Cooperazione

"Al vino italiano servono umiltà, coraggio e visione futura". Parla Flavio Geretto, neodirettore di Cantina Rauscedo

Chiamato alla guida della cooperativa friulana, il nuovo Dg punta su approccio manageriale e filiera integrata per intercettare i nuovi trend e generare valore nel tempo

  • 23 Marzo, 2026
Per vedere più contenuti su Google, aggiungici alle fonti preferite
Per vedere più contenuti, aggiungici alle fonti preferite

Dopo un lungo percorso nel mondo del vino, tra esperienze internazionali e ruoli commerciali, da ultimo in Villa Sandi per circa 15 anni, Flavio Geretto approda in Friuli-Venezia Giulia come direttore generale di Cantina Rauscedo. Una realtà cooperativa tra le più estese d’Italia, con oltre 2.000 ettari, a sua volta centro d’eccellenza vivaistico e punto di riferimento per le barbatelle, che punta a ridefinire il proprio modello tra identità territoriale e una nuova visione produttiva puntata su una piramide qualitativa. L’intercettiamo a Düsseldorf nei giorni del ProWein.

Cosa l’ha portata a questa nuova sfida?

Perché vedo nelle cooperative una potenzialità importantissima. Sempre di più si parte dal vino e, avendo a disposizione una grande quantità che magari viene dedicata alla fornitura di altre aziende, puoi fare scelte importanti a partire dai controlli. Oggi anche le grandi catene chiedono filiera, tracciabilità. In più, in Rauscedo ho trovato un team, soprattutto dal punto di vista produttivo, agronomico e tecnico, con una ricerca che parte proprio dal vino. Tante volte nelle aziende di grande dimensione il vino diventa uno degli argomenti. Qui invece il vino è il punto di partenza, e tutti sono d’accordo che si deve partire da lì per qualsiasi ragionamento.

Il modello cooperativo è in difficoltà, da dove si riparte?

Non c’è un modello nazionale affermato. Spesso ci sono cooperative molto grandi legate alle quantità, con un approccio agricolo. Invece serve un modello che abbia anche un approccio manageriale: non solo remunerare i soci, che resta l’obiettivo primario, ma anche costruire un brand. Il modello cooperativo funziona se è dentro una rete. La cooperativa deve rimanere a servizio dell’industria, delle piccole aziende, lavorando insieme per un obiettivo comune. Perché ha gli ettari per muoversi, ma deve capire i nuovi trend e per farlo deve collaborare con tutto il sistema, dal coltivatore fino al consumatore. Tutte queste informazioni le puoi avere solo lavorando in rete.

Il modello altoatesino insegna in questo senso. Quali saranno le prime scelte?

Il punto è non pensare solo alla quantità di uva, ma avere un obiettivo finale di sviluppo. Anche qui si può guardare al modello altoatesino: costruire brand di eccellenza che rappresentino il territorio. I progetti vanno in questa direzione: la zonazione, con più di 2.000 ettari divisi in otto aree in base alle caratteristiche dei terreni, e sistemi di remunerazione delle uve legati alla qualità già dalla prossima vendemmia. Poi progetti dedicati a vigneti di eccellenza, con coltivazioni mirate e remunerazioni separate. E ancora, l’acquisizione a Fiume Veneto, con una realtà che manterrà una sua identità, dove sviluppare una linea di eccellenza, anche per l’Horeca, mettendo insieme le micro-vinificazioni del territorio. Non è un progetto di volume: è un progetto dove si può anche sperimentare, divertirsi, perché senza quello è difficile costruire obiettivi.

In una fase di mercato molto delicata.

Il momento del vino italiano è di difficoltà, soprattutto per i rossi. I dati macro non sono così disastrosi, ma ci sono interrogativi forti e quest’anno sarà uno spartiacque. Bisogna capire le evoluzioni e interpretarle in base alla materia prima che abbiamo, senza snaturarsi. Serve fare sistema, cosa che in Italia manca. Non si ragiona mai davvero sul lungo periodo, si lavora sull’immediato. Invece bisogna capire dove andare, quali zone possono sviluppare certi vini e come interpretare i trend.

Studiando i comportamenti delle nuove generazioni.

Sui giovani, per esempio, continuiamo a giudicare con la nostra testa. Invece dovremmo usare la loro: bevono meno alcol, amano la mixology. Dobbiamo prenderne atto e trovare il modo di avvicinarli al vino, anche cambiando il modo di raccontarlo.

Sul fronte export, dove puntare?

Gli Stati Uniti rimangono un’opportunità, con ampie aree ancora inesplorate. C’è poi un interesse crescente per l’Africa: oggi è un mercato complesso, ma va osservato con attenzione perché i numeri arriveranno. Se non investi adesso, non raccogli dopo. L’Europa resta importante, ma molti mercati sono saturi: Germania e Uk difficilmente torneranno ai livelli di qualche anno fa. L’Asia ha potenzialità, ma pesa la situazione geopolitica. Guarderei anche al Sud America, al Brasile, dove si vedono segnali di ripresa».

Tre parole d’ordine per il nuovo corso?

Umiltà, perché bisogna capire dove si è. Qualità del prodotto, che resta il punto di partenza. E coraggio: si può osare, ma serve una visione.

© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma

Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]

Made with love by
Programmatic Advertising Ltd

© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.

Made with love by Programmatic Advertising Ltd