Per anni è rimasto ai margini del racconto del vino italiano. Eppure l’Alto Casertano – comunemente noto anche come Alta Campania – è uno di quei territori che, lentamente, stanno cambiando passo. Non è il Falerno del Massico, non ha una DOC forte che lo rappresenti, non ha numeri importanti. Ma ha vigne, vitigni e produttori che oggi iniziano a parlare una lingua diversa: più precisa, più pulita, più contemporanea. Il risultato? Vini sempre più interessanti, che però quasi nessuno racconta.
L’Alto Casertano non è l’Ager Falernus, dove si produceva il vino degli imperatori lodato da Plinio Il Vecchio, ma un territorio attiguo, sempre parte della provincia di Caserta, fulcro produttivo dell’antica Campania Felix. Ben documentato da almeno tre secoli per merito dei Borbone, che, dopo aver costruito la Reggia di Caserta, fecero piantare le migliori uve del Regno di Napoli nel loro vigneto del Bosco di San Silvestro. Tra queste il Piedimonte Rosso e Bianco, vitigni autoctoni della valle del Volturno che i contadini rinomineranno Pallagrello per la forma sferica degli acini.
Eppure la zona è rimasta sempre un po’ in sordina: non ha neppure una DOC di riferimento, se non quella del Casavecchia di Pontelatone, che, però, tutela solo uno dei tre vitigni chiave del territorio. Questioni di volumi, certo: appena 300 gli ettari vitati, ovvero circa l’1% della superficie di una regione che già di per sé non copre più dell’1% del totale nazionale. Ma anche della percezione di una vocazione diversa per un territorio che, perlomeno nelle sue parti pianeggianti, che si fondono urbanisticamente con la città metropolitana di Napoli, ha avuto uno sviluppo economico importante legato alla logistica, al terziario e alla produzione di latticini.

“ll primo passo dovrebbe essere raccontare meglio la distinzione tra i centri urbani e le zone agricole della provincia di Caserta, che sono due mondi totalmente diversi”, spiega Lucia Ferrara, titolare di Sclavia, azienda situata in uno degli angoli più remoti e verdeggianti della zona. Storica dell’arte per formazione e figlia di un avvocato, ha fatto della passione per il vino una professione collaterale.
La sua è solo una di diverse realtà create da professionisti attivi in altri settori che hanno approfittato dei prezzi dei terreni ancora abbordabili per investire senza correre rischi esagerati. Tra gli altri esempi, quello di Teresa Mincione, ex avvocato e giornalista enogastronomica, e Cesare Avenia, che ha fondato Il Verro dopo aver lasciato il ruolo di amministratore delegato di Ericsson ed è anche presidente del consorzio di tutela Vitica.

Queste piccole aziende contribuiscono all’impressione di crescita qualitativa quella emerge dagli assaggi di Campania Stories, rassegna annuale per stampa e operatori che quest’anno si è tenuta tra la reggia di Caserta e il Vega Palace di Carinaro.
Se per la provincia di Caserta nel suo complesso – che include anche la zona del Falerno del Massico – si fatica ancora a fare un discorso d’insieme, è evidente, invece, un netto miglioramento nella IGP Terre del Volturno, corrispondente in larga parte proprio alla zona della provincia che si estende a nord-est del capoluogo, toccando le Colline Caiatine e costeggiando le rive dell’omonimo fiume, fino ad arrivare ai confini del Parco del Matese. Al suo interno rientra anche una porzione dell’agro di Aversa dal lato opposto del capoluogo, verso il mare. Il paesaggio, in ogni caso, cambia drasticamente andando verso nord: si abbandona la zona densamente edificata per entrare in una stretta vallata delimitata da colline vulcaniche, dove le vigne si alternano a piccoli insediamenti e boschi.

