La vendemmia dei cinghiali: l'Italia fa la conta dei danni

25 Nov 2015, 11:00 | a cura di Andrea Gabbrielli

La raccolta dell'uva fa gola anche a caprioli, cinghiali, daini e cervi: un vecchio problema alla ricerca di nuove soluzioni. La Toscana è la regione più colpita e Liberatore (Chianti Classico) parla di “una situazione fuori controllo”. Riuscirà la nuova proposta di legge a risolvere il problema?

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Gli ungulati in numero

A Castello di Brolio le uve divorate dagli ungulati sono state quantificate in 1000 quintali, Castello di Meleto lamenta la perdita di 500 quintali, mentre a Rocca di Castagnoli sono stati 700 pari a 490 ettolitri di vino. È andata meglio – si fa per dire – a Badia a Coltibuono dove i quintali persi sono stati tra i 250 e i 300. Complessivamente le quattro aziende dispongono di 540 ettari di vigneto, hanno un fatturato di oltre 30 milioni di euro e, compreso l’indotto, danno lavoro a centinaia di persone. Insomma sono una “fonte” piuttosto attendibile e, tutti insieme, hanno mandato un grido di allarme alle istituzioni. In Toscana, la stima degli ungulati “in attività” parla di 200.000 caprioli, 200.000 cinghiali, 8.000 daini e 4.000 cervi. Tutti affamati, specialmente in tempo di vendemmia quando i grappoli, dolci e sugosi, sono un richiamo irresistibile. D’altra parte la presenza di boschi e di foreste che occupano il 60% del territorio regionale è un ottimo habitat per lo sviluppo e la prolificazione della fauna selvatica che in qualche caso viene addirittura pasturata da degli irresponsabili che riforniscono di pane e di mais gli animali.

 

Recinzioni e incidenti stradali

Un problema che Massimiliano Biagi, agronomo del Castello di Brolio, conosce bene: “Difendersi da quello che è un vero e proprio assalto non è affatto facile, di sicuro è dispendioso e non sempre risolutivo. Le reti elettrificate richiedono una manutenzione continua e non risolvono il problema, anche perché il capriolo salta anche 2 metri in altezza. Ora siamo costretti a recintare con reti alte e fisse che hanno un forte impatto ambientale e un costo elevato, circa 25 euro al metro lineare, ma richiedono anch’esse una manutenzione assidua”. È paradossale che da una parte si faccia di tutto per incrementare gli itinerari naturalistici e i percorso a piedi del Chianti Classico, da sempre un’area libera, quando poi si è costretti a fare delle lunghe deviazioni a causa delle reti anti-ungulati. E in macchina guidare per le strade chiantigiane non è affatto rilassante. La principale causa degli incidenti stradali nel senese (tra il 70% e l’80% secondo la Provincia) si deve proprio all’impatto con qualcuno di questi animali. L'assessore all’agricoltura della Regione Toscana, Marco Remaschi, ha recentemente ricordato che gli incidenti stradali che vedono coinvolti ungulati sono in forte aumento. "Erano circa 250 nel 2013” ha detto “sono stati oltre 700 nel 2014 e le stime per l'anno 2015, con dati a settembre, sono di 900/1000 incidenti. E fra questi ci sono anche incidenti mortali”.

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L'impatto economico

Problema di vecchia data. Da un sondaggio del Consorzio del Vino Chianti Classico Gallo Nero di qualche anno fa, effettuato tra le aziende associate - circa 600 aziende che rappresentano il 95% della denominazione - emergeva che il 90% delle stesse avevano ripetutamente subito danni di varia entità. In molti casi i danneggiamenti non vengono nemmeno denunciati presso gli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) perché il rimborso – quando ci sono i fondi – viene effettuato sul costo delle uve a prezzi mercuriali, cioè facendo riferimento al listino del prezzo medio, emanato dalla Camera di commercio, molto poco remunerativo per il danneggiato. Basti pensare che quell’uva trasformata in vino, potrebbe essere di un vigneto destinato alla produzione di Chianti Classico Gran Selezione. Quindi con una perdita secca di introiti, nemmeno lontanamente paragonabile a quella dell’uva. Il danno poi non è solo il mancato raccolto e la perdita di produzione, ma danneggiamenti alla pianta anche negli anni successivi, soprattutto perché i caprioli brucano tutti i nuovi germogli della vite.

