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Al  centro dell'arcipelago eoliano, non più lunga di ventisette chilometri, Salina è come protetta dalle altre isole: Vulcano e Lipari davanti; Panarea e Stromboli sulla destra; Filicudi e Alicudi sulla sinistra. Didyme - il vecchio nome di Salina in greco antico che significa "montagne gemelle" -&nbs

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p; ha diversi primati: è la più verde di tutte le isole eoliane, ha il primo e il terzo rilievo più alto del gruppo, conta tre comuni – Santa Marina, Malfa e Leni – ha ancora un’agricoltura importante con prodotti di eccellenza che rappresentano un unicum nel panorama enogastronomico. I capperi e la malvasia fanno di quest’isola un luogo che sa molto di terra, una lussureggiante sovrapposizione di strati derivanti dall’eruzione di vulcani ormai estinti.

  

 

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A Capofaro, nella parte nord est dell’isola, da due anni, si svolge il Malvasia Day, un’intera giornata dedicata alla Malvasia passito e ai suoi artigiani agricoltori. Sono dodici cantine che raccontano diverse esposizioni, altitudini, coste e tipologie di terreno, messe assieme da chi arriva da un’isola più grande, dalla Sicilia. L’idea nasce infatti dalla famiglia Tasca, della Tasca d’Almerita, che a Salina produce la sua Malvasia e ha uno splendido resort a Capofaro.

 

Dieci anni fa le prime acquisizioni in questo villaggio abbandonato circondato da vigneti risalenti al 1975. Qualche anno dopo iniziano i nuovi impianti utilizzando le vecchie marze. Quella firmata Tenuta Capofaro è una Malvasia Igt che predilige, per le sue uve, la disidratazione invece dell’appassimento. Solo un chilo di uva per cassetta che rimane lì per circa 20-25 giorni. Solo acciaio per un vino che può vantare un’acidità altissima ( oltre 8 g/l). Verrebbe da pensare a una beva da aperitivo più che da meditazione. Dell’isola ha tutti i sentori della macchia mediterranea e una bocca balsamica.  Finisce lunghissimo e fresco, senza alcuna sensazione di pesantezza.

 

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I Tasca, per la vinificazione, si appoggiano alle vasche di Francesco Fenech, il maltese di Salina. E’ da lì che arriva il cognome che dà il nome all’azienda. I Fenech scapparono da Malta a metà ‘700 per scampare alla peste.

 

Francesco ha la faccia da isolano al quadrato, rude e morbida al contempo. Forse per questo ti racconta della sua Malvasia come se fosse una fidanzata, anche lei rude e morbida.  Che lascia solo per andare in giro per l’Italia a vendere vino. E quando lui non c’è, se ne occupa Boudid, un ragazzo marocchino, ex esule, che si è fermato a Salina. La sua Malvasia delle Lipari passito 2009 non fa legno, ha tanta albicocca matura, ma anche mela verde. Una persistenza aromatica incredibile che chiude su sentori di mandorla. Finisce sapida, come un vero vino di mare.

 

Nell’azienda agrobiologica D’Amico, da qualche tempo, c’è lo zampino dell’enologo Salvo Foti. Salvatore D’amico, il proprietario, è veneto, di Bassano del Grappa, ma a Salina ormai trascorre più di metà dell’anno, per fare il vino, ma non solo. L’azienda ha l’unico frantoio dell’isola da dove vien fuori un olio a base di nocellara e oliarola messinese. Anche i capperi hanno la certificazione biologica. 

 

 

Quella di D’Amico è una delle prime Malvasia dell’isola: i primi esperimenti risalgono al 1972. Poi una sosta durata alcuni anni. Si riparte nel 1992 con l’uva che viene da uno dei posti più vocati dell’isola, Valdichiesa a Leni, pieno cratere e tanta mineralità. Qui il legno c’è e sono tonneaux di acacia, seguendo i consigli di un collega, il produttore veneto Maculan. Un vino assolato ma non cotto, dai forti sentori agrumati e dalla mineralità spiccata. Più “rustico” che elegante, ma indubbiamente schietto.

 

 

Gaetano Marchetta è tra i più giovani produttori dell’isola. L’azienda l’ha rilevata dallo zio che già imbottigliava. Sono 5 ettari a Malfa, secondo molti il cru più bello di Salina, con l’impianto più vecchio che risale agli anni ’50. Un po’ di ettari li ha anche a Stromboli e Vulcano. Conduzione biologica in vigna e in cantina e uso di barrique. Gaetano punta molto sull’essiccazione, anzi crede che tutto il segreto sia lì: prendersi cura degli acini fino a sera, quando i graticci vengono riportati all’interno senza stesura di teli. La sua Malvasia, come vuole tradizione, è fatta con un cinque per cento di uva Corinto nero. Ci sono i fichi, la frutta secca, i datteri. Un po’ penalizzata l’acidità da una morbidezza non ancora calibrata. Finale di miele e promesse di attesa.

