Anteprime vino: pro e contro di un format da rinnovare

23 Gen 2014, 12:45 | a cura di Andrea Gabbrielli
Vent'anni di assaggi en primeur, presentazioni alla stampa e convegni sulle nuove annate. Aspettando il primo appuntamento - quello con l'Amarone del 25 e 26 gennaio - ecco il punto sul senso di queste manifestazioni e qualche suggerimento per migliorarle.
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La stagione delle anteprime inizia nei primi anni Novanta. L’idea di una presentazione collettiva dei vini di una denominazione, alla stampa e agli operatori, da svolgersi nei primi mesi dell’anno, affiancata dalle informazioni sulle caratteristiche dell’ultima annata, era assai innovativa per l’epoca. Prima le informazioni sulla qualità della vendemmia erano generiche oppure abbracciavano aree geografiche talmente ampie da non riuscire a cogliere appieno le specificità di un’area più ristretta. Per esempio le stelle assegnate all’annata del Chianti Classico, essendo l’unico giudizio esistente, finivano per avere un ruolo, nel bene e nel male, anche per il resto della Toscana, indipendentemente dalle reali condizioni sul campo a Montalcino o a Montepulciano o sulla Costa Toscana.

La vera novità delle anteprime, però, fu di creare un’occasione per comunicare il vino e i valori di un territorio, coinvolgendo i giornalisti di tutto il mondo. La settimana con Benvenuto Brunello (prima edizione febbraio 1993), che dal 1996 si svolge insieme all’Anteprima del Vino Nobile di Montepulciano e dal 1997 insieme al Chianti Classico, ha permesso ai tre territori toscani di spiccare un salto di qualità nella comunicazione, offrendo ai giornalisti, soprattutto stranieri, la possibilità di assaggiare tanti vini, incontrare di persona altrettanti produttori e di visitare, seppur fugacemente, l’area di produzione e le cantine. Lo stesso è avvenuto per la zona del Barolo e del Barbaresco con Alba Wines Exhibition (1995) e tante altre manifestazioni nate dopo, dall’Anteprima della Costa Toscana, all’Anteprima dell’Amarone, da Nebbiolo Prima a Sicilia en Primeur ad altre ancora.

Centinaia e centinaia di giornalisti e opinion leaders, hanno poi riversato sui media – nel rispetto dei classici dettami della teoria del two-step-flow, ovvero del flusso a due fasi della comunicazione - e quindi ai consumatori, giudizi, impressioni, sensazioni che hanno arricchito l’immagine del vino italiano nel suo complesso. Tra le ragioni della crescita dell’export italiano delle ultime due decadi, le anteprime hanno dato sicuramente un contributo. Forse però, dopo tanto tempo, una messa a punto del modulo di queste manifestazioni che si basano essenzialmente sugli assaggi, su qualche visita in azienda, su convegni non sempre di eccelsa levatura e incontri a cena, ci vorrebbe proprio. Ognuna delle manifestazioni, nel corso degli anni, ha operato dei piccoli cambiamenti, ma la cultura della qualità legata al territorio non sempre riesce a esprimersi in tutta la sua complessità. Se inizialmente la degustazione dei campioni di vino in divenire, risultato dell’ultimo raccolto, aveva un ruolo importante, attualmente l’attenzione si è spostata sui vini che si possono commercializzare dall’inizio del nuovo anno (la nuova annata). Da questo punto di vista, il rispetto del minimo sindacale per quanto riguarda il periodo di invecchiamento obbligatorio, sembra favorire i marchi più commerciali rispetto alle aziende che prolungano la maturazione, anche di uno, due o tre anni, incrementando la presenza dei campioni da botte. Campioni che solo in rarissimi casi rappresentano la media della produzione aziendale, perché il più delle volte sono partite selezionatissime, di riserve o di cru, in corso di affinamento.

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Ma allora che senso può avere un giudizio o anche un punteggio, sulla versione di vino non finito sul quale prima dell’imbottigliamento sono possibili degli ulteriori interventi enologici? E ancora. L’importanza di valorizzare il territorio nella sua accezione più ampia - dalla ricchezza della locale cultura materiale alle bellezze ambientali e paesaggistiche, alla storia non solo vitivinicola, ecc. - è un valore aggiunto del nostro vino, ancora troppo poco sfruttato e che solo sporadicamente trova un suo spazio nell’ambito delle anteprime. È troppo chiedere di spiegare il nostro contesto a chi viene da molto lontano? La degustazione è importante e giustamente non se ne può fare a meno, ma forse un po’ più di tempo per farci conoscere meglio, si potrebbe trovare. Non consideriamoli appuntamenti di routine, un po’ noiosi perché ripetitivi e quindi rassicuranti. Sennò quel malcelato senso di inferiorità che si avverte nei confronti di Bordeaux e Borgogna – la versione enologica di shangri-la – continuerà a tarparci le ali. Noi invece dobbiamo volare, ne abbiamo tutte le possibilità. A partire dalle nostre anteprime che da qui a qualche settimana inizieranno per terminare prima dell’estate.

a cura di Andrea Gabbrielli

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 16 gennaio. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E' gratis, basta cliccare qui.

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