Poco più del 3,5% del commercio mondiale di vino passa attraverso il bag in box. Ma attorno a questo formato, che tanto piace ai mercati scandinavi e britannici, c’è ancora scetticismo. Questa “busta in una scatola“, inventata nel 1955 dal chimico statunitense William R. Scholle e applicata per la prima volta dieci anni dopo nel vitivinicolo da Thomas Angove, in Australia, ha ormai settant’anni. Ha fatto la sua parte nella storia del vino e oggi è una voce imprescindibile degli scambi internazionali. Non certo la principale ma importante, in una fase in cui il consumatore guarda a prezzo, praticità e sostenibilità. L’Italia ha scoperto, di fatto, il bag in box con la pandemia nel 2020. La grande distribuzione lo ha adottato progressivamente a fianco, e in sostituzione, alle classiche damigiane in vetro. I vini comuni e quelli Igt lo hanno utilizzato ampiamente e diversi vini a Doc hanno scelto di esplorarne le opportunità.
Ovviamente, su questo contenitore pratico e leggero, il giudizio dei produttori, tra chi lo considera utile e chi uno svilimento del vino, non è unanime come si è visto recentemente per la Doc Langhe Nebbiolo. I cambiamenti devono essere discussi e digeriti. E in un contesto come quello italiano, tradizionalista e meno incline all’innovazione rispetto ad altri, le tempistiche si allungano. Ma qualcosa si sta muovendo e il dibattito è acceso.

I trend di vendita, seppure altalenanti, indicano una certa dinamicità. Nel mondo (dati Oiv), il 2024 ha chiuso per il bag in box in calo del 4,8% in valore e del 5% in volume, con una quota a valore sul commercio internazionale dell’1,9% e prezzi medi vicini ai 2 euro al litro. L’Italia, nel canale Gdo e discount, tra 2023 e 2025 (secondo gli ultimi dati di Circana) ha visto incrementare le vendite: dai 44 milioni di euro del 2023 ai 50,8 mln del 2025, fino a 22 milioni di litri venduti a scaffale, con un prezzo medio di 2,2 euro. Per dare una misura della crescita del formato, nel 2017 (otto anni fa) in Gdo si vendevano 14 milioni di litri di vino in bag in box, per una spesa di 22 milioni di euro.
Le esportazioni tra gennaio e ottobre 2025 (fonte Ismea e Istat) dicono che i formati compresi tra 2 e 10 litri (finestra che include il bag in box) crescono per i vini comuni (+29,4% a 10 mln di euro e +14,8% a volume), mentre calano per Dop (-3% a 28,8 mln e -5,3%) e per Igp (-6,6% a 39 mln di euro e -7,5 per cento). Per tornare agli anni della pandemia (2020), l’export italiano di bag in box aveva toccato quota cento milioni di euro.

