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"Sembrava omologazione, ma era insegnamento": la verità sui vini di Michel Rolland

Dal mito costruito negli anni ’90 alla realtà di un uomo e di un enologo molto più complesso: il racconto diretto di chi ha conosciuto Michel Rolland tra vini, visione e insegnamenti

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Ho conosciuto Michel Rolland col suo ghigno, con la Mercedes blindata con l’autista e con la parola “micro-ossigenazione” sempre in bocca; poi l’ho incontrato veramente. La caricatura disegnata da Nossiter non descrive l’uomo che è stato, descrive l’epoca in cui quest’uomo è vissuto e ancor più la paura che faceva. Il ghigno sul volto diventa una risata contagiosa; l’aspetto altezzosamente distante diventa carattere guascone, la standardizzazione diventa talento.

Michel Rolland e sua moglie Dany a Château Fontenil nel 1986, l’anno in cui acquistano la tenuta più famosa di Fronsac

Chi era Michel Rolland

Quando dico che l’ho incontrato intendo dire che, nei quasi vent’anni di rapporto, con lui, i suoi collaboratori, la sua famiglia tutta, è trapelato un profilo di sensibilità, dolcezza e rispetto non comuni, quasi una sorta di ruvida timidezza. Sapeva chiaramente ciò che faceva e dove voleva andare, a conferma di questo, penso che l’Argentina e specialmente il Malbec, se fosse persona, gli debbano dedicare un monumento.

Inutile elencare i vini nati dai suoi consigli, e altrettanto i suoi legami con la critica enologica: da Bob, come chiamava lui Robert Parker, con il rimpianto di non averlo più sentito dalla cessione del marchio a Michelin, fino a James, non 007 quello più famoso dei film.

Degustando molti anni insieme, e, soprattutto svariati vini, mi rimangono immagini e concetti che poi uniti, come i puntini della settimana enigmistica, mi restituiscono una figura di mentore, delicata rispettosa e mai invasiva. Non era sempre convinto di tutto, era aperto ad ogni osservazione e la considerava con attenzione e rispetto, la vagliava come se fosse una sua possibile svista.

Riuscire a fare un focus su ciò che mi ha insegnato, e di cose, fidatevi, me ne ha insegnate molte, non è semplice. Diventa difficile definire il cosa, più facile determinare il quanto; parlo di esperienze sedimentate e diventate mio patrimonio personale. Tutto sembrava naturale, mai troppo esclusivo, mai irraggiungibile.

Il codice espressivo del vino

Figlio di agricoltori, nato a Pomerol, non poteva fare altro nella vita. Non si limitava solo ad interpretare, cioè ad eseguire una direttiva dettata dall’annata e dal vitigno, ma creava realmente una visione di territorio, un codice espressivo. Ecco, tutto questo è molto lontano dal mio primo incontro con lui, io sul divano, lui dentro una televisione, e capisco, che con la cultura e la paura degli anni ‘90 il suo punto di vista sembrasse omologazione; ma in realtà era un insegnamento, un’opportunità di crescita.

«Ogni vino ha un codice espressivo unico», mi disse una sera a cena a casa dei suoi genitori ad Arcachon; «deve avere un equilibrio, una propria matrice genetica che lo renda diverso e affascinante: la mia missione sta nel trovarlo».

Stavamo esattamente tra una bottiglia di Maya e una di Screaming Eagle del 2000; figli suoi, giusto per sfatare i luoghi comuni sui vini della Napa Valley. Ha sempre ammesso con franchezza che la sua notorietà è stata aiutata dal docufilm che lo ha consegnato al mondo. Non l’ho mai visto arrabbiato, mi dicono, per fortuna.

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