Festa della donna

"Mia nonna si è emancipata con le uova": storia di un’indipendenza silenziosa

Con un centinaio di galline e le uova incartate nel giornale, Angelina costruì il suo gruzzoletto segreto: una forma concreta di libertà e dignità tramandata di madre in figlia

  • 04 Marzo, 2026
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Per mia nonna Angelina l’emancipazione femminile passava, prima di tutto, dall’indipendenza economica. La sua era una pratica quotidiana e aveva il suono, anzi, il fruscio della carta di giornale con cui avvolgeva le uova che vendeva. Le galline erano il suo capitale, la sua riserva segreta, rappresentevano la sua libertà.

Le galline, la sua valvola di sfogo

Quando mia madre, giovanissima, le annunciò di essere incinta, lei non disse nulla. Si limitò a rispondere: «Vado a dare da mangiare alle galline». Era il suo modo di affrontare lo sconvolgimento, di governare le emozioni: quando litigava con mio nonno, quando era arrabbiata o ferita, si rifugiava nel pollaio. Le sue galline, ne aveva un centinaio, le adorava e le odiava insieme, erano la sua valvola di sfogo e, soprattutto, la sua fonte di reddito. Le vendeva alla gente del paese, ma col passaparola arrivavano anche persone dalla città, dalla professoressa di scuola media alla dottoressa. Ricordo ancora quel gesto: incartava le uova nella carta di giornale, le consegnava e poi riponeva i soldi guadagnati nel reggiseno, al sicuro, vicino al petto. Un gruzzoletto che un giorno le permise persino di andarsene.

Nonna Angelina sulla bici

La fuga

Dopo l’ennesimo litigio con mio nonno, prese mia madre, la più piccola di quattro figlie, nascose la bicicletta e partì per Busto Arsizio, dove viveva sua sorella, con l’intento di trovare lavoro e portare con sé le altre figlie. Peccato non sapesse l’indirizzo preciso della sorella: lo ha cercato, una volta arrivata a destinazione, sull’elenco telefonico. Mia mamma racconta che la teneva in braccio; non c’erano all’epoca le carrozzine, solo la determinazione di mia nonna. Nel frattempo, dai racconti di mia zia, la più grande delle sorelle, a casa si respirava un clima pesante perché per l’epoca era un’onta, e mio nonno era uomo d’altri tempi, assai duro.

Solo per rendere l’idea: quando nacque mia mamma, quarta femmina, lui che avrebbe voluto un maschio entrò in camera – si partoriva in casa – si prese il cuscino e se ne andò a dormire con le altre figlie senza rivolger sguardo alle due “superstiti”. Anni dopo, raccontando quell’episodio, si arrabbiava perché se ne vergognava; dopotutto, se mia mamma deve fare un resoconto delle coccole ricevute, queste erano soprattutto da parte sua. Lo giustifico solo per via del contesto e dei tempi: era un padre che doveva badare agli affari di famiglia, e una figlia femmina non avrebbe potuto aiutare granché nei campi. Ironia della sorte, anche il fratello, suo socio in affari, aveva avuto quattro figlie e solo il quinto era nato maschio.

Ritratto di Nonna Angelina

Il ritorno

Quando nonno seppe della fuga, salì in macchina e andò a riprenderle. «Le ho chiesto più volte se avesse avuto paura delle conseguenze», mi racconta mia mamma, «mi ha sempre risposto di no». Effettivamente non le disse nulla, ma quel silenzio probabilmente pesò più di molte parole. Angelina Formenton, nome e cognome di mia nonna, aveva conosciuto mio nonno durante un periodo trascorso a Milano (in una casa di cura gestita da suore, dove aveva imparato disciplina e mestiere), attraverso una corrispondenza fatta di lettere bellissime.

Il matrimonio però le presentò crudele la realtà: una famiglia di contadini con quattro nuclei sotto lo stesso tetto e un mondo molto diverso da quello che aveva conosciuto fino ad allora e da quello che mio nonno le aveva descritto in quelle lettere. Lavorava nei campi a settimane alternate e cucinava a rotazione per tutti, e fu proprio dalle tre cognate che imparò a cucinare: cose semplici, della tradizione. In cucina Nina, la chiamavano tutti così, era solida, essenziale, profondamente contadina: arrosti, lessi, ragù e brodi lenti, gnocchi, tagliatelle e risotti. Il ragù lo faceva sobbollire anche cinque ore, con una generosa noce di burro sciolta quasi di nascosto. Era anche molto delicata nei gusti: non mangiava il grasso del maiale, ma adorava i formaggi che faceva lei, il burro che faceva sempre lei e le uova, le sue adorate uova.

Nonna Angelina

Le galline dalle uova (quasi) d’oro

Una volta trasferitasi nella casa dove avrebbe vissuto per il resto della vita, iniziò la sua vera attività. Allevava un centinaio di galline e conigli, teneva l’orto, portava i fagiolini al mercato coperto e cuciva grembiulini per i bambini: piccoli lavori, tutti orientati a mettere da parte qualcosa di suo. Non era spendacciona, ma con i suoi risparmi si concesse prima una sala da pranzo e poi, con gli anni, una pelliccia, simbolo non proprio discreto di autonomia. Mio nonno era a conoscenza del suo piccolo “business”, ma non teneva conto di quei soldi finché non gli servivano; allora li chiedeva, e lei non riusciva a dire di no, eppure non rinunciò mai al suo gruzzoletto né all’idea che una donna dovesse avere un’entrata propria. Lo ripeteva alle figlie e a noi nipoti: l’indipendenza economica è una forma di dignità.

Un’emancipazione silenziosa

Quella determinazione non era nata dal nulla. Lei e le sue due sorelle erano rimaste orfane da bambine, quando avevano all’incirca cinque, tre e due anni. La loro madre, donna fortissima, da cui evidentemente ha ereditato il carattere, si era innamorata di un altro uomo con cui aveva avuto una quarta figlia, e si era sentita dire da lui: «Ti sposo, ma devi lasciare le altre figlie». Lei rispose che come ne aveva cresciute tre, avrebbe cresciuto da sola anche la quarta. E così fece. Una scelta anomala per l’epoca, controcorrente e solitaria, che però ha tracciato una rotta, quella di una libertà conquistata giorno per giorno, tramandata di madre in figlia come si tramanda una ricetta. La mia bisnonna ha insegnato a mia nonna che si può andare avanti da sole, mia nonna lo ha insegnato a mia madre e mia madre lo ha insegnato a me, così come lo farò con mia figlia.

Le galline erano di mia nonna Angelina: le accudiva, ne vendeva le uova, a volte le sacrificava. In quel gesto antico e concreto c’era la sua idea di libertà, da lì nasceva la sua emancipazione silenziosa, fatta di uova incartate nella carta di giornale e di soldi stretti nel petto, al sicuro. Un po’ come una promessa fatta a se stessa e a tutte noi che saremmo venute dopo.

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