Bag in box – confezionamento – foto Cantina di Soave – Cadis
Al di là dei numeri, il confronto italiano ha ripreso vigore. La crisi dei consumi ha costretto le imprese riunite nei consorzi a ripensare e ampliare le opportunità di commercializzazione, modificando le regole produttive. L’uso del bag in box, vietato per le Docg, è regolamentato dall’articolo 8 dei disciplinari di produzione. E il settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso ha sondato i pareri di chi lo ha abbracciato e anche di chi non è per nulla interessato. Tra coloro che hanno acceso la luce verde per il bag in box ci sono Igt importanti come Emilia, Ravenna, Provincia di Pavia, Venezia Giulia, Marche, Calabria, Terre Siciliane. E nell’elenco compaiono anche Doc del calibro di Garda, Delle Venezie, Montepulciano d’Abruzzo, Sicilia, Frascati, Verdicchio, Piemonte, Maremma Toscana.
La tentazione bag in box è in qualche misura trasversale. Tra i consorzi di tutela che si sono fatti conquistare, oltre a quello del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani per la Doc Langhe Nebbiolo, c’è quello della Doc Garda, presieduto da Paolo Fiorini, che ha scelto questi contenitori alternativi al vetro in linea con una strategia che guardi ai contesti internazionali, che le imprese gardesane sperano di attirare anche con un’innovativa versione low alcol. Altra filiera che si è concessa l’opportunità è la grande Doc Sicilia, con l’esclusione delle menzioni riserva, vendemmia tardiva, superiore, passito, vigna e spumante. Pertanto, sia Nero d’Avola Doc sia Grillo Doc, i vini più rappresentativi dell’isola, viaggiano anche in queste confezioni sui canali online e in Gdo e Discount. Ma la comunicazione istituzionale è concentrata sul più redditizio formato in bottiglia e di bag in box si preferisce non parlare.
La Doc Montepulciano d’Abruzzo (che ammette il bag in box per il vino base e lo esclude per le versioni superiore e riserva) ha ottenuto vantaggi evidenti, riferisce il presidente del Consorzio Alessandro Nicodemi: «Seppure è difficile quantificare con precisione i volumi specifici, possiamo dire che questa soluzione ha permesso di immettere sul mercato una quota significativa di vino che, altrimenti, sarebbe rimasta relegata al segmento dello sfuso». I mercati sono in prevalenza la Gdo della vecchia Europa, a partire da Uk e Svizzera. «Il target – aggiunge Nicodemi – è un consumatore che cerca un rapporto qualità-prezzo vantaggioso e praticità d’uso, posizionandosi in una fascia di mercato media. Non è quindi un formato svilente ma certamente non è tra i confezionamenti più rappresentativi del prestigio di una denominazione. Più che una scelta generazionale, è un passaggio pragmatico ed economico: uscire con prezzi concorrenziali in momenti di congiuntura economica difficile, senza però intaccare l’immagine delle selezioni più pregiate».

Uve montepulciano d’Abruzzo
Il Covid aveva indotto i vini tutelati da Imt Marche a fare il grande passo e ammettere il bag in box per rispondere, come ricorda il direttore Alberto Mazzoni, all’esigenza di praticità dei consumatori e al gran numero di dame in vetro circolanti sul mercato: «Abbiamo risparmiato su costi dei trasporti, confezionamento e guadagnato in praticità e sostenibilità, con una presa d’atto dei produttori che è passata abbastanza facilmente in assemblea. Anche perché all’interno dei bag in box non ci sono prodotti scadenti ma vini di qualità». E dopo i vari Verdicchio (Jesi e Matelica), Colli Maceratesi, Rosso Conero ora è il turno del Lacrima di Morro d’Alba, che sta per modificare il disciplinare introducendo il bag in box, assieme a una versione rosata. Per ora, non si muovono altre denominazioni marchigiane come Bianchello del Metauro (il cui disciplinare risale al 2002) e Colli Pesaresi. Dipenderà dalla volontà dei singoli comitati delle denominazioni interne all’Istituto marchigiano tutela vini.

Vigneti regione Marche
La Doc Piemonte, all’interno del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato, ammette il formato bag in box, che sta guadagnando gradualmente spazi di mercato. Lo sottolinea il presidente Vitaliano Maccario: «Un formato fondamentale soprattutto nei Paesi nordici, dove il 3 litri risponde perfettamente alle esigenze dei consumatori in termini di consumo responsabile e conservazione del vino. Non è un caso che questo formato sia passato dal rappresentare circa il 30% della Piemonte Doc nel 2020 fino al 40% nel 2025». Per Maccario, i formati alternativi alla bottiglia sono un tema centrale per molte Doc «soprattutto quando si parla di sostenibilità, praticità e risposta concreta alle abitudini di consumo di alcuni mercati». Può essere una leva strategica per valorizzarle «quando è inserito in disciplinari chiari e rigorosi, capaci di garantire qualità, tracciabilità e identità del prodotto».

