La parola mercati emergenti in questo momento storico scotta. Soprattutto perché trovare nuovi sbocchi commerciali è diventata un’assoluta priorità per le imprese vitivinicole e agroalimentari. La congiuntura economica attuale spaventa. I consumi interni sono altalenanti, le giacenze sono alte e le vendite fuori confine sono negative da mesi. Poco meno di un anno fa, il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, di fronte allo spettro dei dazi statunitensi che di lì a poco avrebbero colpito i beni italiani ed europei, aveva presentato un piano d’azione per l’export italiano. Un vero e proprio piano B, pensato per offrire un’alternativa alle imprese del made in Italy.
Il Maeci aveva inserito il vino e l’agroalimentare tra i settori considerati strategici, assieme a moda, chimica, farmaceutica, tecnologie coinvolgendo Sace, Ice, Cassa depositi e prestiti in un progetto di accelerazione delle esportazioni basato su una strategia integrata di promozione. Nessun abbandono degli Stati Uniti, ma una forte attenzione ai mercati alternativi: Balcani, Asia, Africa e Sud America, in particolare il Mercosur (Argentina, Paraguay, Uruguay e il Brasile su tutti).

Canale di Suez
Tuttavia, lo stop imposto all’accordo di libero scambio Ue-Mercosur dal Parlamento europeo, che ha tirato in ballo la Corte di giustizia dell’Ue, significa un inevitabile allungamento dei tempi. Il settore vitivinicolo, che tanto aveva sperato nell’eliminazione progressiva dei dazi sui vini in Sud America, dovrà stare a lungo alla finestra. Ci vorranno circa 20 mesi di tempo per un’eventuale entrata in vigore del trattato commerciale. Per ora, la casella Mercosur è in standby. E, necessariamente, bisogna tornare a guardarsi attorno, sapendo bene che il presidente americano Donald Trump non cambierà idea sui dazi. Intanto, il Masaf ha annunciato col ministro Francesco Lollobrigida un piano di comunicazione sul vino italiano e il potenziamento dei fondi triennali a favore di Italian trade agency per la promozione del made in Italy. L’Ue, allo stesso tempo, ha accelerato le trattative per uno storico accordo con l’India, mercato monstre con 1,4 miliardi di utenti, un altissimo potenziale, ma di fatto con appena 7,7 milioni di euro di vino acquistato dall’Europa in un anno, di cui 2,5 mln dall’Italia. Un po’ poco per una piazza tutta da costruire. La domanda, quindi, è questa: a quali mercati alternativi conviene guardare e quali sono quelli cresciuti maggiormente e con ritmi più interessanti negli ultimi anni?
Tra le piazze di tutto il mondo, con almeno dieci milioni di euro di importazioni vinicole dall’Italia, ce ne sono otto che meritano attenzione per quanto fatto in questi ultimi anni, compresi quelli difficili della pandemia. I dati di Nomisma Wine Monitor per il settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso collocano in testa un mercato europeo come la Croazia. Questo dirimpettaio dell’Italia (circa 4 milioni di abitanti) registra i migliori tassi annui composti di crescita tra 2019 e 2024, con un ritmo del 25 per cento (raggiungendo i 15 milioni di euro complessivi) e un +11% nei dieci mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
È europeo anche il secondo mercato, la Romania (19 mln di abitanti), che vale oggi 40 milioni di euro con un tasso quinquennale del 20% e un 2025 finora a +21 per cento. Nel Medio Oriente, è presente il terzo mercato, gli Emirati Arabi Uniti (oltre 10 mln di abitanti), attualmente a 27,5 milioni di euro in valore, con tassi di incremento del 17% tra 2019 e 2024 e una progressione in dieci mesi del 9 per cento. E sono in doppia cifra anche le performance del quarto mercato, la Thailandia (70 mln di abitanti): 21,5 mln di euro di vini acquistati dall’Italia nel 2024 e +19% tra gennaio e ottobre 2025, con un tasso di crescita quinquennale del 15 per cento.

Emirati Arabi Uniti – Dubai
Dalla quinta all’ottava posizione in classifica, troviamo altri tre mercati dell’Europa centro-orientale. La Repubblica Ceca, Paese da 10 milioni di abitanti, che ha superato quota 105 milioni di euro di vino in valore, con un tasso del 15% e un +6% in dieci mesi 2025; la Bulgaria (6,5 mln di abitanti), cresciuta a un ritmo del 14% tra 2019 e 2024, a 16,7 mln di euro, e del 36% in dieci mesi; la Polonia (38 mln di abitanti), il più alto in valore con 123 milioni di euro, un tasso annuo del 10% e +7% nel 2025; la Corea del Sud, mercato emergente da 50 milioni di abitanti, con tassi composti annui del 9 per cento in cinque anni fino al 2024, un valore di quasi 50 milioni di euro di vino importato e un +1% nei dieci mesi dello scorso anno.
«In generale, in questa classifica c’è tanta Europa dell’Est, che risulta in crescita da un po’ di tempo – commenta il responsabile agroalimentare di Nomisma, Denis Pantini – e presenta tra le altre cose dei vantaggi logistici. Ci sono, poi, un po’ di Balcani, con la Croazia. Mentre l’Asia ha una dinamica un po’ più altalenante nella quale emerge la performance della Corea del Sud. Questo mercato è, a mio avviso, uno di quelli con grandi potenzialità, dal momento che ha una popolazione e un reddito pro-capite più alto dell’Italia e un forte interesse e curiosità per il made in Italy. Lo si nota anche dall’incremento delle presenze dei coreani nelle cantine italiane a scopo enoturistico».

