Metodo biodinamico

"La viticoltura moderna fabbrica vini morti. Il movimento naturale? Spesso è marketing". La sentenza di Nicolas Joly

Il guru della biodinamica è sbarcato a Roma con 60 produttori per il primo evento in Italia del gruppo Renaissance des Appellations. Elisabetta Foradori: "Momento difficile, anche il consumatore è confuso"

  • 22 Gennaio, 2026
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«La crisi dei consumi? Dipende dal fatto che oggi un vino che sembra buono in realtà è solo uguale a tutti gli altri». Parola di Nicolas Joly, il pioniere della biodinamica che, per la prima volta, con il suo gruppo Renaissance des Appellations è arrivato a Roma per l’evento Convivium Reinassance dedicato agli operatori horeca (ospitato, il 19 gennaio, al Garum Circo Massimo) e preceduto da alcuni momenti convivali in città. Non una fiera, ma degli incontri tra 60 produttori (italiani e non), distributori e importatori. Perché anche chi lavora seguendo i ritmi della natura e ascoltando le forze cosmiche, alla fine dei conti, del mercato ha comunque bisogno. E il mercato del vino in questo momento non emana energia positiva.

«In quarant’anni non avevo mai visto una situazione del genere», è il commento di Elisabetta Foradori, una delle viticoltrici biodinamiche italiane della prima ora e referente di Renaissance Italia. «Viviamo in un’epoca complessa di grandi cambiamenti. Ci sono situazioni che non puoi controllare, come i dazi statunitensi, ma credo che il mercato dipenda anche dal legame che hai stretto nel tempo con il cliente. E probabilmente il nostro gruppo ha dalla sua questo rapporto umano privilegiato che ti permette di spiegare la storia del tuo vino direttamente a chi lo acquista». O, come nel caso dell’evento capitolino, a chi lo deve a sua volta vendere.

La critica alla viticoltura convenzionale

L’altro punto di forza, messo in evidenza dallo stesso Joly, è il gusto del territorio: «Se hai ricevuto il messaggio del luogo, il vino continuerà ad esprimerlo anche nel tempo. Oggi, però, l’agricoltura moderna ha totalmente distrutto il luogo, fabbricando legalmente vini che non esprimono le denominazioni da cui vengono: vini perfetti, ma piatti e tutti uguali. Un po’ come avviene con la medicina estetica che non ha nulla a che fare con lo charme. La viticoltura biodinamica non è una ricetta, ma significa fare da cassa di risonanza di un preciso luogo».

Per il guru della biodinamica c’è un modo infallibile per capire se un vino è davvero buono o meno: «Aprite una bottiglia e conservatela senza metterla in frigo in modo che a contatto con l’ossigeno inizi l’ossidazione. Se quel vino ha assorbito il messaggio del luogo continuerà ad esprimerlo, ma se quel vino è stato prodotto da un enologo “brillante” – sorride ironico – allora non cambierà a contatto con l’aria, perché quel vino è morto».

La critica ai vini naturali come leva di marketing

Dall’altra parte della barricata ci sono i cosiddetti produttori naturali, che in qualche modo hanno copiato dall’agricoltura biodinamica, ma senza il rigore dei seguaci di Joly: «Non c’è controllo sul vino naturale – attacca il produttore francese – Molte persone vogliono fare questo vino per entrare nel mercato, ma magari usano diserbanti come il Roundup. La natura è più di questo».
Di certo la diffusione del movimento naturalista ha anche portato un po’ di concorrenza nel mondo biodinamico e un po’ di confusione in più, come ricorda Foradori: «Naturale è indefinito. Nella nostra epoca storica in cui tutto deve essere etichettato, sono dei vini fatti in modo artigianale. Ma c’è anche chi lo fa per seguire le mode, creando dei vini cosiddetti pop e questo crea confusione nel consumatore. Alcune persone, magari scottate dall’assaggio di vini naturali ma non buoni, si sono allontanati da tutti quei prodotti che magari hanno un’etichetta più bizzarra, preoccupati di ripetere l’esperienza. Dall’altra parte purtroppo ci sono anche grandi aziende industriali che per ammiccare a vini artigianali usano etichette pop pensando che funzioni ad attrarre nuovi clienti».

Il biologico sempre più industriale

In questa offerta così ambigua, diventa sempre più complicato fare dei distinguo. Ci prova Joly – sebbene in modo un po’ troppo filosofico – nel marcare le distanze rispetto alla viticoltura biologica: «La biologia rispetta la vita della Terra. La biodinamica riconnette il sistema solare che dà vita alla Terra. È molto diverso». In soldoni: la biodinamica va oltre.

Per Foradori, però, è anche una questione di compromessi: «Il biologico è diventato un metodo quasi industriale: una certificazione per tappare i buchi ma fin troppo permissiva, a causa delle pressioni da parte dell’industria». Da qui la provocazione: «Non capisco perché deve certificarsi chi non usa chimica. Dovrebbe essere il contrario: chi usa altri prodotti oltre a quelli naturali dovrebbe sottoporsi ai controlli, perché non dovrebbe essere quella la normalità».

Elisabetta Foradori

La risposta ai cambiamenti climatici

Impossibile, però, non tenere conto del climate change in corso. Da qui la domanda viene spontanea: se il biologico, nonostante la possibilità di usare rame e zolfo, continua a perdere adepti a causa di una produzione dimezzata di fronte ai cambiamenti climatici, come fa a resistere la viticoltura biodinamica di fronte a quegli stessi cambiamenti? «Se fai biodinamico da sempre, il sistema agricolo è più rafforzato, per cui le piante reagiscono con resilienza e coerentemente al luogo in cui si trovano, come se fossero più reattive allo stress – risponde Foradori –  Chi fa viticoltura convenzionale continua ad incrementare l’uso di pesticidi e alla fine non ottenendo risultati, non sa più cosa fare. Noi abbiamo comunque la fortuna di poter intervenire con i preparati, ma non è una ricetta valida per tutti: è fondamentale guardare le piante per capire come e se intervenire. Essere presenti. Ad ogni modo – conclude la produttrice trentina – non ho mai avuto la tentazione di lasciare la produzione biodinamica, neanche quando agli inizi non ero capita e venivo considerata una pazza. Il motivo? Non parliamo solo di una conversione agricola, ma è qualcosa di più profondo che presuppone prima di tutto una conversione interiore».

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