19 Mag 2016 / 12:05

Laboratori Hur. L'estetica bio e a chilometro zero. Intervista Roberto Bonfanti

Cosmetici come piatti da mangiare, con olio di oliva, latte d'asina, capperi, foglie di vite e ingredienti bio e a chilometro zero. Perché la ricetta per la bellezza è anche commestibile.

Laboratori Hur. L'estetica bio e a chilometro zero. Intervista Roberto Bonfanti

Cosmetici come piatti da mangiare, con olio di oliva, latte d'asina, capperi, foglie di vite e ingredienti bio e a chilometro zero. Perché la ricetta per la bellezza è anche commestibile.

Dall'agricoltura alla cosmesi il passo è breve, anche se potrebbe sembrare il contrario. A farci riflettere sulla contiguità tra questi due mondi è Roberto Bonfanti, fondatore dei Laboratori Hur, di Firenze una delle realtà più innovative del settore. Ma il collegamento vale solo nel caso in cui materie prime e lavorazioni siamo in comune tra i due ambiti. “I nostri cosmetici sono commestibili, in teoria”. Che non significa che siano gustosi, naturalmente, ma solo che “potenzialmente” possono essere ingeriti senza danni per la salute. Di quanti cosmetici possiamo dire lo stesso? Perché termini come naturale, puro, genuino, sono spesso la chiave di volta di un marketing sempre più efficace e l'ispirazione di una filosofia produttiva, ma non superano la più semplice delle prove: quella dell'ingestione.

Roberto Bonfanti, studi di agraria e una conversione all'erboristeria e alla cosmesi in giovane età, sin dal 1985 ha approcciato al settore cosmetico con il chiaro intento di abbracciare quanto più possibile una filosofia del naturale. Anche se l'attività dei suoi laboratori è differenziata. “Abbiamo tre protocolli diversi” ci spiega: “uno professionale, per gli operatori, in cui seguiamo il disciplinare; uno naturale, in cui non ci sono prodotti di sintesi, ma sono presenti anche elementi di derivazione animale come collagene e acido ialuronico; e infine uno bio, vegetale, legato al territorio”. Le linee guida sono filiera corta, prodotti del territorio (in questo caso quello toscano), materie prime fresche e organiche. Vi suona familiare?

 

Le ambiguità del bio

È questa linea che ci interessa, e ci interessa anche capire perché Bonfanti ha scelto un proprio protocollo senza affidarsi, invece, a un istituto preposto: “perché esistono tantissimi enti di certificazione privati. Ognuno ha il proprio protocollo, ma secondo me è bene svincolare il discorso del bio da interessi economici, e guardare alla qualità”. Ma un prodotto con un bollino bio, non ha maggiore appeal sul consumatore? “Sì, nel caso di una persona poco informata. Chi invece è più preparato, sceglie secondo le proprie esigenze, e non per una certificazione”. E quella è la fetta di pubblico cui vi rivolgete? “Sì”. E proprio per questo che l'azienda organizza mensilmente dei corsi rivolti a medici, estetisti e addetti ai lavori, spesso aperti anche ai semplici consumatori. “Alcuni prodotti o ingredienti non li vogliamo impiegare, anche se sono consentiti. Il mio principio è: se non lo metterei io, non lo faccio uscire sul mercato”. La sua fortuna, dichiara, è di poter testare il prodotto.

 

Le materie prime

Usiamo quando più possibile prodotti freschi, perché le loro proprietà sono più integre. Pensate alla differenza tra un'erba aromatica liofilizzata e una appena raccolta” dice, per tornare a un discorso che ci è familiare. E per avere gli ingredienti adeguati alle sue esigenze, ha aperto anche la porta alla produzione: “Produciamo direttamente olio di oliva, lavanda, rosmarino, elicriso e altre materie prime biologiche cono tanto di certificazione che, nel caso dell'agricoltura, è una strada molto più chiara da intraprendere”. Non sono certo autosufficienti, sia per la grande varietà di prodotti impiegati, sia per le quantità, insufficienti per le loro esigenze. “Non abbiamo il primato della coltivazione, né vogliamo averlo. Mi piace lavorare con agricoltori della zona. E mi piace allargare l'attività coinvolgendo persone del cui lavoro mi fido”.

 

Le lavorazioni 

Anche in cosmesi una delle materie prime più impiegate sono gli oli. “In genere nell'industria cosmetica sono soprattutto derivati dal petrolio” dice “noi impieghiamo olio di oliva, di canapa, di lino”. E poi molta frutta, sedano, avocado, cachi, zafferano, fiori. “Della vite si usa tutto: foglie, vinaccioli, aceto, succo di uva, vino”. C'è poi il latte di asina, alla base di una linea di prodotti per la persona: “lo prendiamo da un allevatore umbro, Roberto Cambiotti, che lavora nel settore alimentare”. Che caratteristiche deve avere un prodotto perché sia valido per voi? “Deve essere fresco, fragrante, ricco, derivare da una filiera controllata”. E in che modo viene lavorato? “Deve subire lavorazioni che non lo privino delle sue caratteristiche, dei principi attivi e le proprietà. In molti casi sono processi affini a quelli usati in cucina. Per esempio si lavorano aceti (di lavanda, di aglio o di timo), piante essiccate, semi, e oli macerati a freddo in cui la pianta rilascia il principio attivo con un procedimento molto simile a quello dei sottoli, che in cosmesi si chiamano olioliti”: Ma ci sono altre aziende che si rivolgono all'agroalimentare creando una rete di relazioni tra il mondo della cosmesi e quello dell'alimentazione? “Non in questi termini”.

