«A 14 anni già lavoravo sette giorni su sette. Mio padre in carcere, mio nonno in carcere. Io sentivo il rumore delle cancellate, che ancora oggi mi rimbombano nella testa». No, non ha peli sulla lingua quando parla della sua vita, non la addolcisce, non la rinnega: Giuseppe “Peppe” Errichiello si porta dietro tutti i segni di una storia personale, che ha dato identità, passo dopo passo, al suo presente.
Siamo a Tokyo (qui la nostra guida su dove mangiare), in un Giappone che riesce a guardare dritto in faccia la tradizione gastronomica italiana, senza troppe interpretazioni esotiche, ma con un rispetto che fa commuovere e diventa quasi perfezione. Lui, Errichiello, oggi è uno dei pizzaioli più conosciuti della capitale, ma le sue origini iniziano in una Napoli difficile, che no, non si può raccontare senza attraversarne le crepe. Afragola, periferia nord, erano anni in cui crescere significava imparare presto a stare al mondo, spesso senza protezioni. E la pizza in questo racconto si è inserita come una possibilità concreta, forse l’unica. Un mestiere imparato da ragazzo, tra forno e banco, con lo zio come riferimento. Un lavoro che diventa rifugio e strada insieme. «Io alla sua età già stendevo le pizze», racconta parlando del figlio. «Non per i clienti, ma già c’era una passione dentro».

Anche Tokyo arriva quasi per caso, con una partenza, come spesso accade, decisa per amore. «A me il Giappone non interessava. Anche perché quello che faccio qua lo farei ovunque». Eppure Errichiello resta, nonostante le batoste, nonostante le difficoltà. Resta per necessità, come per necessità è diventato pizzaiolo. I primi anni a Tokyo non sono facili. Arriva come pizzaiolo, ma finisce a fare il lavapiatti: «Nessuno mi prendeva». Un passaggio che molti vivrebbero come un fallimento, e che per Errichiello diventa invece un punto di partenza. Lavorare, osservare, imparare.
La svolta arriva al ristorante Spaccanapoli, in cima a un grattacielo di Shinjuku. Uno chef giapponese lo assume con una motivazione che dice molto del rapporto tra Italia e Giappone, e soprattutto dei giapponesi: «Ti prendo perché ho un debito con l’Italia». Da quel momento, il viaggio cambia completamente rotta. Errichiello entra in una cucina dove il rigore è la regola e lì comincia a costruire compiutamente la sua identità professionale. Ma se questa è una fiaba, come in ogni fiaba che si rispetti gli antagonisti sono tanti, così come le prove da superare. L’episodio del collega che sabotava le sue pizze aggiungendo sale di nascosto è emblematico. «Mi sono comprato una videocamera, l’ho nascosta dietro il frigorifero e ho scoperto tutto».

Dopo anni di lavoro, sacrifici e apprendistato, arriva però il momento più rischioso: mettersi in proprio. Il 2011 è l’anno decisivo. Tokyo è ancora segnata dal terremoto, il mercato è incerto, ma lui decide di aprire comunque. Nasce così Napoli sta’ ca”, in uno spazio piccolo, quasi improvvisato, con risorse limitate e una struttura societaria fragile. «Con i soldi che avevamo non compravamo nemmeno il forno», ricorda. È un inizio complesso, ma è un inizio, benché segnato da errori e incomprensioni. Soci, quote, investimenti. Lui però non arretra. Rinegozia, resiste, trova soluzioni.
«Mi sono comprato le azioni poco alla volta». E quel primo locale diventa il centro di un progetto più ampio. Oggi Napoli sta’ ca” è una realtà strutturata, con più sedi a Tokyo (l’ultima, RistoPizza by Napoli sta’ ca”, si trova all’interno di un centro commerciale di lusso e comprende anche piatti della cucina partenopea), decine di dipendenti e una visione imprenditoriale chiara.
Anche il nome è una dichiarazione di intenti e di personalità. Nasce da uno scontro con un datore di lavoro che gli chiedeva di “dimenticare” le sue origini. «Tu devi dimenticare che sei di Napoli». La risposta arriva netta: «Io di Napoli non mi dimentico». Eppure, la Napoli che porta a Tokyo non è una copia nostalgica di una città lontana: Errichiello parla un linguaggio che si contamina e si evolve. Nei suoi locali convivono la tradizione napoletana e gli ingredienti giapponesi, la tecnica classica e l’approccio omakase. «Ci metto dentro il Giappone, per ringraziare questo popolo che mi ha ospitato». Un equilibrio che riflette una visione più ampia della cucina italiana all’estero.
«Per me la pizza è universale. Ognuno la fa come la sente, ma diciamolo pure forte e chiaro: qui la pizza la fanno buonissima e perfetta anche i giapponesi». Errichiello però punta anche al futuro: «Mi sono dato una scadenza. Voglio tornare e insegnare ai giovani». Un passaggio di testimone, che sottolinea la natura di un uomo capace di costruire un percorso senza mai cambiare direzione. E forse è proprio qui che sta il senso più profondo di Napoli sta’ ca’: non portare Napoli nel mondo, ma dimostrare che Napoli può stare ovunque. Anche dove nessuno se l’aspetta.
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