Cibo e cinema

Bertolucci vietò il catering sul set e portò De Niro in una trattoria parmense

Durante le riprese di Novecento, Bernardo Bertolucci rinunciò ai pranzi di produzione e portò De Niro, Depardieu e il cast alla storica Cantarelli

  • 26 Giugno, 2026
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Prima di farli recitare in Novecento, Bernardo Bertolucci prese una decisione insolita: niente catering sul set. Robert De Niro, Gérard Depardieu e il resto del cast avrebbero mangiato in trattoria. Non in una qualunque ma la storica trattoria Cantarelli di Samboseto, nel Parmense. Per il regista non si trattava di una semplice pausa pranzo: era il modo migliore per immergere il cast internazionale nella cultura contadina emiliana che avrebbe raccontato nel film.

A cinquant’anni dall’uscita del capolavoro, questa dimensione emerge con forza nella mostra “Bernardo Bertolucci. Il Novecento”, allestita fino al 26 luglio 2026 al Palazzo del Governatore di Parma. Un’esposizione che celebra uno dei film più monumentali del cinema italiano e che, attraverso fotografie, documenti, installazioni e materiali d’archivio, prova a raccontarne anche l’incredibile attualità. Ne abbiamo parlato con Michele Guerra, sindaco di Parma, docente universitario di Cinema, Fotografia e Televisione e tra i maggiori studiosi dell’opera di Bertolucci, incontrato alla Notte degli Osti di Eboli, la manifestazione ideata da Giovanni Sparano e Diego Sorba che ogni anno mette in dialogo osti, vini naturali, musica e cultura.

Michele Guerra e Giovanni Sparano

Il legame tra Novecento e Parma

«Novecento è un film che non si può capire davvero se si prescinde dalle sue radici emiliane», racconta Guerra. «Bernardo sceglie di ambientarlo nella Bassa Padana perché racconta un mondo contadino proprio nel momento in cui, erano gli anni Settanta, quel mondo sta scomparendo. È un film profondamente radicato in una parte d’Italia, ma allo stesso tempo riesce a diventare un’epopea universale grazie anche a un cast internazionale irripetibile: Robert De Niro, Gérard Depardieu, Donald Sutherland, Burt Lancaster, Dominique Sanda e tanti altri protagonisti della storia del cinema». La mostra nasce proprio da questa doppia prospettiva: raccontare il tempo in cui è ambientato il film, quello in cui è stato girato e il presente.

«Ci interessava mostrare come Novecento continui ancora oggi a parlarci di disuguaglianze, conflitti sociali, ideologie e rapporti di potere. Sono temi che attraversano ancora il nostro tempo».

Olmo cammina sulla tavola dei contadini in Novecento di Bertolucci

Perché Bertolucci scelse l’Emilia

Non sorprende che, in un contesto come la Notte degli Osti, il discorso finisca inevitabilmente sul cibo. Guerra spiega come, per il regista, la gastronomia fosse molto più di un elemento scenografico. «Bertolucci voleva rappresentare in maniera autentica l’identità delle campagne emiliane e il cibo era uno dei linguaggi attraverso cui raccontarla». Nel film scorrono i pasti dei contadini (dove la polenta, e la sua scarsità, gioca un ruolo centrale) e quelli dei padroni (con tavole riccamente imbandite. Emblematica è la scena delle rane fritte), la macellazione del maiale, il lavoro nei campi, la preparazione degli alimenti. Ma soprattutto emerge il diverso rapporto con il cibo che diventa una chiave di lettura sociale. «Cambia ciò che si mangia e cambia anche il modo in cui lo stesso cibo viene trattato. Attraverso la tavola Bertolucci costruisce uno spaccato sociale ed economico che racconta perfettamente la lotta di classe che attraversa Novecento. Il contadino compie tutta la fatica di allevare e macellare il maiale, ma poi quel lavoro serve al padrone. Qui c’è già dentro tutto il senso del film».

