Vini&Scienza

C'era una volta il vino Vesuvium. Ecco quello che sappiamo sulla viticoltura dell'antica Pompei

La grande città distrutta dall'eruzione del vulcano ha passato varie fasi storiche, da quella etrusca al periodo romano, ma si è sempre dedicata alla coltivazioni delle viti e alla produzione di vino

  • 23 Aprile, 2026
Per vedere più contenuti su Google, aggiungici alle fonti preferite
Per vedere più contenuti, aggiungici alle fonti preferite

Che la coltivazione della vite e il vino fossero elementi centrali nell’economia produttiva attorno al Vesuvio, lo fa intuire l’insistenza dei versi di Marziale sui “pampini verdi”, le “pregiate uve”, gli “umidi tini”. A questo, si deve aggiungere una particolare documentazione iconografica, quella della casa dei Vettii, dove gruppi di amorini si dilettano in attività legate alla produzione del vino. Le riproduzioni di Bacco e Venere negli affreschi pompeiani riportano spesso le immagini di grappoli, che si possono riferire ad alcune varietà documentate dagli scritti dei Georgici latini sulle pendici vesuviane: la gemina minor e la vennuncula, mentre nelle zone pianeggianti e pedemontane sono coltivate l’holconia/horconia e la murgentina/pompeiana.

Il vino “Vesuvium”

Mentre la vennuncula era rinomata per la sua produttività, la gemina, una aminea, era celebrata nell’antichità per il suo vino ricco di alcole. Coltivato alla moda etrusca, con la tecnica dell’alberata, per il suo vigore, può essere identificato con l’asprinio casertano e il greco di Tufo.

Il vino Vesuvium, il cui nome ci giunge attraverso le etichette “dipinte” sulle anfore di Ercolano e Pompei, era prodotto coi vitigni murgentina. Non sappiamo dare un nome attuale alla murgentina, poi rinominata pompeiana, la «nobilissima» uva che si coltivava nei pressi di Leontino (Sicilia) secondo gli ampelografi siciliani rinascimentali.

Vesuvio – Pompei – foto Foto di Marek – da Pixabay

Pompei, città etrusca

L’enclave etrusca di Capua, costituita dal dominio campano di una Dodecapoli (di cui facevano parte città come Nocera, Pontecagnano, Salerno, Nola, Acerra, Ercolano, Pompei, Sorrento) e le terre dei Calcidiesi di Cuma, diedero vita a una “frontiera nascosta” tra le due culture, identificabile nelle modalità di allevamento della vite, rispettivamente su tutore vivo e su tutore morto.

Nell’agro di Capua, infatti, dalla prima espansione etrusca fino ai nostri giorni, la vite è maritata al pioppo e con la sua impronta decisa al paesaggio agrario, crea una profonda dicotomia nei confronti della vite allevata a spalliera (vinea) attorno a Napoli. Dopo la terza guerra sannitica nel 280 a.C. e soprattutto con la sconfitta di Annibale con la seconda Guerra Punica, nel 210 a.C., inizia la romanizzazione del Meridione, ma le strutture produttive etrusche persistono fino ai giorni nostri, come dimostrano le alberate aversane e il vitigno asprinio.

L’uso delle viti maritate

Che il sistema di allevamento della vite su tutori vivi fosse un retaggio etrusco lo dimostra anche la presenza nella lingua di questo popolo di un vocabolo “ataison“, riferibile alla radice ario-europea che vuol dire “girare su se stesso, avvolgersi”, che può appunto significare, “vite maritata all’albero“.

coltivazioni nel Parco archeologico di Pompei

Anche l’isola d’Ischia appare distinta dal punto di vista delle tipologie viticole, in due aree. La prima, quella orientale, di origine vulcanica dai connotati linguistici neolatini, presenta ancora oggi in alcuni vigneti-relitto dalle forme di allevamento molto alte, su tutori morti di castagno (le falanghe). Certamente legata a questo modo di allevare la vite era la frequentazione del mondo etrusco, funzionale alla lavorazione del ferro elbano. A ovest di questa linea, nella parte tettonica, dove sono presenti anche sostrati lessicali del Mediterraneo orientale e del Caucaso, precedenti a quello greco, sono riconoscibili forme di allevamento riconducibili all’alberello o spalliera localmente detta latina.

Sesti e tecniche d’impianto dei vigneti della Pompei romana

Le tracce riconoscibili di come venivano piantati i vigneti a Pompei, e nel mondo romano in genere, sono ricavabili dalle fonti letterarie antiche (in primis il De agricoltura di Catone e in epoca più tarda in Plinio e Columella). Le viti erano alloggiate in trincee scavate nel terreno (sulci), destinate a garantire la profondità di almeno 80-90 cm, necessaria per la crescita delle radici. È evidente che dove l’altezza del suolo era inferiore, lo scavo incideva più o meno profondamente la sottostante superficie tufacea. Ed è proprio la traccia di questo scasso quella che spesso ritroviamo sul tufo di Pompei, dove negli scavi si rinvengono tipi diversi di tagli, con caratteristiche differenti: le trincee più strette e dal profilo concavo sono solitamente identificate come canalizzazioni per l’acqua, utilizzate sia per l’irrigazione che per il drenaggio. In connessione con le suddette canalizzazioni, sono distinguibili caratteristiche comuni, come la larghezza costante (che si aggira tra gli 80 e 90 cm), il profilo squadrato, la lunghezza delle trincee e la relativa regolarità della distanza fra una trincea e l’altra all’interno di ogni impianto.

Pompei – vigneti – foto di Pieter-Biesemans-unsplash

Le trincee

Caratteristica comune di questi sistemi appare la larghezza delle trincee, che, pur con qualche oscillazione, risultano larghe tra gli 80 e i 90 cm, con distanze fra una trincea e l’altra (anche qui con qualche variabile maggiore o minore) che vanno dai tre ai dieci metri, misure molto superiori a quelle indicate ad esempio da Columella, da m. 1.20 a 3 metri circa. Appare chiara l’impostazione di una viticoltura promiscua sviluppata su tutori vivi con la coltivazione di grano o ortaggi o legumi tra un filare e l’altro.

La pergola

Diffusa era anche la pergola. A Pompei era adottata in epoca imperiale per ornare le ville e per la produzione dell’uva da mensa. Varrone nella sua tipologia dei sostegni per le viti, distingue tra pedamenta e iuga, cioè tra sostegni verticali e orizzontali. Queste travi di legno congiunte a una vite alberata si possono intuire come un’integrazione con i tutori vivi per aumentare la produzione di uva in terreni particolarmente fertili . La Campania durante il periodo imperiale aveva ospitato le ville per gli “ozii” dei patrizi romani ed aveva favorito la produzione di vini e frutta di qualità destinata alle loro mense. La gran parte di queste varietà da tavola era di origine greca ed erano genericamente chiamate “suburbane” perché la loro coltivazione era realizzata alla periferia delle città, per renderne più facile la commercializzazione.

© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma

Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]

Made with love by
Programmatic Advertising Ltd

© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.

Made with love by Programmatic Advertising Ltd