Dopo settimane di trattative serrate e tensioni tra le istituzioni, l’Unione europea è giunta a un’intesa sulla questione delle etichette dei prodotti a base vegetale che replicano l’aspetto e il sapore della carne. L’accordo, frutto di un negoziato trilaterale tra Parlamento, Consiglio e Commissione, stabilisce nuovi limiti all’impiego di denominazioni storicamente legate ai prodotti carnei, senza tuttavia arrivare al blocco generalizzato che il settore dei cibi plant-based temeva come scenario peggiore.
L’intesa stabilisce che 31 nomi legati alla carne non potranno più essere utilizzati per prodotti vegetariani o vegani. Tra i termini vietati figurano parole come “bacon”, “manzo”, “pollo”, “costine”, “steak” o “T-bone”, considerate troppo strettamente collegate alla carne di origine animale. Allo stesso tempo i negoziatori hanno scelto una linea più moderata, rispetto alle proposte iniziali, per quanto riguarda termini molto diffusi come “burger”, “salsiccia”, “nuggets” o “ham” resteranno consentiti, purché accompagnati da indicazioni chiare che segnalino l’origine vegetale del prodotto. Ciò significa che denominazioni ormai entrate nell’uso commerciale, come nel caso dei “veggie burger”, continueranno a comparire sugli scaffali europei.

Le restrizioni sono state applicate in anticipo anche ai cosiddetti novel food tra cui i prodotti ottenuti dalla coltivazione cellulare, pur trattandosi di alimenti che non hanno ancora fatto il loro ingresso nel mercato europeo. Una misura che potrebbe avere un impatto significativo sulle start-up europee attive nella carne coltivata, che puntano su nomi familiari ai consumatori per facilitare l’accettazione dei nuovi prodotti. Limitare l’uso di termini comuni della macelleria renderebbe infatti più complesso comunicarne la natura e il posizionamento sul mercato.
Il compromesso arriva dopo anni di dibattito in Europa sull’etichettatura delle alternative alla carne. Il tema è stato, infatti, al centro delle discussioni politiche per quasi un decennio con il Parlamento europeo che già nel 2020 aveva respinto un tentativo simile di limitare i nomi utilizzati per i prodotti vegetali. Nello stesso anno, in un ampio sondaggio condotto dalla European Consumer Organisation, quattro persone su cinque si sono espresse a favore della possibilità per i prodotti a base vegetale di utilizzare denominazioni legate alla carne. Nella ricerca Smart Protein del 2023 appena il 9% dei cittadini intervistati in nove Stati membri ha dichiarato di non riconoscere le alternative vegetali alla carne come tali. In questo contesto l’accordo raggiunto ora rappresenta quindi un piccolo cambio di direzione rispetto alla decisione precedente che puntava a un divieto generalizzato.
Un nuovo rapporto dell’Unione Italiana Food, la principale associazione di categoria dell’industria alimentare, rivela che la quota di italiani che consuma regolarmente cibi vegetali è cresciuta del 10,6% dal 2023 a oggi. I prodotti che trainano questa tendenza sono burger, polpette, salsicce e salumi vegetali, consumati dal 45% degli italiani, seguiti dal latte vegetale (34%) e dagli yogurt senza latticini (32%). Sul fronte delle vendite, tra il 2023 e il 2024 i sostituti della carne hanno registrato un incremento del 15%, il latte vegetale del 3% e gli yogurt dairy-free del 2%. Sul fronte del dibattito europeo sulle etichette, i dati italiani parlano chiaro. L’indagine condotta da AstraRicerche per l’Unione Italiana Food ha rilevato che il 90% degli italiani che acquistano prodotti vegani sa perfettamente cosa sta mettendo nel piatto. Sottoposti a un test visivo, i consumatori hanno riconosciuto correttamente le alternative vegetali tanto che solo 1 su 30 ha scambiato delle polpette vegane per prodotti di origine animale.
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