 

 

Giona è l’altro Hauner. Beghe familiari e voglia di fare da solo. Il produttore non c’è e mi presenta il vino Francesco Ruggiera che lavora in azienda. Il progetto nasce nel 2004 con un impianto nuovo a filare che sostituisce il vecchio alberello.  Due ettari vitati a Malfa e Capofaro, per un totale di seimila bottiglie. In assaggio c’è la Malvasia 2008: il naso è fresco, quasi da vino bianco. Belli i sentori iodati, ma ci sono anche fieno ed erbe aromatiche. Sul finale lungo si avvertono note rocciose.

 

Virgona è Daniela Virgona, un produttore donna a Salina che, durante la degustazione, è a raccogliere i capperi. Parlo con il marito, Calogero Marino che mi racconta dell’eredità del nonno, che ha sempre
venduto le uve. L’azienda invece nasce nel 2002 e ha le sue piante più belle sulle colline di Malfa. Un’azienda dalla forte anima rurale dove i “cucunci” ( i capperi)  sono rispettati esattamente come le uve. 

 

 

La Malvasia Doc passito in assaggio è del 2007: torna anche qui lo iodio, il ricordo marino  che poi lascia spazio alle classiche note di frutta secca e miele di zagara. Non potentissimo ma di bella persistenza.

 

 

Lidia e Piero sono sposati da 21 anni. Sono i coniugi Colosi, lei calabrese, lui messinese. Viticoltori da tre generazioni, ma la prima Malvasia delle Lipari arriva nel 1988. La cantina di vinificazione è completamente interrata e gli ettari di malvasia sono un po’ sparsi sull’isola, ma il pezzo “grosso”( otto ettari) è a Capofaro. La loro versione di questo vino è forse quella più old style. Ad occhi chiusi potresti pensare a un rosso da leggere note organiche.  Poi Salina viene fuori prepotentemente, con tanto mirto al naso e in bocca. Fico, albicocca e gelsomino e sul finale quasi un cenno di canfora che dona freschezza ma anche austerità.

 

Antonino Caravaglio è un po’ il “politico” della Malvasia delle Lipari. Presidente del Consorzio,  è
“obbligato ” a credere in questo vino, nel suo e in quello degli altri. Una fede in realtà spontanea che si porta dietro le difficoltà legate al consumo dei vini dolci. Un’azienda  – a Malfa – conquistata pezzo a pezzo  fino ad arrivare a 15 ettari vitati: un mestiere, quello del vignaiolo,  caduto tra le braccia per un padre mancato  troppo presto. Nino Caravaglio non ha l’irruenza di un Francesco Fenech per dire. Eppure un certo coraggio lo mette nei vini. Come nella Malvasia delle Lipari passito 2010 versione “più appassimento”.

 

 

Un naso e una beva “tosti” che nascono da vecchie tradizioni di vinificazione. Ben due mesi di appassimento sotto tettoie e al vento. Ne viene fuori un vino concentrato e scuro con 7 g/l di acidità e ben 200 g/l di zucchero. Lo assaggi e pensi anche a Pantelleria e allo Zibibbo. Stesso discorso per un altro “esperimento” che va avanti dal 2009, l’etichetta di Corinto nero in purezza, un’uva recuperata da vecchie piante a piede franco presenti a Lipari in un cratere. Sarebbe perfetto come vino “trendy”: beverino, agile, vivace, tendenzialmente scarico, da sorseggiare fresco (il corinto nero è una varietà partenocarpica e quindi senza vinaccioli per assenza di fecondazione). Per fortuna  è solo un vino buono e di oneste pretese che prescinde dalle tendenze della critica enologica. Uno di quei bicchieri che ti pone solo una domanda: “ti piaccio?”.

 

In coda c’è Hauner. Perchè tutto inizia e finisce qui. Non c’è un solo produttore incontrato che non abbia
detto: “vendevamo le uve a Hauner, lavoravamo da Hauner, bevevamo Hauner”. Carlo Hauner, che porta lo stesso nome del padre fondatore, è dietro al banchetto a servire vini con faccia e accento bresciani. Però me lo dice subito che è figlio dell’isola e che se è vero che la famiglia Hauner ha fatto molto per Salina, l’isola ha sempre regalato tramonti straordinari. Del padre si è scritto molto, quasi quanto dei suoi vini. Le etichette da lui realizzate dicono molto del carattere inquieto. Carlo junior ha una meravigliosa e pesante eredità che in termini numerici significa 50 mila bottiglie di Malvasia suddivise in due versioni, naturale e passita. La scelta ricade però sulla Riserva, il vino più complesso dell’azienda.

 

 

Selezione dei grappoli e  appassimento di 40 giorni sui tetti, sormontati da tunnel in cui circola il vento. L’invecchiamento in legno sviluppa terziari affascinanti ( note medicinali, balsamico spinto) senza tradire la matrice isolana di timo e lavanda. Un vino di un’opulenza netta che si rivela già dal colore oro intenso. Mediterraneo eppure cupo.

 

Vini e parole. Mancano i volti. Non ci sono tutti, ma > IN QUESTO VIDEO chi parla può ben rappresentare  gli assenti. Perchè alla fine la vera protagonista è sempre l’isola. 

 

p.s: mancano tre produttori: Florio, La Rosa e Barone di Villagrande. Per mancanza di tempo, ma è solo un arrivederci!

 

 

testo e video Francesca Ciancio

28/06/2012