sul fronte produzione, secondo Federbio, nel 2013 solo nel nostro Paese si sono sfiorati i 5 milioni di quintali di uva da vino, equivalenti a circa 3,5 milioni di litri (il 7% del totale nazionale).

a cura di Loredana Sottile
foto Allegrini

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 26 marzo.
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