Tavola imbandita dei proprietari terrieri in Novecento di Bertolucci

Tra le scene più celebri del film c’è quella, durissima, dell’uccisione del maiale. «Era un’immagine che perseguitava Bertolucci fin da ragazzo», spiega Guerra. «Aveva assistito davvero a quel rito nella casa di famiglia a Baccanelli. A quindici anni girò persino un cortometraggio, “La morte del maiale”, che per molti anni si pensava perduto e che oggi è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna». La scena di Novecento viene realizzata con veri contadini della Bassa e mostra senza filtri una pratica, avvenuta per davvero, che oggi sarebbe impensabile vedere in un film. «Per Bernardo quel rito aveva molti significati: era la cultura contadina, certo, ma era anche violenza, sacrificio, sangue, una metafora della brutalità che attraversa tutto il Novecento italiano.»

Perché vietò il catering sul set

Questa attenzione al realismo non si fermava davanti alla macchina da presa. Durante le riprese Bertolucci prese una decisione destinata a entrare nella memoria di tutto il cast: invece di organizzare i tradizionali pranzi di produzione, portò attori e troupe alla storica trattoria Cantarelli di Samboseto, uno dei templi della cucina parmense che ha chiuso il 31 dicembre 1982.

De Niro e Depardieu a tavola

«Avrebbe potuto scegliere il classico catering di una produzione cinematografica», spiega Guerra. «Invece volle portare tutti da Cantarelli perché desiderava che gli attori vivessero davvero quella realtà. Non bastava leggere la sceneggiatura, bisognava respirare l’Emilia anche attraverso il cibo». Attorno a quei tavoli sedettero da Robert De Niro (che mentre stava girando Novecento vinse il suo primo Oscar come Miglior attore non protagonista per Il padrino – Parte II) a Gérard Depardieu.

«Quando Dominique Sanda è tornata a Parma pochi mesi fa per presentare il film, uno dei ricordi più vivi era proprio Cantarelli. Non era soltanto il mangiare bene: era quella convivialità emiliana, larga e generosa, che permetteva anche a chi arrivava dall’America o dalla Francia di comprendere meglio il mondo che stavano raccontando sul set.» E c’è persino un aneddoto che Guerra racconta con un sorriso. Gérard Depardieu, negli anni, ha scherzato più volte dicendo che Novecento è il film in cui appare ancora «snello, bellissimo e perfetto», mentre l’incontro con Parma avrebbe segnato «l’inizio della sua seconda vita», quella da grande mangiatore e bevitore.

Battute a parte, quel legame con la gastronomia parmigiana Bertolucci lo ha mantenuto per tutta la vita. «Quando viveva a Roma e riceveva ospiti provenienti da Parma, faceva arrivare parmigiano reggiano, culatello e soprattutto i tortelli di zucca, che erano il grande piatto della tradizione di famiglia». Anche quando, nel 2014, Parma gli conferì la laurea honoris causa, il rapporto con la cucina raccontò qualcosa del suo carattere. «Lo portammo in un ristorante stellato della città, mangiò benissimo, ma rimase un po’ deluso perché per lui tornare a Parma significava soprattutto ritrovare i sapori della tradizione».

Parma oggi tra cultura e gastronomia

Oggi quella stessa idea continua a guidare Parma. Dopo il riconoscimento come Città Creativa UNESCO per la Gastronomia, ottenuto nel 2015 – prima città italiana a riceverlo – il capoluogo emiliano ha costruito un sistema che intreccia produzioni d’eccellenza, cultura e promozione internazionale. «Prosciutto, Parmigiano Reggiano, pasta e pomodoro rappresentano le nostre grandi filiere», spiega Guerra. «Ma il rischio è fermarsi ai prodotti. Il nostro lavoro è stato costruire intorno a loro un racconto culturale fatto di eventi, ricerca, cuochi e promozione internazionale». Dal Settembre Gastronomico alla Cena dei Mille, fino alle iniziative all’estero con gli chef del consorzio Parma Quality Restaurants, la città continua a promuovere una visione della gastronomia che va oltre le eccellenze alimentari. Il cibo diventa così uno strumento per raccontare il territorio, proprio come Bertolucci aveva intuito cinquant’anni fa, scegliendolo come chiave narrativa per restituire autenticità al mondo di Novecento.

foto di apertura tratta dal libro I Cantarelli – Storia e mito della cucina italiana di Alberto Salarelli

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