In Abruzzo c’è un grande fermento di piccoli vignaioli che producono quantità microscopiche di vini molto interessanti. È abbastanza facile scovarli nelle carte dei vini delle grandi metropoli dalla Mitteleuropa agli Stati Uniti, grazie anche all’ascesa del Cerasuolo d’Abruzzo, popolarissimo nei wine bar di tendenza. Non è scontato, invece, trovare le stesse etichette nelle selezioni della ristorazione di fascia media in regione, spesso incentrate su nomi noti, cooperative o più semplicemente realtà con una rete commerciale capillare. Non che ci sia nulla di male nel puntare sui classici, ma può essere un disincentivo al consumo per i bevitori curiosi.
È per questo che un posto come la Trattoria Tritapepe a Manoppello Scalo diventa particolarmente interessante. Una sosta sul tragitto da Roma a Pescara può trasformarsi, con un po’ di buona volontà, in un approfondimento dell’Abruzzo enologico fuori dal mainstream.
Siamo a due passi dall’uscita Manoppello dell’A25 e vicino ad attrazioni turistiche-religiose di come l’abbazia di San Clemente a Casauria, quella gotica trecentesca di Santa Maria d’Arabona e il santuario del Volto Santo di Manoppello. Non distano molto nemmeno alcuni dei più importanti eremi celestiniani. L’interno è molto semplice: una singola sala luminosa, ma dall’arredamento relativamente spartano.

Non aspettatevi fuochi d’artificio culinari: la cucina è solida, abruzzese, con giusto qualche rivisitazione. Si comincia con un antipasto freddo e caldo abbondante che, a pranzo, potrebbe tranquillamente essere un pasto completo. Comprende salumi del circondario accompagnati da uno gnocco fritto leggero come una piuma; le portate calde, molto sfiziose, variano di volta in volta: in alcuni casi c’é una versione inappuntabile delle classiche pallotte cacio e ova, in altre uno spezzatino di maiale nero abruzzese da allevamenti allo stato brado a Castel Castagna, sotto il Gran Sasso, o dei mini-burger di pecora.
Tra i primi, la chitarrina al ragù di maiale nero e le sagne con ceci, baccalà e zafferano figurano insieme a proposte un po’ meno identitarie. Ma il cavallo di battaglia di Trita Pepe è la manzetta abruzzese, ovvero una tagliata di bovino di varie razze – principalmente Frisona e Pezzata Rossa – nato e allevato allo stato semi-brado alle pendici dell’Appennino. Servita su una tegola di ghisa ardente, mantiene una consistenza molto morbida anche a cottura media; ha un sapore a metà tra la dolcezza di un animale da latte e la nota più intensa del classico manzo.

Se ci si ferma davvero volentieri, però, è proprio per il vino: almeno un centinaio di etichette dentro e fuori dai soliti tracciati, da pescare dalla lista oppure direttamente da un grande scaffale vicino all’ingresso. Non solo i nomi presenti ovunque, ma anche aziende del territorio semi-sconosciute – soprattutto naturali – garagisti e altre curiosità da provare su consiglio del titolare Enio Speranza, particolarmente appassionato di vino artigianale.
Per esempio questa volta ci consiglia il rosso a base Montepulciano di Solinmare: pochissime bottiglie frutto di un progetto lanciato da due giovani vignaioli nel 2022 a Roccamontepiano, giusto qualche decina di chilometri più in là. Niente chimica in vigna né cantina; freschezza e spontaneità nel calice, ma senza sgrammaticature.

Stesso filo conduttore anche per gli altri produttori nella selezione: tra i più rappresentativi Casale Vagli, Caprera (azienda inserita tra i vini rari della guida vini d’Italia con il Suo Cerasuolo), Amorotti, Mormaj. Tutti coerenti nel proporre interpretazioni contemporanee dei vitigni autoctoni della regione. E, volendo, si può pescare anche qualche referenza sulla stessa linea d’onda da fuori regione, a prezzi onesti. Come onesto è, del resto, anche lo scontrino finale.
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