Vitaliano Maccario – presidente Consorzio Barbera Asti e Vini del Monferrato
Il Pinot Grigio Doc delle Venezie è probabilmente la più grande Doc che ammette in bag in box in Italia. Tuttavia, posto che non esistano monitoraggi interni sulla quota confezionata in questo formato, il direttore del Consorzio, Stefano Sequino, spiega che «oggi è utilizzato in modo marginale». Il dibattito è delicato. Il tema dei formati alternativi cammina spesso con quello sulle chiusure: «L’esperienza del tappo a vite è emblematica: oggi è una soluzione ampiamente riconosciuta e di successo nei mercati esteri, dove è ormai associata a determinate tipologie e a standard qualitativi consolidati. Talvolta – riflette Sequino – i sistemi di chiusura, così come materiali e formati alternativi, sono penalizzati da una percezione non corretta e associati a un posizionamento inferiore, nonostante in alcuni casi possano configurare una soluzione tecnicamente idonea e coerente con le esigenze del prodotto e le richieste del mercato».

Stefano Sequino
Situazione analoga in un’altra grande Doc bianchista, il Vermentino di Sardegna (che ammette il bag in box). «Considerando le basse giacenze – afferma il presidente Giovanni Pinna – l’attuale disponibilità di Vermentino non è sufficiente neppure per gli ordinari imbottigliamenti, figuriamoci per i bag in box. Oggi se c’è sul mercato un litro di Vermentino in più, che tra l’altro ha superato la soglia dei 2 euro al litro, c’è sempre qualcuno che lo compra. Pertanto – sottolinea – pochissime aziende confezionano in bag in box». Inoltre, ma questo è il parere personale dell’enologo Pinna (Sella&Mosca), sono formati che in qualche modo «sviliscono le Dop» e che «non sono l’arma giusta per conquistare i mercati».
Chi non ne vuole sentire assolutamente parlare è il Consorzio di tutela del Primitivo di Manduria. In sostanza, la Doc Primitivo di Manduria deve restare nel formato in bottiglia (più volte la denominazione è stata tirata in ballo per il peso esagerato del vetro): è una questione di identità.
«Siamo scettici sull’introduzione del formato bag-in-box per il Primitivo di Manduria perché – afferma al settimanale Tre Bicchieri il vice presidente Roberto Erario – va oltre una questione di praticità o convenienza e tocca la filosofia identitaria. La bottiglia non è un semplice contenitore, ma un simbolo del vino e del territorio che rappresenta. Il gesto di stappare una bottiglia di Primitivo di Manduria è un rito che accompagna il vino stesso, che non può essere replicato da un bag-in-box. Il nostro vino è corposo, pieno, complesso, capace di accompagnare i pasti ma anche di essere degustato lentamente, come vino da meditazione. Ogni bottiglia racconta la storia di viticoltori, territorio, tradizione. Introdurre il bag-in-box significherebbe snaturare, anche simbolicamente, questa esperienza».

Primitivo di Manduria Doc – calici – foto credits Consorzio di tutela
La legge sul vino italiano non ammette il bag in box per i vini a Docg. Per questo motivo, il tema non è sul tavolo di grandi consorzi come quelli toscani. Non lo è per il versatile Chianti Docg, impegnato attualmente con la modifica del disciplinare che introduce il rosato (con il low alcol sullo sfondo), e non lo è per il Chianti Classico. Tuttavia, la direttrice del Consorzio del Gallo Nero, Carlotta Gori, riflette su un tema tecnico, ampiamente accettato da tutti i grandi rossi italiani: «Non condividiamo l’utilizzo del bag in box per il Chianti Classico. Riteniamo sia un contenitore non adatto a vini destinati a un medio-lungo invecchiamento e a prodotti che si posizionano su una fascia di mercato medio-alta». Su questo punto non c’è proprio nulla da discutere.
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