29 Giu 2017 / 15:06

Ceta: rischi e opportunità. Ecco cosa cambia per l'agroalimentare

Da una parte il riconoscimento di 41 indicazioni geografiche italiane, dall'altra il via libera a carne e grano nordeuropeo. Rischi e opportunità dell'accordo Canada-Unione Europea che divide il mondo produttivo. Unanime e positivo il parere delle associazioni del vino

Ceta: rischi e opportunità. Ecco cosa cambia per l'agroalimentare

Da una parte il riconoscimento di 41 indicazioni geografiche italiane, dall'altra il via libera a carne e grano nordeuropeo. Rischi e opportunità dell'accordo Canada-Unione Europea che divide il mondo produttivo. Unanime e positivo il parere delle associazioni del vino

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Spenti i riflettori sui negoziati del Ttip-Transatlantic Trade and Investment Partnership tra Ue e Usa - in quel caso l'interruttore era stato spento a scena aperta dal presidente statunitense Donald Trump - adesso l'attenzione commerciale e politica è tutta focalizzata sul Ceta-Comprehensive Economic and Trade Agreement tra Ue e Canada che, dopo trattative decennali, sembrerebbe in dirittura di arrivo. Per superare la fase transitoria, però, occorre l'approvazione di tutti gli Stati membri. In Italia, il prima via libera è arrivato pochi giorni fa - il 27 giugno - in Commissione del Senato e adesso il provvedimento passerà all’esame dell’Aula.

 

Cosa prevede il Ceta

Nel trattato, va da sé, non rientra solo l'agroalimentare, ma sono sette i principali ambiti di applicazione: beni agricoli, beni non agricoli; servizi e investimenti; appalti pubblici; proprietà intellettuale; risoluzione delle controversie; sviluppo sostenibile. Accanto all'abbattimento delle barriere tariffarie, è previsto anche quello delle frontiere per la partecipazione di cittadini e imprese alle gare d’appalto e l’eliminazione dei maggiori ostacoli al reciproco riconoscimento per alcune professioni, come architetti o commercialisti. A questo si aggiungono le disposizioni per garantire il trattamento non discriminatorio dei prodotti di uno e dell'altro mercato.

 

Ma vediamo da una parte e dall'altra quali sono gli ambiti che dall'accordo trarrebbero i maggiori benefici.

Per il Canada, sicuramente l'automotive, secondo maggiore bene di esportazione, ma con una limitata penetrazione nel mercato europeo. Secondo l'Ice, l'accordo porterebbe all'aumento della quota di autoveicoli made in Canada in Ue da 13 mila a 100 mila autoveicoli (+669%).

Ci sarebbe anche un'apertura significativa del mercato Ue alla carne fresca canadese, le cui esportazioni, si stima, aumenteranno di oltre il 300%, da 15 mila a 65 mila tonnellate l'anno. E qui si inserisce il tanto dibattuto tema di ormoni e derivati, con il problema di conciliare le norme canadesi con quelle, molto più restringenti, Ue.

 

Viceversa, l'Europa vedrebbe in prima fila l'ambito agroalimentare, formaggi in primis. A tal proposito, il Ceta prevede il riconoscimento di 150 indicazioni geografiche europee, di cui circa un quarto (41) sono italiane.

In questo modo, secondo le stime Ice, le quote di importazione in vigore per i formaggi europei dovrebbero passare da 13 mila a 30 mila tonnellate (+130%).

Inoltre, la lista delle denominazione risolverebbe l'annosa questione di prodotti come prosciutti Dop (Parma, San Daniele, toscano) e formaggi (asiago, fontina, gorgonzola) che fino ad ora non potevano essere commercializzati in Canada, se non con nomi generici e a rischio di salate sanzioni legali. Si tratta, infatti, di marchi commerciali precedentemente registrati nello Stato federale e per i quali era, quindi, paradossalmente impedita l'importazione. Con l'accordo, per questi prodotti si aprirebbero le porte del mercato nordamericano, sebbene in una situazione di coesistenza con gli omonimi canadesi: il riconoscimento delle denominazioni Ue, non è, infatti, retroattivo.

Diversa la situazione per le altre denominazioni. “Con l'entrata in vigore del Ceta” spiega l'Ice “la registrazione di nuovi marchi corrispondenti a una Igp europea sarà vietata e i nuovi prodotti canadesi non potranno usare simboli o immagini ingannevoli. I riferimenti in etichetta saranno possibili solo se preceduti da diciture come tipo, style e così via, che li differenzierà dal prodotto originale”. Capitolo, quest'ultimo, che apre a diverse interpretazioni e dissensi.

 

Cosa cambia per il vino?