 

I danni ai boschi

Andrea Cecchi dell’omonima casa vinicola di Castellina in Chianti spiega che “il problema degli ungulati è sempre più serio, anche perché spesso ad essere colpiti sono i vigneti più belli e nelle migliori esposizioni, da cui si ottengono i vini più pregiati. Quest’anno abbiamo perso la produzione di 2,5 ettari di vigneto equivalente a 130 quintali di uva, più per l’azione dei caprioli che dei cinghiali. In Maremma danni molto forti li abbiamo registrati nelle annate più siccitose come nel 2011 e nel 2012 mentre nel 2015 le piogge al momento giusto ci hanno in parte salvato dall’assalto”. Caprioli, cinghiali, daini e cervi non sono solo un problema per la viticoltura ma anche per i boschi. Ad essere colpiti, anche in questo caso, sono i nuovi germogli che brucati, influiscono sulle crescita degli alberi. In preoccupante crescita anche le diagnosi della malattia di Lyme, causata da un batterio che infesta le zecche, veicolate da cervi e caprioli, che possono infettare gli umani.

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Piccola e grande fauna, ripopolamento e caccia

Ma non ce n'èper nessuno, nemmeno per la piccola fauna: nei boschi e nei prati quasi del tutto scomparse le lepri e anche i fagiani non se la passano molto bene. Infatti una poco accorta politica di ripopolamento, una gestione scarsamente oculata delle aree protette e una certa accondiscendenza verso i cacciatori, ha permesso di importare specie animali estranee al territorio. Per risalire all'origine di questa pratica, bisogna andare indietro nel tempo. Apartire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, ci sono state delle reintroduzioni controllate di ungulati da parte del Corpo Forestale dello Stato, ma nei decenni successivi sono stati numerose le reintroduzioni clandestine di cinghiali dall'Est Europa da parte di gruppi di cacciatori. E nel tempo, nonostante in Toscana ci sia una lunga stagione venatoria e tanti cacciatori, la crescita di queste specie è sfuggita di mano. Il dibattito verte anche sui cacciatori: sono una risorsa o sono parte integrante del problema?

Anche Giuseppe Liberatore, direttore del Consorzio Chianti Classico, ha detto la sua: “Ormai è da 6-7 anni che stiamo conducendo questa battaglia, ma oggi la situazione degli ungulati, è del tutto fuori controllo tanto che ormai, non solo ci sono problemi per la produzione – incide per il 5/10% - ma anche per la sicurezza. Bisogna ragionare in modo diverso su tutto il territorio, aree vocate e aree protette comprese, e soprattutto passare dalle parole ai fatti”.

 

I provvedimenti possibili e gli obiettivi

Al momento la legge regionale di riferimento è la n.3/1994, ma è evidente che non ha funzionato. Uno spiraglio potrebbe venire dalla Legge obiettivo specifica per la gestione degli ungulatiproposta dall’Assessore all’agricoltura della Regione, Marco Remaschi, con il supporto del Ministero dell’Ambiente. Tra le innovazioni previste, il passaggio delle competenze sulla caccia dalle province alla Regione e l’uniformità normativa in tutto il territorio regionale. Inoltre le aree non vocate potranno essere gestite con forme di caccia selettive per tutte le specie interessate e per un periodo ampio del calendario venatorio. E ancora sarà data la possibilità agli agricoltori di poter gestire le catture sul proprio fondo e di avviare una filiera della carne. L'obiettivo è di limitare la presenza degli ungulati nell'arco di tre anni. Ma prima bisogna arrivare alla sua approvazione, che potrebbe arrivare in primavera, anche se troppi aspetti sono ancora sotto il fuoco incrociato delle lobby dei cacciatori, degli animalisti e degli agricoltori. Insomma le cose da discutere sono ancora molte, ma almeno è un passo avanti.