 

Le difficoltà di lavorare con materie prime fresche

Quali sono le difficoltà che si incontrano nel realizzare cosmetici da prodotti freschi? “Innanzitutto la deperibilità. Paradossalmente più un prodotto è naturale più ha bisogno di conservanti. Perché è difficile renderlo stabile e duraturo”. Suggerisce di pensare a una crema come fosse una maionese. Ci sono leganti, parti grasse “tutti questi elementi, in cosmetica, possono essere sintetici: oppure possono derivare da materie prime naturali e, volendo, vegetali”. Proprio come per una maionese fatta in casa con uova fresche e non liofilizzate, per esempio, si ottiene un prodotto vivo, molto più delicato. “Proprio in questo consiste la gran parte del nostro lavoro. Realizzare formulazioni con pochissimi conservanti, o addirittura senza, che mantengano intatte le loro proprietà” aggiunge “Ci penso da 30 anni e ancora mi considero in fase di sperimentazione”.

Ma questo non basta, perché, non dimentichiamolo, l'obiettivo non è, semplicemente, produrre, un buon cosmetico, ma un cosmetico che funzioni. “Uno dei problemi del settore è che dermatologi e cosmetologi viaggiano su binari paralleli”, che significa che le esigenze riscontrate dall'uno non dialogano con i risultati prodotti dall'altro. “Io voglio avere dei prodotti efficaci, che diano i risultati che mi sono prefissato. Perché si può realizzare una crema perfetta dal punto di vista della composizione, ma non efficace. Usare con prodotti freschi, da filiera controllata e lavorati con attenzione perché mantengano il più possibile le loro caratteristiche, è meglio”. Ci spiega infatti che i cosmetici parlano due linguaggi, uno è quello verbale, fatto dalla persona che lo spiega: la narrazione. Mentre l'altro è quello del corpo che lo usa. È un racconto fatto dalla reazione della pelle quando si applica un prodotto “c'è un'attenzione sempre maggiore a questo aspetto”.

 

Come nascono i cosmetici?

C'è un punto di partenza anche nella creazione dei cosmetici, e in un certo senso si avvicina al modo di procedere che si applica anche in cucina. C'è un'idea, prima di tutto, e una progressione per tentativi e avvicinamenti. “Mi viene in mente un problema, un'esigenza specifica oppure una miglioria su un prodotto già esistente”. A quel punto parte la ricerca. “Cerco di andare dietro a questa immagine che ho in mente. Arriva la prima ricetta che poi viene verificata molte volte. Viene provata e modificata. La considero finita solo quando non ho niente da aggiungere”. Il punto di arrivo corrisponde a quello che aveva immaginato? “Non sempre, a volte arrivo a risultati che non avevo immaginato”.

Circa 3500 formulazioni diverse in quasi 30 anni, ma nessun brevetto. Come mai? “A parte il fatto che è una cosa aggirabile anche solo cambiando un minimo ingrediente, il brevetto è legato solo a motivi commerciali, che non mi interessano. E poi qui vengono continuamente studenti universitari a completare la loro formazione. Brevettare le ricette non avrebbe senso”. Come è cambiato il panorama dal 1985? “Si guarda più alla sostanza e meno alla forma. Quando abbiamo iniziato era l'epoca dei grandi brand di moda che si espandevano anche alla profumeria. Adesso l'attenzione del consumatore si è spostata più al contenuto, agli ingredienti, per esempio”.

 

Ricette da mangiare

Impossibilitato a produrre prodotti estetici da consumare per via orale “lo può fare un erborista, non un cosmetologo”, gli chiediamo come il legame tra il suo lavoro e il mondo della cucina, più volte dichiarato, lo porti ad approcciare alla gastronomia. “Sono molto appassionato di cibo, anche se no mi ritengo un esperto. Mi piace mangiare bene, ma soprattutto mi piace una cucina fresca” con la stessa filosofa del prodotto di qualità, sano e integro che usa nella sua attività. I suoi ristoranti di riferimento? “Cibreo, Povero pesce, Portofino a Firenze, I Vespri a Palermo. E in generale dove trovo un'ottima materia prima. Rispettata e valorizzata”.

 

Laboratori Hur | Firenze | viale dei Mille, 90 | tel. +39 055 5535959 +39 055 4089041 | http://www.laboratorihur.com/

 

a cura di Antonella De Santis

 

 

 

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