I risultati sono notevoli se si considera che i vini provengono da vitigni non facili. Il Pallagrello Bianco è un’uva di corpo, espressiva ed originale sotto il profilo aromatico, ma non ha l’acidità di Fiano o Greco. Piantarlo in alto sembra la soluzione: Calù 2024 di Sclavia, da vigne a 550 metri nel comune di Liberi, sfodera profumi sfiziosamente officinali e ha buon equilibrio tra freschezza e struttura.
L’azienda più storica, Alois, gioca invece la carta della longevità con il Morrone, da una parcella a 400 metri circondata dal bosco. La 2020 in commercio ha raggiunto la piena maturità espressiva, con un timbro sempre officinale, una spolverata di tostatura dal rovere e un allungo salino-cremoso, quasi “borgognone”. Affidabili anche il Lancella 2025 di Cantina di Lisandro e il Metodo Classico Primagioia 2022 di Piccirillo.
Tra i rossi, il Pallagrello Nero è stato protagonista in passato di grandi etichette di aziende oggi scomparse, come Terre del Principe e Nanni Copè. Le vigne di quest’ultima realtà sono state rilevate da Sclavia e hanno prodotto il Lucia a Monticelli 2024, tra i campioni più interessanti in degustazione, insieme a Matesio 2023 di Tenuta Selvanova. Vini coerenti nel rappresentare un vitigno che, con una gestione più oculata della vigna e meno estrazione, riesce a scrollarsi le rusticità di dosso e sfoderare un frutto molto allettante, abbinato a tannini che asciugano senza graffiare.
Migliora anche il Casavecchia, come già dimostrato dai Tre Bicchieri nella guida vini 2026 al Nulla é Per Caso 2022 di Teresa Mincione. È un vitigno leggermente diverso: probabilmente riscoperto per caso e ripropagato da una vecchia vite in mezzo a rovine romane, spesso associato al Trebulanum decantato da Plinio.
Meno produttivo e più acido del Pallagrello – e con un tannino più fine – ha tutte le carte in regola dare vini eleganti e longevi. Il problema é che molto spesso é stato sfigurato da un utilizzo del legno improprio, purtroppo reso obbligatorio dal disciplinare della DOC Casavecchia di Pontelatone. La nuova strada fatta di macerazioni e affinamenti più brevi dà risultati ben diversi : in anteprima, convince per schiettezza e garbo Granito 2024 di Sclavia, passato solo in acciaio.
Le versioni più “classiche”, invece, chiedono tempo: Montemaggiore 2019 de Il Verro parte leggermente cupo, salvo poi svelare buona freschezza e integrazione tannica più, a suggerire margini di miglioramento nel tempo. Per il Trebulanum di Alois, etichetta di riferimento, la traiettoria é messa in evidenza da una verticale in cantina: se 2021 é ancora spinta sulle durezze , la 2012 e la 2009 mostrano freschezza intonsa a fronte di più distensione. Non solo: tirano fuori una complessità officinale e boschiva da far impallidire i migliori Aglianico.
Ma è impossibile parlare di questa zona senza menzionare un patrimonio storico che si trova poco più in là, verso Napoli e il mare, attualmente a rischio estinzione: quello di Aversa con le sue viti maritate di Asprinio, spesso alte oltre dieci metri, minacciate dall’avanzata del cemento. Per ora l’immagine restituita dagli assaggi è quella di un bianco disimpegnato, con un’acidità importante e un alcol contenuto; raramente elettrizzante, ma molto efficace per il suo effetto sgrassante sui vari fritti campani.
Tra i produttori di riferimento, anche un’ azienda impegnata nel sociale: Vitematta, che recupera terreni confiscati alla Camorra e impiega persone da reintegrare nella società. Ad ulteriore dimostrazione di una volontà di cambiamento – di mentalità e di approccio – che permea non solo l’Alto Casertano. ma tutta la provincia.
Niente da mostrare
Reset© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma
Modifica preferenze privacy
Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]
Resta aggiornato sulle novità del mondo dell’enogastronomia! Iscriviti alle newsletter di Gambero Rosso.
Made with love by
Programmatic Advertising Ltd
© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.
Made with love by Programmatic Advertising Ltd