Un piatto di funghi fritti, una sedia e un tavolo nel cortile di via Mendicità Istruita, lì dove tutto era iniziato. Era così che Carlo Petrini – Carlin per tutti, fondatore di Slow Food scomparso il 21 maggio all’età di 76 anni – finiva molte delle sue serate al Boccondivino di Bra. Qui la sua era una presenza costante, specie nei momenti liberi dagli impegni istituzionali e non certo per ricevere omaggi.
«Ogni tanto capitava che venisse qui la sera, anche solo per un piatto di gnocchi, di tajarin o di funghi fritti che adorava particolarmente», racconta al Gambero Rosso Fulvio Canavesio, presidente della Cooperativa Tarocchi, la società che gestisce il Boccondivino e l’Osteria dell’Arco di Alba. «Era un’occasione quasi casalinga che esulava da tutto il resto».

Un ritorno a casa, in senso letterale, per l’uomo che aveva spostato la gastronomia fuori dalla nicchia del gusto. E che aveva costruito Slow Food, la rete internazionale di Terra Madre e l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, facendo del cibo un discorso civile e politico. Eppure per chi lavora al Boccondivino a restare più impressi sono soprattutto i momenti fuori dal servizio: «Ci raccontava, spiegava e aiutava a comprendere più a fondo il mondo e la filosofia di Slow Food». «La sua figura, alla fine, era questo», osserva Canavesio. «Molto più autentica e legata al ristorante che aveva contribuito a fondare, al quale è sempre rimasto molto legato nonostante negli anni fossero cambiati gli interpreti».
Già, perché ciò che colpiva chi lo ha sempre frequentato era proprio la sua coerenza. «Aveva sempre questo atteggiamento in cui sapeva spiegare il suo punto di vista con chiarezza, ma soprattutto in maniera genuina. Senza adattare il suo modo di fare, il suo modo di parlare alla persona che aveva davanti», dice Canavesio. «Arrivava dritto al punto. E aveva un carisma e un’energia veramente notevole».

Un tratto che emergeva con chiarezza anche a distanza di anni, quando Petrini si trovava già al centro di reti internazionali e istituzioni accademiche. «Un giorno è venuto qui, siamo stati in ufficio una mezz’oretta», ricorda. «Ci teneva a chiederci di persona se volessimo sostenere una borsa di studio per studenti in difficoltà all’Università di Pollenzo. Nonostante si trattasse di lavoro, è stato capace di trasformare quei minuti in un momento intimo. Ha subito iniziato a parlare di come è nata l’osteria, dei primi anni, dei primi soci, raccontandomi aneddoti con una naturalezza sorprendente. Devo dire che lo avevo apprezzato particolarmente».
Una capacità innata, quella di Carlin, di restare diretto e generoso che non si annullava neanche nelle occasioni più formali. Era lo stesso, sempre. La distanza tra il personaggio pubblico e l’uomo d’osteria semplicemente non c’era. «Era uno che a prescindere dall’interlocutore riusciva a coinvolgere al cento per cento», dice Canavesio. Una cifra che, al Boccondivino, si traduceva in presenza, ascolto e naturalezza. Il tratto di chi non recitava un ruolo, ma tornava in un luogo che considerava davvero suo.
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