Dal punto di vista del riconoscimento delle denominazioni, per il vino non cambia praticamente nulla, in quanto il Ceta riconosce e incorpora l'accordo Canada-Ue Wine and Spirtis, siglato nel 2003, che già tutelava la produzione vitivinicola europea.

Cambiano, invece, le condizioni fiscali, grazie all'abolizione dei dazi all'entrata. Si parla di imposte non elevatissime che cambiano da provincia a provincia, ma la cui abolizione non potrebbe che favorire la penetrazione dei prodotti europei.

Non solo. Come fa notare l'Unione Italiana Vini, tra le agevolazioni previste dal Ceta ci sono i Cosd (Cost of Service Differential), che rientrano nelle cosiddette pratiche discriminatorie fino a ora adottate dai Monopoli canadesi in cambio di vari servizi offerti. Discriminatorie perché le tariffe si differenziano da vino a vino, finendo per agevolare il prodotto interno. “Fino a ora” spiega l'Uiv “queste tariffe sono calcolate in base al valore del vino. Più costa, più si paga. Per inciso, a costare di più sono i vini europei e, quindi, italiani”. Cosa succederebbe con l'entrata in vigore del trattato? “Ci sarebbe un livellamento di questi costi, quindi verrebbe meno il fattore discriminatorio per i vini di importazione. In più, si otterrebbe una maggiore trasparenza nelle tariffe applicate”. Infine, tra gli altri punti dell'accordo che riguardano il vino, c'è il limite fissato del numero degli esercizi commerciali privati che vendono esclusivamente vini nazionali nelle due provincie dell'Ontario e della British Columbia: rispettivamente 292 e 60 .

 

I commenti delle associazioni di categoria

I pareri sull'accordo sono alquanto controversi. Chi si esprime a favore del Ceta sottolinea come – dopo il fallimento del Ttip con gli Usa – il riconoscimento delle denominazioni sia fondamentale in un mercato importante come il Canada, senza contare la riduzione dei dazi che agevolerebbe il made in Italy. Quasi unanime su questo il mondo del vino.

 

Abbiamo sempre ritenuto gli accordi di libero scambio uno strumento fondamentale per migliorare l'accesso ai mercati” è il commento del segretario generale di Unione Italiana Vini Paolo Castelletti “A preoccuparci è, invece, questo clima di scetticismo che si sta diffondendo in Europa, ma anche in Italia nei confronti delle intese commerciali. Clima che potrebbe avere impatti negativi indiretti anche su altri negoziati in corso, come quelli dell'Unione Europea con il Giappone, che seguiamo con molta attenzione per i benefici che potrebbero derivarne. Per quanto riguarda il Canada, parliamo di un mercato ormai maturo, dove il valore delle nostre bottiglie è già riconosciuto e dove la chiusura dell'accordo porterebbe solo ulteriori vantaggi. Prima tra tutte consentirebbe all'Europa di giocare d'anticipo sugli altri competitor”. Il Canada, infatti, al momento ha accordi bilaterali solo con gli Usa (Fta-Free Trade Agreement) ma non con i Paesi produttori del cosiddetto Nuovo Mondo.

 

Per Silvana Ballotta, ceo della società di internazionalizzazione del vino italiano, Business Strategies: “Le ricadute commerciali del Ceta sul nostro made in Italy enologico saranno senz’altro positive sia sul fronte della competitività che sulla riconoscibilità e tutela del nostro prodotto. Non vedo come la progressiva cancellazione dei dazi sul nostro vino e la semplificazione delle procedure possano danneggiare l’export verso uno dei principali Paesi obiettivo per l’Italia. Lo scorso anno il valore espresso dal made in Italy in Canada è stato di 330 mln di euro con una quota di mercato che si avvicina al 21%. Il Paese nordamericano è il quinto importatore mondiale di vino al mondo, con oltre 1,6 mld di euro di merce importata nel 2016 e una crescita complessiva della propria domanda dal 2010 a oggi del 25%”.

Per la Cia, l'accordo rappresenta un'opportunità per tutto l'agroalimentare, soprattutto “in un momento nel quale si registrano sempre più azioni volte a enfatizzare politiche commerciali di stampo protezionistico. In particolare, l’inclusione nel capitolo relativo alla proprietà intellettuale, del riconoscimento di una lista di indicazioni geografiche, ancorché limitata, rappresenta un principio innovativo, rispetto all’approccio tradizionale del mercato internazionale, che potrà garantire standard di tutela delle produzioni di qualità maggiori rispetto allo status attuale”.

