Regione che vai, brodo di Natale che trovi. Che sia quello in cui navigano tortellini o cappelletti in Emilia e in Romagna o la base della minestra maritata campana, il brodo è la preparazione che più di ogni altra sa di calore, festa, famiglia riunita a tavola. Un po’ meno conosciuto degli altri, il cardone di Natale è uno dei piatti simbolo della tradizione abruzzese, una preparazione solenne che richiede cottura lenta e lunga preparazione (d’accordo, oggi il cardo si trova già pulito e lessato, ma lo spirito non cambia…). Non è una semplice minestra, ma un rito collettivo che si consuma nei giorni più importanti dell’anno, soprattutto la vigilia e il pranzo di Natale, praticamente in tutta la regione.
Le origini del cardone affondano nella cucina contadina e pastorale dell’Abruzzo interno, dove l’allevamento ovino e bovino garantiva carni e brodi ricchi, riservati alle occasioni speciali. Il nome deriverebbe dal cardo, un tempo ingrediente principale, oggi spesso sostituito o affiancato da scarola o cicoria. Preparare il cardone significava celebrare la fine dell’anno agricolo e l’abbondanza ritrovata: un piatto “di sostanza”, che univa uova, formaggio, carne e brodo in un equilibrio opulento ma misurato. Ogni famiglia custodisce la propria versione, tramandata oralmente, con piccole variazioni che cambiano da paese a paese.

Tutto inizia da un brodo di carne realizzato con tutti i crismi (la carne si mangia perlopiù la sera o il giorno dopo, ripassata in padella e accompagnata da salse o verdure come i peperoni arrosto, e in qualche caso finisce nei panini dei bimbi per la cena del 25 con generosa aggiunta di maionese). Ossia facendo sobbollire a lungo manzo, gallina o cappone. A parte si preparano minuscole polpettine di carne mista, simili a quelle che condiscono la prelibata chitarra alla teramana, spesso aromatizzate con aglio, prezzemolo e pecorino, che vengono fritte o lessate. L’elemento distintivo è il battuto di uova e formaggio (il mitico cac’e ova) – tradizionalmente pecorino abruzzese stagionato – che, versato nel brodo bollente e mescolato lentamente, si “straccia” proprio come la classica stracciatella romana. Si aggiungono infine le polpettine e le verdure lessate, i cardi appunto. Che devono essere precedentemente puliti, privati di filamenti esterni, “sbianchiti” per evitare che anneriscano, esattamente come per i carciofi, e lessati a parte. Il segreto sta nella temperatura e nella pazienza: il brodo non deve mai bollire con violenza. E il risultato una zuppa che conforta come poche altre.
In molte case abruzzesi il cardone si prepara all’alba del 24 dicembre, con più generazioni riunite intorno ai fornelli. C’è chi racconta che il numero delle polpettine dovesse essere dispari, come segno di buon auspicio, o che il primo piatto servito spetti al capofamiglia. Ancora oggi, per molti emigrati, il cardone è il sapore che più di ogni altro evoca il ritorno a casa: un piatto che non si improvvisa e che, proprio per questo, continua a essere uno dei più profondi simboli del Natale abruzzese.
Il cardone è una minestra tradizionale abruzzese preparata per le feste, soprattutto a Natale, a base di brodo di carne, uova e formaggio stracciati, polpettine e cardi o altre verdure.
Il cardone è un piatto tipico dell’Abruzzo, diffuso in tutta la regione con leggere variazioni da paese a paese.
Perché nasce come piatto delle grandi occasioni: ricco, sostanzioso e frutto di una lunga preparazione collettiva, veniva riservato ai giorni più importanti dell’anno.
Il cardone utilizza lo stesso principio del battuto di uova e formaggio, ma è più complesso: prevede polpettine, verdure e un brodo molto strutturato.
Tradizionalmente un brodo di carne fatto sobbollire a lungo con manzo, gallina o cappone, preparato con grande attenzione e pazienza.
Il cardo è l’ingrediente storico, ma in molte famiglie viene affiancato o sostituito da scarola o cicoria, a seconda della disponibilità e delle usanze locali.
È il battuto di uova e formaggio, solitamente pecorino stagionato abruzzese, che viene versato nel brodo caldo per creare la caratteristica stracciatura.
Sì, spesso il brodo e le polpettine vengono preparati il giorno prima, mentre l’assemblaggio finale avviene il 24 o il 25 dicembre.
Sì, ogni famiglia ha la propria versione: cambiano le carni del brodo, il tipo di verdura e la preparazione delle polpettine.
Perché è un piatto identitario e rituale, legato alla memoria familiare, al ritorno a casa e alla condivisione, soprattutto per chi vive lontano dalla propria terra.
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