Botticino in provincia di Brescia è un angolo di Italia racchiuso da un anfiteatro collinare, territorio ad alta vocazione vitivinicola che regala un vino quasi sconosciuto che porta il suo nome. Che quest'anno, per la prima volta, ha conquistato i Tre Bicchieri.

 

Un anfiteatro di colline a circa 400 metri sul livello del mare, terreni scoscesi, boschi terrazzati circostanti a garantire protezione dalle intemperie, brezze costanti. In questo ambiente nasce un vino ancora sconosciuto, anche se la Doc compie quest'anno i 50 anni dalla sua nascita. È il Botticino, un robusto vino rosso che nasce dal marmo di questi territori, dai suoli marnosi e dal microclima speciale. Tutti caratteri che l'azienda Antica Tesa Noventaha saputo valorizzare in 40 anni di lavoro sulla qualità: puntando, anche in tempi non sospetti, alla riduzione della resa e a un metodo di lavorazione artigianale, nel pieno rispetto delle caratteristiche del territorio e delle uve. Che, nel caso del Botticcino, sono 4, tutte nostrane: barbera, che regala spiccata eleganza e buona acidità, sangiovese che dà rotondità, schiava gentile che dona freschezza e profumi delicati, e marzemino che assicura colore al vino.Vendemmie tardive e lavorazioni delicate in cantina, con leggera pressatura e soffici follature, caratterizzano il lavoro della famiglia Noventa. A preservare e valorizzare al massimo il patrimonio viticolo di cui godono. Così ci racconta Alessandra Noventa.

 

La denominazione è molto vicina a Brescia: qual è il rapporto con una città che cresce e spinge sempre di più sulle zone limitrofe?

A Botticino si chiude la strada, non è un paese di passaggio, è molto verde, di una natura quasi selvaggia. E pure essendo vicino alla città non è trafficata, anche se negli ultimi 20 anni sono state costruite molte ville qui intorno. Questo non fa piacere, perché toglie territorio, che invece dobbiamo preservare. Prima della guerra c'erano più di 1000 ettari vitati ora sono solo un centinaio. Per capirlo basta guardare i boschi, che qui sono terrazzati, perché prima quelli erano vigneti. Diciamo sempre che dove abbiamo i vigneti noi non verrà mai costruito né ci saranno altre cave di marmo.

 

È una zona particolare la vostra. Puoi parlarcene?

Ci teniamo a parlare prima del territorio che dell'azienda: la qualità del vino è data dal suo potenziale, che si può condensare in alcuni fattori. Innanzitutto siamo in collina, intorno a 380-400 metri di altitudine, Botticino è un anfiteatro di colline a ferro di cavallo in cui c'è un microclima particolare, diverso da quello circostante perché le colline ci difendono da freddo e intemperie. I vigneti sono esposti a sud, sud est e c'è una brezza costante. Tutte cose che contribuiscono alla salute delle uve.

 

Il terreno, invece?

Le nostre colline sono di marmo bianco, il famoso Botticino classico, usato per l'Altare della Patria, la Casa Bianca e altre opere molto famose. Il marmo – che ha lo stesso nome del paese e del vino – si trova sulle colline, sotto mezzo metro di suolo ricco minerali assorbibili dalle radici: un fattore molto importante per il vino. È una marna di carbonato di calcio e argilla.

 

Arriviamo al Botticino. Di che vino parliamo?

È una Doc che festeggia quest'anno i 50 anni di vita. È un vino robusto, corposo: in un territorio così ottenere struttura e corpo è semplice. Ma bisogna cercare eleganza. Il Botticino unisce uve diverse provenienti da territori intorno alla Lombardia, che è nel centro dell'Italia del nord: barbera - un'uva difficile da coltivare se non c'è un territorio vocato che regala spiccata eleganza e buona acidità - sangiovese che dà rotondità, in misura minore schiava gentile che dona freschezza e profumi delicati, e marzemino che assicura colore al vino. Sono tutti vitigni italiani, nessun internazionale. Sarebbe impossibile senza territori così vocati. Abbiamo maturazioni tardive e rese basse, circa 6 grappoli per pianta, 50 quintali a ettaro.

