Storie

Per decenni l'avevano quasi dimenticata, ora questo bianco emiliano sta tornando: ecco la spergola

Riscoperta dopo essere quasi scomparsa, la Spergola dei Colli di Scandiano e di Canossa nasce sull’Appennino reggiano su terreni argillosi e gessosi

  • 01 Luglio, 2026
Per vedere più contenuti su Google, aggiungici alle fonti preferite
Per vedere più contenuti, aggiungici alle fonti preferite

La sua storia è lunga e frammentata, come spesso accade ai vitigni locali. Si parla di Spergola già nel Cinquecento, quando Bianca Cappello annotava il “buon vino di Scandiano, fresco e frizzante”. Ma le radici sono ancora più profonde, legate al Medioevo e alla figura di Matilde di Canossa, che ne fece dono addirittura al papato.

Il vitigno che rischiava di sparire

Per secoli è stata presenza diffusa, familiare. Poi, come molti vitigni autoctoni, ha conosciuto un lungo periodo di marginalità e spesso venne confusa con una varietà celebre, ma molto diversa. Pensate… il Sauvignon. Il suo oblio durò per decenni e fu dovuto anche alla spinta verso produzioni più facili e redditizie, che quasi la cancellarono dalle vigne reggiane. Eppure non è mai scomparsa davvero: è rimasta aggrappata alle colline, nei filari più ostinati, nelle mani di pochi vignaioli.

La Spergola di collina, quella che oggi interessa davvero, ha un’identità precisa. Il disciplinare della Denominazione la preferisce in purezza, al 100%, con un profilo che unisce finezza e immediatezza: colore paglierino, profumi delicati e un gusto armonico ben aiutato da un tono fresco e sapido. Nel bicchiere emerge la sua cifra più autentica. Non è un bianco muscolare. È verticale, teso, con una acidità naturale che spesso si traduce in versioni frizzanti, spumanti metodo italiano o metodo classico, quasi a sottolineare una vocazione storica alla bevibilità. La sua forza sta proprio qui: nella capacità di coniugare semplicità e precisione. Una leggerezza solo apparente, che in realtà è frutto di un bellissimo equilibrio.

Perché oggi la Spergola interessa di nuovo

Se oggi si parla di Spergola, è perché qualcuno ha deciso di crederci. La svolta arriva negli anni Duemila, con studi genetici che ne chiariscono l’identità e con la nascita della Compagnia della Spergola, una rete di produttori che ha trasformato un vitigno residuale in un progetto territoriale. È un caso emblematico: non una singola azienda, ma una comunità.  Un lavoro collettivo che ha riportato attenzione su circa un centinaio di ettari vitati, quasi tutti in collina, dove la Spergola esprime la sua versione più autentica. Non si tratta solo di marketing territoriale. È una ridefinizione culturale: il passaggio da vino “di casa” a vino identitario, moderno, ma – come in tanti casi nella nostra nazione – dalla storia lunga che ci porta indietro nei secoli.

E, se ci pensiamo bene e se ci riferiamo al vigneto Italia la traiettoria della Spergola non è isolata. Negli ultimi vent’anni in tante regioni italiane abbiamo assistito a una vera e propria rinascita dei bianchi autoctoni, spesso provenienti da realtà marginali. Il caso più evidente è quello del Verdicchio dei Castelli di Jesi: da vino quotidiano a riferimento internazionale, capace di competere con grandi bianchi europei (spesso a prezzi molto molto vantaggiosi). Oppure il Derthona Timorasso, riscoperto quasi da zero e oggi tra i bianchi più longevi e complessi del panorama italiano. Ancora, il Fiano di Avellino, che ha trasformato un vitigno locale in un simbolo di eleganza mediterranea, l’Etna Bianco, che ha trovato nella viticoltura di montagna un nuovo paradigma qualitativo (qui i migliori secondo il Gambero Rosso) o il Custoza, il Soave, il Lugana che ora hanno un’identità pienamente riconosciuta.

Se analizziamo i vini citati ci accorgiamo che tutti hanno almeno tre elementi in comune: un radicamento territoriale forte, il recupero della biodiversità, ma e soprattutto una nuova generazione di produttori consapevoli. Ecco, la Spergola si inserisce perfettamente in questo filone. Non con l’ambizione di imitare, ma con quella di raccontare una propria voce.

