Come in tutte le regioni di montagna, dove le proprietà sono molto frazionate, anche in Valle d’Aosta operano diverse cooperative. Una di queste si trova a Urbains, frazione di Aymavilles (AO), nel cuore delle Alpi, la Cave des Onze Communes, che è la più grande cantina cooperativa della regione. Conta 170 soci dediti alla coltivazione dei 63 ettari vitati, sparsi su 11 comuni (Quart, Saint-Christophe, Aosta, Sarre, Saint-Pierre, Villeneuve, Introd, Aymavilles, Jovençan, Gressan, Charvensod), imbottigliando oggi più del 25% dell’intera produzione Doc della regione. Tra i migliori vini della cantina, ce n’è uno che ci ha colpiti per il particolare rapporto qualità prezzo: è il Pinot Nero ’23 Doc Valle d’Aosta della linea Coin Noble, interamente dedicata all’Horeca

Foto di https://www.facebook.com/caveonzecommunes/
La Cave des Onze Communes nasce nel 1990 su iniziativa di 86 soci che hanno garantito una crescita costante nel tempo fino ai numeri di oggi più che raddoppiati rispetto all’inizio. Dall’inizio, la cantina ha saputo valorizzare i diversi terreni in disuso, sfruttando la collaborazione di piccole e medie imprese e adottando le tecnologie più avanzate per la produzione di vini di alta qualità. Protagonisti della produzione sono vini Doc che comprendono il 70% dei vigneti. Posizionati su entrambi i versanti della Dora Baltea, i terreni vitati si estendono tra i 550 e gli 800 metri di altitudine, offrendo paesaggi mozzafiato, dove la viticoltura è sostenuta da un lavoro manuale attento e delicato. L’obiettivo è di preservare la viticoltura di montagna e migliorare la commercializzazione in sintonia con il mercato globale, valorizzando il terreno rurale e prevenendone l’abbandono, promuovendo così la coltivazione in terrazze. Il paesaggio viticolo è mantenuto con cura dai viticoltori che si dedicano a ogni aspetto del processo nelle vigne. Un lavoro che porta alla produzione annuale di 500.000 bottiglie, tra cui 25 vini DOC “Valle d’Aosta“ che comprendono 15 rossi, 9 bianchi e un rosé, raggiungendo mercati in tutta Italia, Europa, Giappone, Stati Uniti e Brasile.

La Borgogna rimane tutt’oggi il territorio di elezione per il pinot nero, ma il vitigno ha attecchito da tempo anche fuori dalla Francia, com’è noto. Limitandoci all’Europa, lo troviamo in Italia in due tipologie, una adatta ad essere vinificata in bianco, l’altra perfetta per dare origine a un vino rosso. In alcune regioni del nord è di casa, con l’Oltrepò Pavese a far la parte del leone, essendo la terza area al mondo quanto a superfice vitata di pinot nero, seguito da Trentino, Alto Adige, Valle d’Aosta, ma non mancano sperimentazioni lungo tutto lo Stivale (ne abbiamo individuati anche in Toscana, in Umbria e perfino in Sicilia) perché la coltivazione del pinot nero rimane, e rimarrà sempre, una sfida a cui tutti i vignaioli vogliono sottoporsi.
Il prestigio del pinot nero, oltre che dalle sue caratteristiche intrinseche, dipende anche dalla lunga storia che questa varietà si porta sulle spalle. Se è vero, infatti, che nell’antichità spesso le uve erano chiamate con altri nomi, alcuni storici non hanno dubbi sul fatto che il vigneto citato in un documento redatto dai cittadini della città di Autun nel 312 d.C. (l’attuale Côte de Nuits, in Borgogna), fosse proprio un vigneto di pinot nero, già a quei tempi famoso in tutto il territorio circostante per l’elevata qualità dei vini che si riusciva a produrre.
Saranno poi i monasteri benedettini, nel Medioevo, a selezionare e a diffondere il vitigno; e sarà sempre per opera dei monaci che il pinot nero, incrociato con altre varietà, anche spontaneamente, diverrà capostipite di una lunga lista di vitigni, molti dei quali tuttora coltivati, come lo chardonnay. Tra le caratteristiche principali del pinot nero, si riscontra anche la grande variabilità: esistono infatti oltre cinquanta diverse tipologie di pinot, alcune delle quali molto conosciute perché utilizzate spesso nella produzione vinicola di diverse zone del mondo, Italia compresa: tre esempi su tutti, pinot bianco, pinot meunier e pinot grigio.

Torniamo al Pinot Nero di Cave des Onze Communes, il vino che abbiamo premiato per il miglior rapporto qualità prezzo regionale sulla guida BereBene 2026 del Gambero Rosso: dal prezzo contenuto, lo potete infattitrovare in enoteca e negli shop on line a meno di 20 euro, è elegante nell’intreccio di frutti e fiori rossi e spezie, molto fine nell’estrazione del tannino e nella gestione del sapore. Grande espressione del terroir valdostano, il Pinot Noir Coin Noble 2023 nasce da una rigorosa selezione delle uve e fermenta in acciaio prima di maturare per 12 mesi in botti grandi di rovere da 39 ettolitri. Il suo affinamento si completa in bottiglia. Alla vista si presenta con un colore rosso rubino luminoso. Al naso si apre su tipici sentori di fragolina di bosco e lampone, seguiti da delicate note tostate e speziate, con una nuance fumé intrigante. Il sorso è fresco, sapido e ben bilanciato, con una chiusura lunga e persistente.
Oltre alla linea Coin Noble a cui appartiene il Pino Nero, vanno ricordate le altre due linee della cantina: Le Chevaliers, con vini provenienti da singoli appezzamenti, e Miniera, che comprende etichette affinate in vasche di granito del Monte Bianco e, dopo l’imbottigliamento, per un anno nelle più alte miniere di magnetite d’Europa. Tra gli altri vini prodotti dalla cantina segnaliamo La Petite Arvine Miniera ’21, che abbina alle note olfattive di mandarino e pietra focaia una decisa sensazione gustativa acido-salata e il Fumin Les Chevaliers ’21, che dopo 36 mesi di sosta in tonneau da 500 litri, mostra potenza e pienezza, sinonimi di longevità.
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