 

Parliamo ora del Gobbio, il vino che ha conquistato i Tre Bicchieri

Produciamo 3 tipi di Botticino rosso, hanno le stesse percentuali di uve, ma provenienti da colline differenti, da cui prendono il nome, sono come dei cru. Le colline hanno terre diverse, ma sempre di origine marnosa, e anche l'età delle vigne cambia. Quella del Gobbio ha tra i 50 e i 70 anni.

 

Cosa cambia con l'età delle vigne?

Piante così vecchie hanno radici più lunghe che anche nelle annate più calde assicurano la giusta quantità d'acqua, e una perfetta maturazione delle uve senza stress idrici. Dal punto di vista opposto, le forti pendenze evitano il ristagno di acqua e le malattie che ne derivano.

 

Come lavorate in cantina?

Cerchiamo eleganza nel vino, in cantina facciamo una lavorazione soffice per rompere gli acini il meno possibile. Il Gobbio fa un passaggio in botti di media capacità con legni mai nuovi. Perché vogliamo che il tannino che si sente sia quello dell'uva e non della botte, per non rischiare di trovarsi con vini troppo simili ad altri che usano gli stessi legni. Invece nel Gobbio si sente il vinacciolo che, vendemmiando a ottobre, arriva ben maturo.

 

Quanto è difficile comunicare una Doc piccola come quella in cui vi trovate?

Inutile negarlo: è molto difficile. Siamo in un territorio piccolo di cui siamo praticamente gli unici rappresentanti; non possiamo fare rete. Bisogna trovare importatori interessati a realtà come la nostra, che cercano l'alta qualità prima del nome famoso. I premi aiutano in questo. Il Tre Bicchieri è il premio più grande mai preso.

 

All'estero invece?

Siamo negli Stati Uniti, in Giappone e Belgio. Dove puntiamo con importatori di qualità. Anche in questi mercati cerchiamo di sottolineare le nostre peculiarità: l'immagine aziendale è una barbatella con un grappolino di uva con le radici poggiate su un blocco di marmo. Puntiamo molto sul territorio raccontando che siamo l'unico vino che deriva dal marmo.

 

La vostra azienda ha ormai oltre 40 anni: avete modificato il vostro stile nel tempo?

Sicuramente sì. Mio papà ha sempre voluto fare un vino di qualità, ma 40 anni fa si bevevano vini diversi rispetto a ora. Ha continuato a studiare, fatto corsi per migliorare e aprirsi alle novità. Continuiamo a investire con nuovi acquisti, a volte sono vigneti, altre macchinari; per esempio quest'anno abbiamo preso una nova pressa, l'anno scorso una nuova pigiadiraspatrice che non rompe gli acini, tutte cose che ci consentono di lavorare con più cura e delicatezza. Stiamo anche mettendo impianti di nebbiolo: vorremo fare un nebbiolo 100%.

 

Poi è arrivata la nuova generazione...

Negli ultimi 10 anni siamo entrati io, mio marito e mia sorella. In vendemmia abbiamo diminuito il numero dei rimontaggi in botte e aumentato le follature soffici, uno stile “post moderno”: è quasi un passo indietro fatto per un motivo moderno. Questo percorso lo stiamo facendo con Carlo Ferrini, un agronomo ed enologo importante con cui lavoriamo da due anni. È un'alleanza che sta dando tanto, stiamo imparando molto; vogliamo continuare a cercare sempre più eleganza nei vini. Questa è la nostra sfida.

 

Siete in regime biologico. Da cosa nasce questa scelta?

Siamo in un territorio che ci permette di lavorare così, siamo circondati da boschi, abbiamo una flora e una fauna spontanea che ci aiutano in agricoltura, non abbiamo ristagno di acque ed è molto arieggiato, quindi non abbiamo grandi malattie. Insomma, il regime biologico già c'era, si trattava solo di metterlo su carta,

 

Come sta andando la vendemmia 2018?

Stiamo cominciando questi giorni, con i vini rosati. Per ora pare una stagione bellissima. Stanno anche abbassandosi le temperature, e l'escursione termica tra giorno e notte fa sperare bene. Si prospetta davvero una grandissima annata.

 

Az. Agr. Antica Tesa-Noventa -Botticino (Brescia) - via Merano 26 - +39 030 2691500 - http://www.noventabotticino.it/#go_page_0

 

a cura di Antonella De Santis e William Pregentelli