La rinascita passa dai produttori

In un momento storico in cui il consumo si orienta verso vini più freschi, meno alcolici, più gastronomici, la Spergola sembra avere tutte le carte in regola per crescere ancora. È un vino che dialoga con la cucina contemporanea, con la leggerezza delle preparazioni, con la ricerca di autenticità (provatela semplicemente con un pezzo di Parmigiano Reggiano e difficilmente la dimenticherete).

Ma, soprattutto, è un vino che non deve reinventarsi: deve solo essere riconosciuto. Forse è proprio questo il punto. La Spergola non è una moda. È una memoria che torna presente. Una collina che, lentamente, ha ricominciato a parlare e lo ha fatto attraverso diverse voci. Una rappresenta la versione ferma, per un bianco piacevole, sapido e dalla bella acidità. Poi ci sono le versioni con le bollicine e qui ci si diverte davvero: quelle spumantizzate col metodo italiano sono più semplici, ma impeccabili e seguono il filone della lunga e radicata tradizione emiliana. Ma c’è spazio anche per il Metodo Classico che si sta rivelando ideale per la Spergola, tanto che c’è un progetto in atto portato avanti dal Consorzio del Lambrusco (dal 2021 il Consorzio del Lambrusco ha unificato i tre consorzi emiliani ovvero quello del Lambrusco di Modena, quello dei Vini Reggiani e Colli di Scandiano e Canossa e quello dei Vini del Reno, ndr) per la creazione di una sottozona Bianco di Scandiano, dedicato unicamente al Metodo Classico da uve Spergola.

Il lavoro della Compagnia della Spergola

Come accennato la Spergola trova la sua espressione più autentica grazie all’impegno condiviso di sette cantine della Compagnia della Spergola, realtà diverse ma unite da una visione comune: valorizzare un vitigno identitario attraverso tradizione, sostenibilità e modernità. La storia affonda le radici nel passato, come dimostra Fantesini, dove la passione per la vite nasce già nel 1905 con il nonno Dante e si tramanda ancora oggi in vigneti coltivati secondo i ritmi della natura. Più recente ma altrettanto radicata nel territorio è Aljano, azienda familiare che dal 1999 lavora sulle prime colline di Scandiano, puntando su vitigni autoctoni e su pratiche agricole naturali, senza chimica di sintesi.

Casali rappresenta invece la continuità di una tradizione iniziata agli albori del Novecento, quando Giuseppe Casali fondò la cantina trasformando un sogno in identità condivisa, mentre Bertolani, nata nel 1925, incarna l’evoluzione tecnologica nel rispetto dell’ambiente, con una produzione di Spergola che spazia dal frizzante al metodo classico, fino a versioni ferme. Un forte legame comunitario caratterizza Cantina Puianello, fondata nel 1938 come progetto cooperativo: ancora oggi utilizza esclusivamente le uve dei soci, espressione diretta del territorio tra Scandiano e Canossa. Accanto a queste realtà, Reggiana unisce tradizione e sviluppo nella produzione di vini frizzanti certificati, mentre Emilia Wine rappresenta il volto contemporaneo del comparto, con uno stabilimento moderno e multifunzionale ad Arceto, capace di coniugare produzione, accoglienza e divulgazione enogastronomica. Insieme, queste sette cantine raccontano una storia corale fatta di memoria, paesaggio e sapere agricolo, in cui la Spergola non è solo un vino, ma il simbolo vivo di un territorio che continua a rinnovarsi senza perdere le proprie radici.

© Gambero Rosso SPA 2026 – Tutti i diritti riservati
P.lva 06051141007
Codice SDI: RWB54P8
registrazione n. 94/2021 Tribunale di Roma

Privacy: Responsabile della Protezione dei dati personali – Gambero Rosso S.p.A. – via Ottavio Gasparri 13/17 – 00152, Roma, email: [email protected]

Made with love by
Programmatic Advertising Ltd

© Gambero Rosso SPA – Tutti i diritti riservati.

Made with love by Programmatic Advertising Ltd