In occasione di uno speciale sul Lambrusco, uscito nel numero di giugno del Gambero Rosso, abbiamo chiesto al cantautore Francesco Guccini di raccontarci i suoi ricordi legati al Lambrusco. Leggete e godete.

 

Beh, qui non siamo nelle osterie di fuori porta… Il Lambrusco si beve a Modena, non a Bologna. È quella la capitale del Lambrusco, anzi “dei” Lambruschi: da giovane preferivo il Salamino, più frizzante, più aspro e secco; ora invece mi oriento sul Castelvetro, più corposo. In tavola, quando qualcuno di Modena ti invita a cena, mette sempre del Lambrusco, quel vino che sta dentro al pistoun, così si chiama la bottiglia in dialetto. Da ragazzi, andavamo spesso a farci un pistoun, dagli amici che avevano una casa in campagna vicino alla città: ricordo l’odore del mosto; era un vino che non aveva l’etichetta, quasi tutti quelli che avevano un po’ di terra se lo facevano in casa. Arrivavamo, si affettava un salame e si faceva merenda immersi in nuvole di moscerini mentre si beveva il Lambrusco vecchio: il nuovo si stava ancora facendo.

Mio nonno e i parenti da parte di madre, a Carpi, avevano il loro Lambrusco. Mentre mio padre, che era di Pavana, beveva un vino che era il Sangiovese della piana di Pistoia, un simil Chianti. Il Lambrusco, i toscani, proprio non lo concepivano, tanto che esso era al centro di polemiche e divertenti sfottò. I toscani lo vedono male il Lambrusco. E i piemontesi pure. Più volte ho discusso nel passato con Carlin Petrini: lui ci prendeva in giro, diceva che il Lambrusco non era un vino, ma una bibita gasata. Ma non è così. È un vino conosciuto, anche nel mondo. Ricordo in particolare due episodi riguardanti il Lambrusco e legati ad alcune mie esperienze di viaggio negli Stati Uniti: anni fa insegnavo Italiano agli studenti del College di Carlisle, in Pennsylvania. Vicino al college c’era un bar notturno: entro con un amico e vedo due ragazzi chiedere al barista “a glass of Lambrusco wine, please!”. Lui non fa una piega, tira fuori un bottiglione da due litri pieno a metà, prende un bicchiere di plastica pieno di ghiaccio, ci versa il vino e ci spruzza dentro del seltz. “Ma questo non è Lambrusco”, ribatto subito io. Lui, imperterrito, mi guarda e fa: “Beh, a noi piace così”.

Negli anni ’70 il Lambrusco approdò in America, tanto che era abbastanza conosciuto lì. Certo, a modo loro! Ricordo che da giovane, mentre ero in vacanza a New York, il padre di un mio amico portò me e suo figlio a mangiare in un ristorante italiano di livello. Arrivano i salumi e il papà del mio amico mi chiede consiglio su quale vino bere. Io mi lancio: “Un Lambrusco, direi”. Il cameriere messicano sorride e va a cercare. Torna con una bottiglia che non so da quanti anni fosse lì, piena di polvere. La prendo in mano e leggo in etichetta: “addizionata con anidride carbonica”. Guardo il messicano e commento: “Ma questo non è Lambrusco!”. Il cameriere sembra quasi offendersi e insiste, giura che il vino è quello giusto. Ma quando gli ribatto – in dialetto e a muso duro – che non può mica venirlo a dire a me, che son modenese, allora decidiamo di prendere un altro vino, più tradizionale.

Insomma, anche se Giacobazzi, all’inizio degli anni ’80, cominciò a vendere Lambrusco (che in realtà era un vino rosso o bianco, senza indicazione del vitigno) in lattina – 8 e ½ lo chiamava, giocando tra grado alcolico e la fama del film di Fellini – e anche se in quegli anni sembrava essere quello il futuro, in realtà non andò proprio così. E il Lambrusco non è quello. È l’essenza stessa di Modena, fa pendant con lo zampone. E ha tutto il diritto di essere considerato un vero vino.

 

a cura di Francesco Guccini

 

Articolo uscito sul Gambero Rosso di giugno. Un numero tutto rinnovato che potete trovare in versione digitale su App Store Play Store

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COSA TI SEI PERSO

Nel numero di giugno del Gambero Rosso trovate il racconto completo sul Lambrusco metodo ancestrale con le interviste ai rappresentanti più virtuosi. Un servizio di 9 pagine che comprende anche il punto di vista di Marco Sabellico e Francesco Beghi, e del maître e sommelier dell'Osteria Francescana Giuseppe Palmieri. Non solo, c'è poi un utile glossarietto per orientarsi al meglio, la spiegazione delle 4 denominazioni del modenese, gli indirizzi utili dove poter bere un eccellente Lambrusco metodo ancestrale e le note di degustazione. Il tutto reso ancor più comprensibile dalle infografiche di Alessandro Naldi.