15 Nov 2016 / 15:11

Prosecco sotto attacco. Quanto c’è di vero nell’inchiesta di Report?

Dopo la pizza e il caffè, la redazione della Gabanelli passa all’attacco delle bollicine più famose d’Italia. Dal nome usurpato ai produttori del Carso all’uso improprio di pesticidi. Ecco punto per punto le questioni sollevate. 

Prosecco sotto attacco. Quanto c’è di vero nell’inchiesta di Report?

Dopo la pizza e il caffè, la redazione della Gabanelli passa all’attacco delle bollicine più famose d’Italia. Dal nome usurpato ai produttori del Carso all’uso improprio di pesticidi. Ecco punto per punto le questioni sollevate. 

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Momento difficile per il Prosecco. Invece, di festeggiare i quasi 2 miliardi di fatturato, il re delle bollicine deve pensare a tenere a bada le voci che si stanno sollevando da più parti per accusarlo da una parte di fare un uso improprio di pesticidi, dall’altro di essersi appropriato indebitamente del nome che oggi porta. A sferrare il colpo, speriamo non mortale, l’inchiesta di ieri sera (14 novembre) nel corso della trasmissione Report. Invidia per un successo senza precedenti o amore della verità?

L’importanza di chiamarsi Prosecco

Partiamo dalla questione del nome, di cui il Gambero Rosso si è occupato fin dal 2011, quando partirono i primi malcontenti da parte degli abitanti del Carso. Ma cos’era successo? Il paradosso che non può passare inosservato è che a Prosecco (paesino di 1300 abitanti in provincia di Trieste) non si produce Prosecco. Ma non c’è nessun errore: è proprio il paese da cui prendono il nome le più famose bollicine italiane. Il motivo è presto spiegato. Nel 2009, la nascita della grande denominazione interregionale (Veneto-Friuli Venezia Giulia) fu una grande operazione per poter blindare il nome delle bollicine. Come sappiamo, l’unico modo per avere “l’esclusiva” di una denominazione è quella di legarla al nome di un luogo geografico. Da qui la grande intuizione (o furbata, secondo molti) dei veneti di estendere la denominazione al Carso, tirando dentro anche la piccola località di Prosecco. La seconda condizione era cambiare il nome del vitigno da Prosecco a Glera (effettivamente coltivato in provincia di Trieste). E fu presto fatto. Non lo nasconde di certo il presidente della Doc Prosecco Stefano Zanette: “Abbiamo colto l’opportunità, non con furbizia, ma con intelligenza”. I numeri oggi gli danno ragione. Ma la moneta di scambio, affinché i produttori del Carso accettassero di cedere il nome e inserirsi – almeno sulla carta – nella denominazione, era la firma di un protocollo. Protocollo firmato con il sostegno dell'allora ministro dell'Agricoltura e oggi presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Ed ecco, punto per punto le promesse fatte 6 anni fa e, secondo i 25 produttori carsici, mai rispettate in un rimando continuo tra Regione Veneto, Regione Friuli Venezia Giulia e Mipaaf.

Punto n.1: Ristrutturazione della parte agricola del costone carsico triestino con interventi di bonifica

Punto n. 2: Realizzazione di un progetto di sviluppo - Masterplan - per il Carso

Punto n.3: Revisione e semplificazione di carattere ambientale, territoriale e urbanistico delle zone soggette a vincoli ambientali

Punto n. 4: Sviluppo di iniziative promozionali per la nuova Doc e realizzazione di una casa del Prosecco nell'omonima località

Punto n. 5: Progetto di promozione dei vini Vitoska, Malvasia, Terrano e Glera

 

E oggi i carsici, stanchi di chiedere il rispetto di questi punti e di fronte al boom del Prosecco, sono passati al contrattacco, in maniera altrettanto furba, chiedendo una royalty sul venduto: un’autotassazione di un centesimo che vada loro a “risarcimento”. Ma non ci sta Zanette, che a Report ha dichiarato, senza giri di parole, che “questo non avverrà mai”.

