La questione è delicata e sconfina nel diritto. Fotografare quel che si mangia mentre si è al ristorante può essere proibito? E la proprietà intellettuale del piatto, se fotografato, può essere rivendicata dal suo creatore?
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Al fianco di teneri animaletti, ragazze procaci, piedi e familiari in vacanza, da un po’ tempo a questa parte hanno fatto la loro comparsa sul web le foto di cibo. Una vera invasione tanto da guadagnare un nome che identifica il fenomeno: food porn. E a tavola lo smartphone ha raggiunto bicchieri e posate in fatto di utilità.La pratica, che già da tempo alimenta dibattiti sul piano dell’educazione e del galateo, è stata presa di petto da alcuni quotatissimi chef francesi che, esasperati dalla spettacolarizzazione dei loro piatti, hanno spostato il campo della discussione dall’educazione al diritto. È lecito, giusto e legale vietare al cliente di scattare foto mentre è a cena? Forse. Il diritto non contempla (ancora) tale circostanza. Fatto sta che su alcuni menu è comparso un simbolo che ritrae il divieto di fotografare (succede anche in Italia, forse gli Alajmo sono stati i primi a sperimentare il niet). La classica immagine della macchinetta con la barra rossa sopra che si trova in alcuni musei o negli aeroporti ha raggiunto anche le carte di ristoranti d’alto livello, non senza passare inosservata. Tra le motivazioni di chi ha preso questa iniziativa, quella di Alexandre Gauthier, chef di La Grenouillère, a La Madelaine-sous-Montreuil, in Francia, sintetizza i motivi del dibattito. “C’è un tempo e un luogo per ogni cosa”, ha dichiarato Gauthier in un intervista riportata dal The Daily Meal. “Stiamo cercando offrire ai nostri clienti una pausa nella loro quotidianità. Per questo è necessario spegnere il cellulare”. Ad aggravare la situazione c’è anche l’illuminazione soffusa che nella sala impone talvolta al commensale-fotografo l’uso del flash, turbando così l’atmosfera accogliente del ristorante e, potenzialmente, la serenità degli altri ospiti. “Spesso a causa della luce le foto devono essere scattate più volte per ottenere un risultato soddisfacente”, ha concluso Gauthier “e questo rallenta anche il lavoro del personale di sala”.
Ma se lo chef di La Grenouillère ne fa una questione di educazione, Gilles Goujon, chef de L’Auberge du Vieux Puits, a Fontjoncouse, punta su una questione di diritti dell’immagine. Secondo Goujon, infatti, la pratica è portatrice di numerosi aspetti negativi. In primo luogo la risoluzione della fotocamera dei telefoni di nuova generazione non sempre rende immagini all’altezza del piatto e una brutta foto svilisce il lavoro di chi cucina, danneggiandone l’immagine. Inoltre la diffusione sul web potrebbe rovinare la sorpresa a chi si recasse nel ristorante per la prima volta. Il concetto, insomma, verte sulla proprietà intellettuale dell’immagine che non dovrebbe essere diffusa senza consenso dell’autore. D’altronde anche l’immagine di un divieto potrebbe turbare la clientela e la serenità dell’approccio alla cena tanto quanto i continui lampi. E poi c’è la questione della libertà, da parte del cliente, nel poter fotografare un piatto costato cifre considerevoli. Piatto che, una volta ordinato e, appunto, pagato, è di proprietà dell’acquirente. O no?