Incontro con Serena Eller Vainicher: fotografa, mamma e appassionata di still life e interior design, oltre che di food. È il nostro quarto appuntamento alla scoperta dei protagonisti della food photography. Ecco cosa ci ha raccontato.
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Nata nel 1979, comincia a scattare a 16 anni. Oggi è mamma e fotografa specializzata in still life e interior design e ri-emergente nel settore food. Serena Eller Vainicher: una grande fotografa che non cattura solo le immagini ma anche l’immaginazione.

Quando e come è nata la passione per la fotografia?
È nata circa vent’anni fa: mio papà aveva delle macchine fotografiche e io amavo le immagini pur non sapendo disegnare. Tutto qui. Ero una sedicenne che si divertiva a guardare da dietro un obiettivo poi, con il passare del tempo, mi sono concentrata sull’utilità giornalistica delle foto, che sono diventate principalmente uno strumento per raccontare delle storie.

Dove hai imparato a fotografare?
Nel lontano 1998 ho frequentato un corso all’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata a Roma, poi ho lavorato tra Parigi e Milano setacciando le varie redazioni in cerca di lavoro. All’inizio avrei voluto fare reportage ma mi sono resa conto che ero decisamente più brava con gli oggetti, quindi mi sono lanciata nello still life e nell’interior design.

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Quando è nata la passione per il food?
In realtà c’è sempre stata, anni fa lavoravo per una rivista a Roma dove il cibo veniva fotografato in maniera molto sperimentale. Per me la food photography deve andare oltre al piatto, deve essere intesa come opera d’arte che regala veri e propri input concettuali. Lavori di questo tipo li ho potuti fare anche a Parigi. Da allora non ho più avuto l’occasione e mi sono concentrata su altri campi e ovviamente sui miei due figli.

Quando è avvenuto il ritorno al food?
Con la festa dei dieci anni del ristorante Settembrini di Roma mi sono sganciata dal ruolo di mamma a tempo pieno e mi sono riagganciata al mondo del food. In questa occasione ho potuto fare, grazie allo styling curato da Cristina Gigli, sia foto classiche che bizzarre, cercando di evitare gli scatti asettici dove il piatto è presentato nudo e crudo.

Che strumenti utilizzi?
Un tempo utilizzavo l’analogica – il medio formato Mamyia – e il banco ottico. Oggi uso la digitale aiutandomi con la post produzione, ma non troppo. Non amo le foto molto post prodotte, soprattutto nel food. Per creare delle belle foto sarebbe sufficiente un cartone con un foro e una lastra impressionabile.

Che opinione ti sei fatta del fenomeno chiamato food porn?
È un peccato mortale! Le foto risultano tutte piatte, c’è una standardizzazione eccessiva.

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E delle app fotografiche per smartphone come Instagram?
Sono degli strumenti simpaticissimi, che io non uso ma non condanno. Instagram è un instant maker decisamente più democratico delle Polaroid di vent’anni fa – visto il prezzo di una Polaroid – e facile da utilizzare. Con questo mezzo secondo me si fanno foto più autentiche rispetto alla combinazione di una macchina sofisticata e una tecnica modesta: immagini con un’atmosfera accattivante e decisamente più oneste; quindi se uno lo sa usare, chapeau.

Come definiresti le tue foto?
Moodsetter, con le mie foto cerco di creare un mood, un’atmosfera. I miei amici le chiamano le foto Eller.

A chi ti ispiri?
Edward Hopper, ovviamente. La mia biblioteca – fisica e virtuale – ha un posto di riguardo per Luigi Ghirri, Guido Mocafico, Irwin Penn e Sarah Moon.

Per chi lavori? Progetti futuri?
Un progetto concettuale di ricerca sul food, cataloghi e servizi su riviste quanto basta, aggiungere sale a piacere e mescolare!

Il cibo più difficile da fotografare?
In realtà non credo ci sia un cibo più brutto di altri, basta avere la sensibilità di farlo sembrare comunque appetitoso, magari con l’aiuto di stylist professionisti.

Quello che ti dà più soddisfazione?
Tutti i cibi con una loro volumetria.

Un consiglio ai lettori per fare delle belle foto amatoriali?
Prendete il piatto e mettetelo vicino alla finestra, posizionate un foglio bianco dall’altra parte del piatto, in modo tale che le ombre non vengano troppo forti. Verrà una bella foto, pulita e senza troppe pretese, ma sicuramente non piatta.

www.serenaeller.com

Nella prossima puntata intervistiamo Giandomenico Frassi, fotografo  capace di rendere il cibo concettuale. 

Per leggere l’intervista a Renato Marcialis clicca qui
Per leggere l’intervista a Laura Adani clicca qui
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a cura di Annalisa Zordan