 

Banca dati ungulati: analisi di un fenomeno

In una pubblicazione del 2009 dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) intitolata “Banca Dati Ungulati. Status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio delle popolazioni di ungulati in Italia”, riferita al periodo 2001-2005, già la situazione era ben delineata. “La Toscana” si legge nel documento “si conferma la regione con il maggior numero di prelievi con 42.223 capi abbattuti durante il 2004-2005 (sebbene manchino i dati di Pisa e Massa Carrara), seguita dalla Liguria (15.275), l’Emilia-Romagna (12.827) e il Piemonte (12.662), tutte con più di 10.000 capi prelevati annualmente. Analizzando i dati dei prelievi a livello provinciale emerge chiaramente la concentrazione degli stessi nell’area centrale e nord-occidentale del Paese. Più di 5.000 capi sono abbattuti annualmente in provincia di Firenze (5.021), Genova (6.525), Siena (9.733), Arezzo (10.361) e Grosseto (10.980). Tra i 3.000 e i 5.000 capi vengono invece prelevati in provincia di Cuneo, Savona, Parma, Bologna e Perugia. Considerando il dato dei carnieri in termini di densità di prelievo, spiccano i valori superiori ai 25 capi per km2 registrati in due province liguri (Genova e Savona) e in due toscane (Siena e Arezzo). Valori compresi tra 15 e 25 capi per km2 si registrano nelle altre due province liguri e a Grosseto e Livorno”.

 

Le 5 bestie nere per la viticoltura

La Germania è il regno dei procioni. Non si tratta di animali nativi, ma introdotti dal capo aviazione nazista Hermann Goering nel 1934, dopo aver deciso la Germania non aveva abbastanza fauna selvatica. Senza predatori naturali e condizioni geografiche ideali, i procioni, allevati come conigli, distruggono l'agricoltura di tutto il Paese. Il massimo storico è stato raggiunto nel 2005, quando hanno distrutto un intero raccolto di uve nella regione di Brandeburgo. Adesso in Germania ve ne sono più di un milione e il Governo risponde all'emergenza con abbattimenti regolari.

In Sudafrica, i predatori dell'uva rispondono al nome di babbuini. La cosa singolare è che hanno sviluppato un gusto raffinato e divorano solo le migliori uve. In particolare sono ghiotti di Pinot Nero e Chardonnay nella versione più dolce, ma se il grappolo è aspro lo gettano per terra. Inoltre questa specie sgranocchia i giovani germogli della vite, senza lasciare nulla. Cosa fare? In Sudafrica è illegale sparare e uccidere babbuini, così i proprietari di vigneti non possono fare altro che costruire recinzioni intorno alle loro vigne.

In California – in particolare a Sonoma – il pericolo viene dall'alto: qui gli uccelli sono il vero incubo dei produttori. Tra i possibili rimedi adottati, la copertura delle vigne con delle reti. Ma c'è anche chi ha messo in circolazione dei falchi per spaventare gli stormi di uccelli.

Spostandoci in Nord America, ci si imbatte, invece, neicervi, golosi di frutta dolce, foglie e uva. I produttori, per correre ai ripari, hanno messo in campo diversi sistemi, dai più tradizionali ai più ingegnosi: recinzioni elettriche, repellenti per animali, rimedi naturali come succo di aglio o spruzzo di uova.

La bestia nera italiana è, invece, il cinghiale. La regione più colpita è la Toscana dove se ne aggirano circa 200 mila, ma non mancano neppure in altre parti del Paese: a Genova i cinghiali urbani spulciano tra i rifiuti, come fanno le volpi a Londra. La soluzione migliore? A parte le proposte al vaglio, una delle strade seguite - col solito savoir faire italiano - è stata l'introduzione di una cucina locale incentrata sul cinghiale (complici anche i cacciatori: causa o soluzione del problema?). I danni continuano ad essere ingenti, ma per lo meno si piange con la pancia piena. (A cura di Loredana Sottile, fonte Decanter)

 

a cura di Andrea Gabbrielli

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 12 novembre

http://www.gamberorosso.it/it/settimanale/1023254-12-novembre-2015

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