Agriturist, ecco come rilanciare il turismo italiano

20 Mar 2012, 16:16 | a cura di Gambero Rosso
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È appena arrivata da Massa Lubrense, Napoli (dove lavora a tempo pieno nel suo agriturismo Le Tore) per presentare, stamattina a Roma, il bilancio di Agriturist, l'associazione di categoria di Confagricoltura. Vittoria Brancaccio è il punto di riferimento di 20mila agriturismi tra cui molte aziende vitivinicole.

 

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p>Presidente Brancaccio, lei di solito non fa stime ottimistiche e quando c'è stato di andare controcorrente non tira indietro. Qual è lo stato di salute del turismo rurale?
Se non l’uccidono sta bene. Sta bene perché è un tipo di turismo che piace. Sta bene perché la qualità è alta. Sta bene grazie perchè gli imprenditori riescono a fare promozione seppure a livello individuale.

 

E chi potrebbe ucciderlo allora?
Scelte istituzionali sbagliate.

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Per esempio?
Per esempio, l'Imu  sugli edifici rurali. Abbiamo calcolato che il comparto agrituristico in questo modo dovrà versare circa 24milioni di euro, molto più della vecchia Ici. Un’azienda può arrivare a anche a pagare 5-6mila euro di Imu: evidentemente c'è qualcosa di sbagliato.

Proposte?
Rifare i calcoli. Al momento l'aliquota è dello 0,2%. Metà allo Stato, il resto ai Comuni. Ora mi chiedo, perché continuare a chiedere sacrifici a un settore in fase di crescita come il nostro?  E per questo abbiamo già preparato una lettera indirizzata al presidente del consiglio Mario Monti in cui gli sottoponiamo la questione.

Che cosa gli scrivete?
Chiederemo di diminuire ulteriormente l'aliquota. Vogliamo che sia chiara una cosa:  siamo un settore in controtendenza, anticiclico che può rimettere in moto l'economia italiana. Il governo tecnico, a cui siamo grati per aver risollevato le sorti dell'economia, deve ascoltarci. Anche perché se cominciamo a chiudere i nostri agriturismi addio gettito dell'Imu. E addio sviluppo.

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Quanto pesa l'agriturismo sul pil agricolo?
Non è un calcolo facile, ma posso dire che l'agriturismo ha un giro d'affari di oltre un miliardo di euro, con una media per azienda di 55mila euro.  Ma poi bisognerebbe calcolare tutti i benefici per il territorio, le vendite dirette dei prodotti, etc. Basta dire che ogni anno negli agriturismi arrivano oltre 3,1 milioni di turisti ed è chiaro che ognuno di loro mangia, gira per le città d'arte, prende i mezzi di trasporto, compra vino e prodotti locali...e la cosa positiva è che ben il 42%  è fatto di stranieri. Percentuali più alte si registrano solo negli ostelli della gioventù e negli alberghi a 4 o 5 stelle.

 

E gli italiani non vanno negli agriturismi?
Gli italiani non vanno in vacanza. O meglio ci vanno molto meno: nel 2011 i vacanzieri di casa nostra sono diminuiti del 16%, con un vero e proprio crollo nel secondo semestre dell'anno quando la flessione ha sfiorato il 30%.

 

Insomma, è crisi. Anche in campagna. Già lo scorso anno Agriturist aveva criticato i dati di Città del Vino considerati un po' troppo ottimistici: 5,5milioni di enoturisti in Italia  per un giro d'affari di 5miliari di euro.  
Lo pensiamo ancora e ne abbiamo anche parlato con il presidente di Città del Vino, Giampaolo Pioli, arrivando alla conclusione che che ognuno ha dei criteri differenti di calcolo. È difficile fare delle stime su un un turismo tanto settoriale quanto quello del vino, ma per noi il turismo rurale raggruppa diverse cose: campagna, vino, cibo, relax, arte.

 

Torniamo ai problemi. Ci sono anche altre criticità per il sistema agrituristico italiano?
Eccome no! La lista è lunga. Da dove inizio? Il peso fiscale è altissimo: dagli oneri previdenziali – per cui c'è in corso una trattativa con l'Inps - ai costi energetici, anche perché non tutti hanno la possibilità di accedere alle fonti di energia alternativa. Per non parlare della fase di start up...

 

Non ci sono agevolazioni per i giovani?
Se hanno le spalle coperte forse...   La liquidità scarseggia, le banche non valutano neanche il business agricolo e gli interessi sui prestiti sono altissimi, si arriva ben oltre il  7%. Non riesce ad avere un prestito chi  ha un’attività da anni, figurarsi chi si lancia in una start up...

 

E può succedere anche che la banca finanzi un falso agriturismo...
Esatto. Per questo il nostro osservatorio ha  approvato il piano di controllo per vigilare sul fenomeno in base al decreto legislativo n.228 del 2001 secondo cui può avere un'attiva di agriturismo solo chi esercita un'attività agricola vera e propria e propone ai clienti quegli stessi prodotti che produce o quelli del territorio.  In ogni caso sono convinta che il controllo migliore sia sempre quello fatto dai clienti che presto avranno a disposizione anche una classificazione (simile alle stelle per gli hotel, anche se il simbolo adottato è ancora top secret; n.d.r) per riuscire finalmente ad avere dei criteri oggettivamente condivisibili sui servizi. 

 

A proposito dei clienti, si sono mai lamentati della tassa di soggiorno introdotta l'anno scorso?
Di sicuro non ne sono contenti. Si tratta sempre di una tassa in più. Come dicevo, va bene contribuire, ma nella giusta misura.

 

Un'ultima curiosità: nel portale Italia del Turismo, quello che è costato quasi dieci milioni di euro,  il link agli agriturismi, alla fine, è stato inserito?
Alla fine sì. Il 28 febbraio avevo chiesto un appuntamento al neoministro del Turismo Piero Gnudi proprio su questo argomento.Il 7 marzo l'ho incontrato, e davanti alla nostra delegazione è stato  inserito il link. Bastava poco.

Soddisfatta, allora.
Non basta un link. Adesso  bisognerà fare di più: il business generato dall'agriturismo pesa troppo poco nella contabilità nazionale del Pil. Deve pesare di più e sulla base di questi nuovi dati voglio vedere un piano di rilancio nazionale del turismo rurale.

 

di Loredana Sottile

20/03/2012

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