[caption id="attachment_137637" align="alignnone" width=""]Il piatto di una delle chef protagoniste del film[/caption]

È la regista francese Verane Frediani ad accendere i riflettori sul ruolo e la considerazione delle donne che guidano e lavorano nelle più grandi cucine professionali del mondo. Un documentario appena uscito nelle sale francesi che affida il racconto alle parole di tante chef. Per l'Italia? Santini, Bowerman, Klugmann, Goulubi.   

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Le donne in cucina… Basta cercarle

Con le “ricerche” di una certa velleità introspettiva i francesi sono piuttosti ferrati. La più celebre – l’intramontabile Recherche con la erre maiuscola di Marcel Proust – è quella che si muove tra i ricordi e le suggestioni del tempo perduto. L’ultima in ordine di apparizione, invece, affonda le mani in un terreno decisamente più prosaico, indirizzando l’occhio della macchina da presa su pignatte e grembiuli, massacranti turni di lavoro in cucina, voglia di riscatto e ambizione. A la recherche des femmes chefs è il documentario di Verane Frediani al debutto nelle sale francesi. Una produzione che il mondo della cucina – sovraesposto e iper raccontato in tutte le salse, con il filone biografico particolarmente apprezzato dopo il boom di Chef’s Table – vuole raccontarlo attraverso l’esperienza delle donne che la professione dello chef l’hanno scelta in barba agli ostacoli di un mondo a dominanza maschile, che spesso ancora non le premia al pari dei colleghi. Lungi dal volerne fare una battaglia di genere, però, la pellicola si concentra piuttosto sulla complementarità uomo-donna (prendendo in prestito le parole di una delle protagoniste del film), eleggendola a valore aggiunto per l’organizzazione di uno spazio di lavoro più sereno e appagante da un lato, dinamico e votato alla scambio dall’altro (a tal proposito leggete cosa ci ha raccontato lo chef patron del Miramonti L’Altro Philippe Leveille qualche tempo fa). Poi c’è il discorso sull’autorevolezza e la capacità di gestione della brigata, che una chef donna certo non deve invidiare ai colleghi. Lo dimostrano i casi esemplari di chi ce l’ha fatta, anche in tempi non sospetti, come Alice Waters Anne-Sophie Pic, Dominique Crenn ed Elena Arzak, Clare Smyth Paz Levinson, le più giovani Jacotte Brazier e Kamille Seidler.

Anne Sophie Pic in cucina

Il film. Il racconto e le protagoniste

Tutte davanti alla telecamera, tutte chiamate a raccontare la propria esperienza, molte alle prese con pesanti e pressanti eredità familiari, tutte (oggi) ammesse nel gotha dell’alta ristorazione mondiale. I set privilegiati sono appunto le cucine movimentate di grandi tavole d’autore, le scuole di formazione, le strade e le aziende dove l’attività di queste imprenditrici si concretizza (dalla Cina alla Bolivia, passando per gli Stati Uniti, l’Italia e la Francia) a testimoniare il contributo delle donne del cibo allo sviluppo culturale e sociale di una comunità, e di un sistema territoriale. E più in generale per tracciare il profilo di una (tante) donne che sul lavoro sono dinamiche e combattive, curiose e creative, persino incoscienti e un filo ribelli, ma sempre ben salde con i piedi per terra, e custodi di un punto di vista che resta unico, proprio perché femminile. Un’ora a mezza di pellicola, per ora riservata al mercato francese (ma speriamo presto disponibile in più lingue), prodotta nel corso del 2016, che riapre l’annoso dibattito sulla (scarsa?) considerazione delle donne della ristorazione.

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Chef e donna. Ostacolo o virtù?

A cominciare, per esempio, dalla mancata celebrazione del talento femminile nella prestigiosa classifica dei World’s 50 Best Restaurants 2017, che infila le 50 “migliori” tavole del mondo trovando spazio solo per Elena Arzak e Daniela Soto-Innes (Cosme), mentre la Best Female Chef 2017, Ana Ros, è relegata in 69esima posizione. Mentre in Francia, da quando il premio è stato creato nel 1924, la medaglia per Miglior artigiano di Francia in cucina – assegnato ogni 4 anni – ha premiato solo due volte una donna, e su 616 tavole stellate solo il 3% sono declinate al femminile (in Italia il dato sale al 14%): “Di donne nelle cucine professionali se ne contano molte, il problema è che non non sappiamo cercarle” sostiene convinta la Frediani, che così riassume il senso del film.

 

La situazione in Italia

E infatti, se spostiamo l’attenzione sulle cucine di casa nostra – anche se nel documentario mancano all’appello molte nostre connazionali, alcune valide voci sono state interpellate: Cristina Bowerman, Nadia Santini, Antonia Klugmann, Victoire Goulubi, origini congolesi ma adottata dall’Italia, dove guida il Mirtillo Rosso alle pendici del Monte Rosa – l’Italia detiene un primato importante: è il Paese con il maggior numero di donne stellate nel mondo, con 45 chef premiate dalla Michelin, su un dato complessivo di (sole) 134 presenze tra tutti i Paesi recensiti dalla Rossa. Di nomi potremmo farne molti, ognuna ha la sua storia da raccontare, dalla più schiva Antonia Klugmann (che tra qualche mese si cimenterà con i riflettori di MasterChef) all’iperattiva Cristina Bowerman, alla nuova leva Caterina Ceraudo. E ancora Nadia Santini, Aurora MazzucchelliIside De Cesare, Valeria Piccini, Marianna Vitale, Rosanna Marziale, Martina Caruso. Accanto a loro ci sono le sommelier e le produttrici, le artigiane e le imprenditrici del cibo. Nella realtà di tutti i giorni, e così durante la narrazione del film. Per sfatare il mito che la cucina con i suoi addentellati “sia un mondo di uomini, fatto per gli uomini”.  

 

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a cura di Livia Montagnoli