Corea del Sud – Seoul – Gwangjang Market – foto di Jakub Tomasik -by Unsplash
Si avvicina al mezzo miliardo di fatturato (488 milioni di euro) l’export di vino italiano nei principali dieci mercati dell’area medio orientale e asiatica. Un gruppo eterogeneo di Paesi dove le vendite sono scese del 6,2% nei dieci mesi 2025 ma che tra 2019 e 2024 hanno guadagnato l’1,4 per cento. Con 183 mln di euro, è il Giappone il mercato più pesante ma qui il vino made in Italy è stabile a 0,2% e non si può certo considerare tra gli emergenti.
Non lo è più neppure la Cina (tasso quinquennale di -7,4%, a 88 mln di euro e -25% in dieci mesi), che perde quote da anni: «Qui l’Italia – spiega Pantini – ha toccato il picco di minimo di export degli ultimi dieci anni. Partito con forza grazie soprattutto ai francesi e agli australiani, col passare del tempo ha deluso un po’ tutti. L’unico elemento di interesse in questo mercato, tradizionalmente consumatore di rossi, è il recente incremento dei vini bianchi freschi, come i vari Riesling, provenienti in particolare da Germania e Nuova Zelanda».
Tra gli altri acquirenti di vino italiano, oltre a Corea del Sud ed Emirati Arabi, si segnalano incrementi sul quinquennio 2019/24 per Singapore (tasso del +7,9% a 21,4 mln di euro, ma in calo nel 2025 di dieci punti), Israele (tasso di 19,2% a 17 mln di euro, ma con -10% a valore nel 2025) e Taiwan (tasso quinquennale del 5,9% a 16,7 mln di euro e una flessione tra gennaio e ottobre 2025 di oltre dieci punti). Tutti positivi i dati sul Vietnam (cento milioni di abitanti), che è cresciuto nel medio periodo del 2,7% a 13 milioni di euro ed è in controtendenza nel 2025 (+10%). Mentre Hong Kong, come la Cina, ha viaggiato a tassi negativi fino al 2024 (-3%, a 22 mln di euro) con una ripresa nel 2025 (+1,9%).

Singapore
L’insieme dei primi dieci mercati africani vale per il vino italiano poco più di 21 milioni di euro. Dati alla mano, questo continente pesa relativamente poco sulla bilancia delle vendite estere di vino made in Italy. Il Paese più ricco, guardando al giro d’affari vinicolo, è il Sud Africa con 5,1 milioni di euro acquistati nel 2025, un tasso dell’1,6% in cinque anni e un -9% fino a ottobre 2025. Segue la Nigeria, appena 2,1 milioni di euro di vino, ma con una popolazione di oltre 230 milioni di persone, che sta diventando interessante: «Si tratta di un paese ricco – nota Denis Pantini – che vede aumentare il reddito di una cerchia ristretta di popolazione. Tuttavia, finora i numeri sugli acquisti di vino sono ballerini e non si registrano crescite costanti. Bisognerà attendere». Intanto, il Top italian wines roadshow del Gambero Rosso ha fatto il suo debutto a Lagos proprio a gennaio 2026.
Fanno meglio della Nigeria, seppure con valori di import inferiori, il Kenya (tasso di +10,7% a 2 mln di euro), il Camerun (tasso di +50% a quota 1,8 mln di euro) e Mauritius (tasso di +19,6% a 1,3 mln di euro). In crescita ma con numeri piccoli anche Ghana, Marocco, Seychelles, a confermare comunque una certa capacità di penetrazione del vino italiano in un continente sostanzialmente poco battuto.

Camerun – strade di Yaounde – foto di Ariel-Nathan-Ada-Mbita- by Unsplash
Il vino italiano si sta muovendo su un campo minato e pieno di incognite. Le vendite estere, secondo stime Nomisma Wine Monitor, si chiuderanno per l’Italia con un bilancio negativo, rispetto al record di otto miliardi di euro del 2024. Nel periodo gennaio-ottobre 2025 sono scese del 2,7% in valore, dopo che tra 2019 e 2024 sono cresciute con un tasso medio annuo del 5 per cento. Gli Stati Uniti (prima destinazione) non sono intenzionati a eliminare i dazi sui beni importati dall’Unione europea e non è detto che le future amministrazioni scelgano di tagliarli, a meno che la Corte suprema non si esprima per l’illegittimità di quanto deciso dalla Casa Bianca.
Anche il trattato Ue-Mercosur, con un Brasile ad alto potenziale, è in freezer. Quello firmato di recente con l’India, piazza tutta da costruire per il vino, deve ancora passare per l’ok dell’Europarlamento. L’altra intesa commerciale tra Ue e Indonesia, paese però a maggioranza musulmana, è attesa per il 2027. L’Africa potrebbe offrire qualche opportunità ma gli analisti di Wine Monitor predicano prudenza. Le alternative concrete per il vino, quindi, sono per ora offerte dell’Est Europa e dai mercati dell’Asia come la Corea del Sud o la Thailandia, dove «occorrerà focalizzare gli sforzi e gli investimenti nel medio periodo».
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