 

Troppi pesticidi?

Di tutt’altro sapore la questione dei pesticidi, sollevata nella stessa puntata di Report. Tanto che ci si chiede che senso abbia mettere tutto in un unico calderone, quasi a voler demonizzare il sistema Prosecco in toto, sferrandogli un attacco personale, tra piccoli campanilismi e grandi questioni ambientali. Le immagini andate in onda parlano di atomizzatori per strada; abitanti che hanno sviluppato la cosiddetta “sensibilità chimica multipla” e non escono di casa senza mascherine; pesticidi spruzzati a distanza ridotta dalla strada e perfino dalle scuole, senza siepi di protezione. E si fa riferimento anche di diversi casi di morti per tumori, finanche bambini colpiti da leucemia. Ma sarà davvero tutta colpa del Prosecco? In generale, esiste un regolamento di polizia rurale che parla chiaro e che pone dei limiti ben precisi. Per quanto riguarda i trattamenti, la Regione ha stabilito delle linee guida proprio per restringere l’uso di sostanze chimiche, con la possibilità di richiedere delle deroghe - e sono soprattutto queste ad essere finite sotto processo - nel caso di attacchi improvvisi di malattie della vite. Tuttavia, non appare preoccupato il direttore prevenzione Ulss 7 Conegliano, Sandro Cinquetti, secondo cui l’incidenza dei tumori sul territorio sarebbe “significativamente inferiore rispetto alla media veneta e nazionale”, anche se Gabanelli&co non sembrano dargli troppo ascolto. Anche le analisi indipendenti del Polo Lab, chieste dal Comitato Colli Puri di Collabrigo, dimostrerebbero che nei vini, biologici compresi, sono sì presenti residui di pesticidi (in alcuni casi tipologie non più autorizzate), ma sempre ampiamente nei limiti di legge.

Infine, c’è un altro pericolo da non sottovalutare. Ed è nel messaggio che ne viene fuori di un presunto “Prosecco avvelenato”, con il pressappochismo di chi non pensa alle conseguenze per tutto l’agroalimentare italiano. E non sarebbe la prima volta per la trasmissione di Rai 3. Vedi i casi di pizza e mozzarella e in parte anche per quanto riguarda la pur buona – ma anche in quel caso eccessiva e inutilmente apocalittica - inchiesta sul caffè. Parlando in linea generale non si capisce perché lo stile di Report, una testata della televisione pubblica, spesso sembri più orientato a spaventare gli spettatori che ad informarli. Comprensibile dover utilizzare un registro televisivo e angosciante che tenga incollati allo schermo milioni di cittadini, ma quando si parla di salute (e di posti di lavoro) forse bisognerebbe intervenire meno a gamba tesa.

 

Dall’altro verso, però, è chiaro che, chi si trova in mano un patrimonio così importante (destinato anche all’Unesco, se la candidatura delle Colline di Conegliano e Valdobbiadene andrà a buon fine) non può farsi trovare impreparato di fronte a tematiche così attuali per il settore. E dieci produttori biologici su 3 mila viticoltori sembrano francamente un po’ pochini. Per inciso, non lo ha di certo scoperto Report che non è possibile fare vino perfettamente biologico, accanto un vigneto curato con metodo convenzionale, come dimostrato dai residui riscontrati – ma sempre al di sotto dei limiti di legge - nelle analisi chimiche dei vini biologici. Al di là dei casi specifici e al di là del Prosecco, probabilmente la questione dovrebbe estendersi a livello nazionale e di settore: l’insistenza degli ultimi anni sui modelli sostenibili di viticoltura non è certo un pour parler. La sostenibilità oggi più che mai - con o senza le denunce di Report - è una sfida che non può più attendere.

 

a cura di Loredana Sottile

 

 

 

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