Ho conosciuto Michel Rolland col suo ghigno, con la Mercedes blindata con l’autista e con la parola “micro-ossigenazione” sempre in bocca; poi l’ho incontrato veramente. La caricatura disegnata da Nossiter non descrive l’uomo che è stato, descrive l’epoca in cui quest’uomo è vissuto e ancor più la paura che faceva. Il ghigno sul volto diventa una risata contagiosa; l’aspetto altezzosamente distante diventa carattere guascone, la standardizzazione diventa talento.

Quando dico che l’ho incontrato intendo dire che, nei quasi vent’anni di rapporto, con lui, i suoi collaboratori, la sua famiglia tutta, è trapelato un profilo di sensibilità, dolcezza e rispetto non comuni, quasi una sorta di ruvida timidezza. Sapeva chiaramente ciò che faceva e dove voleva andare, a conferma di questo, penso che l’Argentina e specialmente il Malbec, se fosse persona, gli debbano dedicare un monumento.
Inutile elencare i vini nati dai suoi consigli, e altrettanto i suoi legami con la critica enologica: da Bob, come chiamava lui Robert Parker, con il rimpianto di non averlo più sentito dalla cessione del marchio a Michelin, fino a James, non 007 quello più famoso dei film.
Degustando molti anni insieme, e, soprattutto svariati vini, mi rimangono immagini e concetti che poi uniti, come i puntini della settimana enigmistica, mi restituiscono una figura di mentore, delicata rispettosa e mai invasiva. Non era sempre convinto di tutto, era aperto ad ogni osservazione e la considerava con attenzione e rispetto, la vagliava come se fosse una sua possibile svista.
Riuscire a fare un focus su ciò che mi ha insegnato, e di cose, fidatevi, me ne ha insegnate molte, non è semplice. Diventa difficile definire il cosa, più facile determinare il quanto; parlo di esperienze sedimentate e diventate mio patrimonio personale. Tutto sembrava naturale, mai troppo esclusivo, mai irraggiungibile.

Figlio di agricoltori, nato a Pomerol, non poteva fare altro nella vita. Non si limitava solo ad interpretare, cioè ad eseguire una direttiva dettata dall’annata e dal vitigno, ma creava realmente una visione di territorio, un codice espressivo. Ecco, tutto questo è molto lontano dal mio primo incontro con lui, io sul divano, lui dentro una televisione, e capisco, che con la cultura e la paura degli anni ‘90 il suo punto di vista sembrasse omologazione; ma in realtà era un insegnamento, un’opportunità di crescita.
«Ogni vino ha un codice espressivo unico», mi disse una sera a cena a casa dei suoi genitori ad Arcachon; «deve avere un equilibrio, una propria matrice genetica che lo renda diverso e affascinante: la mia missione sta nel trovarlo».
Stavamo esattamente tra una bottiglia di Maya e una di Screaming Eagle del 2000; figli suoi, giusto per sfatare i luoghi comuni sui vini della Napa Valley. Ha sempre ammesso con franchezza che la sua notorietà è stata aiutata dal docufilm che lo ha consegnato al mondo. Non l’ho mai visto arrabbiato, mi dicono, per fortuna.
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