Viticoltura piemontese. Grignolino, si va verso un Consorzio unico, con Doc distinte

17 Ott 2014, 16:25 | a cura di Livia Montagnoli
Si pensa a far fronte comune per arrivare sul mercato con maggiore forza e valorizzare il prodotto; così il dialogo tra i produttori di Casale Monferrato e Asti non può che risultare benefico per il futuro di questo rosso piemontese dalle antiche radici. E spunta la proposta di modificare il nome del vino: da Grignolino a Moncalvo.
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Il rilancio del Grignolino passa per il dialogo tra i produttori di Casale Monferrato e Asti. Un confronto finalmente avviato, che sta provando a superare campanilismi radicati, nel nome di un vitigno che caratterizza i due centri piemontesi geograficamente vicini, ma con due distinte Doc (Asti dal 1973 e Monferrato Casalese dal 1974) che, messe assieme, contano circa 1,7 milioni di bottiglie. Numeri esigui per affrontare il mercato con le spalle coperte e garantire sbocchi sicuri a questo rosso piemontese, considerato un vino popolare, dalle antiche radici, che però col tempo ha perso quote.
Sono oltre cento le aziende produttrici, in maggioranza con una tiratura di qualche migliaio di bottiglie, ma che includono anche diverse cantine sociali: da Agliano a San Giorgio, da Rosignano a Castagnole. L'idea di aggregare per valorizzare meglio il prodotto ha avuto un'accelerata nelle scorse settimane.
Sia chiaro: le due Doc per ora non saranno fuse in una nuova, ma formeranno un unico Consorzio, all'interno dell'attuale Consorzio della Barbera d'Asti e Monferrato. Una casa comune che, come spiega Marco Maria Crivelli (Ruché Crivelli), consentirà di risparmiare, gestire fiscalità e burocrazia, e concentrare le forze sulla promozione: "Puntare poi all'erga omnes e gestire una quota di entrate finanziarie". E accedere ai fondi regionali ed europei. Ma è sulle modalità della gestione comune che ancora le posizioni di differenziano. L'idea di modificare il nome del vino, sostituendolo con un nome di luogo (Moncalvo al posto di Grignolino?), non trova l'unanimità: "La vedo un'ipotesi lontana, dico no a forzature sul nome e invito piuttosto a mettere assieme le forze per gestire al meglio la promozione, il resto verrà da sé", dice Domenico Ravizza (azienda Vicara), che da anni assieme ad altri lavora sulla tipologia riserva.
Scettico anche Mauro Spertino (az. Spertino) sull'unificazione delle Doc: "Rappresentano due diversi terroir, pertanto è meglio mantenerle separate ma in un unico consorzio, individuando con l'ausilio della scienza le zone più vocate e comunicarle al consumatore, in nome della valorizzazione del territorio". Il Consorzio potrebbe muovere i primi passi già a novembre. Il dibattito resta aperto. Distinzioni a parte, ci sembra un passo in avanti.

A cura di Gianluca Atzeni

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