Storie

Quando Anthony Bourdain in Iran: il viaggio a Teheran e i 544 giorni di carcere del giornalista che lo guidò

Nel 2014 Anthony Bourdain arrivò a Teheran per girare uno degli episodi più sorprendenti di Parts Unknown. Poche settimane dopo la fine delle riprese, i due giornalisti che lo avevano accompagnato furono arrestati dalle autorità iraniane

  • 15 Marzo, 2026
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A poco più di quindici giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele sull’Iran, la collina sopra Teheran dove nel 2014 Anthony Bourdain brindava con birra zero alcol guardando i giovani iraniani sgommare su auto d’epoca non esiste più. O almeno non esiste più nel modo in cui Parts Unknown (in Italia Cucine Segrete) ce l’ha fatta conoscere. Per chi l’ha vivida nella memoria quell’immagine appartiene a uno degli episodi più potenti della serie tv dello chef newyorkese, molto più di un programma gastronomico sulle cucine internazionali.

Diventato cuoco divulgatore anche grazie al best seller Kitchen Confidential, Bourdain aveva costruito una carriera spesa in giro per il mondo per raccontare chi siamo attraverso il cibo. Aveva smesso di cucinare per gli altri per cominciare a mangiare con gli altri. Vietnam, Congo, Libano, Myanmar. E poi, nel 2014, l’Iran. Un paese che inseguiva da anni, apparentemente irraggiungibile, almeno sino a quando, nel primo anno di presidenza di Hassan Rouhani, in un momento in cui Teheran sembrava aprirsi all’Occidente, arrivò il permesso di partire. Il team? Una troupe ridotta all’osso e due guide che conoscevano la Repubblica Islamica dall’interno. Jason Rezaian era il corrispondente del Washington Post a Teheran, cittadino americano-iraniano che lavorava per il giornale dal 2012. Sua moglie Yeganeh Salehi era giornalista per The National, quotidiano con sede negli Emirati Arabi.

Teheran, i bazar, il dizi e la pizza con il ketchup

Rezaian e Salehi portarono Bourdain nei vicoli affollati di Teheran, tra bazar di spezie e teahouse silenziose. Assaggiò l’ abgoosht dizi, stufato di agnello cotto per ore in giare di terracotta. Provarono la pizza persiana condita con ketchup e la birra analcolica. Poi un autobus per Isfahan e le moschee azzurre. «Finora, l’Iran non sembra come me l’aspettavo. Né est né ovest, ma da qualche parte nel mezzo». Gli sconosciuti lo fermavano per stringergli la mano, i funzionari erano cordiali, le cene private rivelavano sapori che non avevano nulla a che fare con la versione occidentalizzata della cucina persiana.

Di Tasnim News Agency, CC BY 4.0

L’arresto di Jason e Yeganeh

Le riprese finirono a fine maggio, ma sei settimane dopo tutto cambiò. Nella notte del 22 luglio 2014 le forze di sicurezza iraniane fecero irruzione nell’appartamento di Rezaian e Salehi. Arrestarono entrambi, sequestrarono laptop, libri, appunti. L’accusa era spionaggio. Salehi fu rilasciata dopo due mesi. Rezaian finì nel carcere di massima sicurezza di Evin, dove trascorse 544 giorni, con un processo a porte chiuse duramente criticato in tutto il mondo.

La condanna arrivò ad ottobre 2015. Bourdain lo seppe mentre stava ancora montando l’episodio. Lo mandò in onda lo stesso, a novembre, con un postscriptum: «Yeganeh era uscita dopo dieci settimane. Jason era ancora dentro. In Iran queste cose succedono».Poi usò la sua voce per non smettere di parlarne. Scrisse un editoriale sul Washington Post, il giornale di Rezaian, come atto di solidarietà:«Erano così positivi riguardo al loro Paese. Non c’era il minimo accenno a qualcosa che potesse indurre qualsiasi governo a trovare colpe. Non sono nemici di nessuno».

Anthony Bourdain a Teheran con Jason Rezaian via Instagram

Quello che resta

Quando Rezaian scrisse il memoir sulla sua prigionia – “Prisoner: My 544 Days in an Iranian Prison”, pubblicato da HarperCollins nel 2019 – Bourdain ne firmò la prefazione. Un ultimo atto di quel sodalizio tra due uomini accomunati dal credere che raccontare le storie degli altri fosse la cosa più importante. Eppure il gastronomo punk non riuscì a vederlo in libreria. Si tolse la vita nel giugno precedente, all’età di 61 anni.

Anche per questo l’episodio iraniano di Cucine Segrete rimane uno dei più potenti che sia stato mai realizzato. Non solo per quello che accadde dopo, ma perché da nessun’altra parte il divario tra la gente comune e il governo era apparso così netto. Vale la pena ricordarlo adesso, a distanza di 12 anni, mentre quella collina non esiste più nel modo in cui la conoscevamo.

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