 

Dall'altra parte, ad alimentare la schiera dei contrari ci sono soprattutto le paure legate al possibile incremento delle importazioni Ue di carni canadesi (ritorna l'incubo ormoni, sebbene sia previsto l'adattamento dei prodotti importati alle regole europee) e del grano duro trattato in preraccolta con il glifosato. Come ribadisce, ad esempio, Coldiretti: “L’impatto di circa 50 mila tonnellate di carne di manzo e 75 mila tonnellate di carni suine a dazio zero e l’azzeramento strutturale del dazio per il grano sarebbe devastante per l'Italia, con il rischio desertificazione di intere aree del Paese e una concorrenza sleale nei confronti degli allevatori”. Il vicepresidente dell'associazione di categoria, Ettore Prandini, pone l'accento anche sull'esiguo numero di denominazioni riconosciute e tutelate dal Ceta:“Delle 291 denominazioni Made in Italy registrate ne risultano protette appena 41, peraltro con il via libera all’uso di libere traduzioni dei nomi dei prodotti tricolori e alla possibilità di usare le espressioni “tipo; stile o imitazione”. Si ricordi che lo scorso 22 giugno, era stata proprio un'osservazione sulle Ig riconosciute, sollevata dalla vice presidente della commissione inchiesta sulla contraffazione Colomba Mongiello, a far slittare la discussione al Senato. In particolare, il riferimento era alle poche indicazioni geografiche del Sud Italia presenti: solo cinque, di cui tre siciliane e una a testa per Basilicata e Campania, con l'esclusione di prodotti come il pistacchio di Bronte o il pomodoro San Marzano.

 

Risponde su questo punto Mauro Rosati, direttore di Qualivita: “C'è molto localismo nella discussione politica. Di fatto, quando si fanno di questi accordi vengono analizzati i prodotti che si esportano di più in quel determinato Paese. D'altronde sarebbe impossibile tutelare 300 indicazioni geografiche. Senza contare che più si alza la posta in gioco, più diventa alta la richiesta dall'altra parte. È sempre questione di compromessi e credo che quello con il Canada sia da considerarsi un buon compromesso”.

 

L'iter legislativo

Il Ceta nasce dallo studio congiunto sulla valutazione dei costi/benefici di un accordo economico Canada-Ue del mese di ottobre 2008. Nel 2009 iniziano i negoziati ufficiali e solo quattro anni più tardi si arriva all'accordo di massima con la firma congiunta del primo ministro canadese Stephen Harper e del presidente della Commissione Europea Manuel Barroso. Tuttavia, il via libera europeo per l'entrata in vigore è solo del 30 ottobre del 2016. In quell'occasione, però, il no della Vallonia, allunga ancora i tempi fino a febbraio 2017, in occasione della Plenaria del Parlamento europeo. Adesso, prima dell'entrata in vigore definitiva, occorre la ratifica dai 27 Paesi dell'Unione. In Italia, la seduta del 27 giugno ha già incassato l'ok della Commissione del Senato ed è passato, quindi, in Aula.

 

Ig italiane riconosciute dal Ceta

1. Aceto balsamico Tradizionale di Modena (aceti)

2. Aceto balsamico di Modena (aceti)

3. Cotechino Modena (carni)

4. Zampone Modena (carni)

5. Bresaola della Valtellina (carni)

6. Mortadella Bologna (carni)

7. Prosciutto di Parma (carni)

8. Prosciutto di S. Daniele (carni)

9. Prosciutto Toscano (carni)

10. Prosciutto di Modena (carni)

11. Provolone Valpadana (formaggi)

12. Taleggio (formaggi)

13. Asiago* (formaggi)

14. Fontina* (formaggi)

15. Gorgonzola* (formaggi)

16. Grana Padano (formaggi)

17. Mozzarella di Bufala Campana (formaggi)

18. Parmigiano Reggiano (formaggi)

19. Pecorino Romano (formaggi)

20. Pecorino Sardo (formaggi)

21. Pecorino Toscano (formaggi)

22. Arancia Rossa di Sicilia (frutta)

23. Cappero di Pantelleria (frutta)

24. Kiwi Latina (frutta)

25. Lenticchia di Castelluccio di Norcia (prodotti orticoli)

26. Mela Alto Adige (frutta)

27. Südtiroler Apfel (frutta)

28. Pesca e nettarina di Romagna (frutta)

29. Pomodoro di Pachino (prodotti orticoli)

30. Radicchio Rosso di Treviso (prodotti orticoli)

31. Ricciarelli di Siena (prodotti da forno)

32. Riso Nano Vialone Veronese (cereali)

33. Speck Alto Adige (carni)

34. Südtiroler Markenspeck (carni)

35. Südtiroler Speck (carni)

36. Veneto Valpolicella (olio)

37. Veneto Euganei e Berici (olio)

38. Veneto del Grappa (olio)

39. Culatello di Zibello (carni)

40. Garda (carni)

41. Lardo di Colonnata (carni)

 

a cura di Loredana Sottile

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 29 giugno

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