Meno eventi all'estero ma di rilievo, revisione dei criteri sulle nuove autorizzazioni, mantenere invariate le risorse per l'Ocm vino, lavorare sulla sostenibilità. Ecco la ricetta del neo presidente di Confagricoltura per la vitivinicoltura nazionale

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Il vino non è il suo core business, dal momento che le sue aziende si occupano principalmente di cereali, latte, zootecnia, ma dallo scranno più alto in Confagricoltura, che è stato chiamato a occupare dopo due mandati di Mario Guidi, il neo presidente Massimiliano Giansanti, a un mese dal suo insediamento ufficiale, dovrà dedicare grande attenzione a un settore determinante per il made in Italy agroalimentare, coi suoi 5,6 miliardi di euro e il 15% delle quote export a valore sul totale nazionale.

giansanti

Chi è Massimiliano Giansanti

Massimiliano Giansanti (romano, 43 anni) è presidente di Agricola Giansanti srl e amministratore del gruppo Aziende agricole Di Muzio, con imprese in provincia di Parma, Roma e Viterbo, che si occupano di cereali, latte, zootecnia e agroenergie. A Parma, produce Parmigiano reggiano e a Roma fornisce latte bovino per la Centrale del Latte. Giansanti è membro della giunta esecutiva di Confagri dal 2011, è stato vicepresidente durante il mandato di Mario Guidi. Ha ricoperto l’incarico di presidente di Confagricoltura Roma. Attualmente è consigliere della Consulta delle imprese di Roma e del Consiglio di territorio centro di Unicredit.

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Membro del comitato promotore che ha dato vita al consorzio Campagna Romana, costituito dalla Camera di commercio di Roma, è stato anche consigliere del Comitato tecnico scientifico del Mipaaf e componente del cda di Azienda romana mercati, occupandosi di borsa telematica delle commodity agricole.

 

La sfida di Bruxelles

Alcuni giorni fa, il 43 enne imprenditore romano ha scelto di mettere piede a Bruxelles in una fitta tre giorni in cui ha incontrato gli esponenti italiani nelle istituzioni europee: dal presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, al vice presidente della Comagri, Paolo De Castro; dagli europarlamentari Mara Bizzotto, Salvatore Cicu, Herbert Dorfmann, Giovanni La Via, Matteo Salvini, Marco Zullo all’ambasciatore Giovanni Pugliese, rappresentante permanente aggiunto d’Italia presso la Ue, fino ai vertici del sindacato Copa-Cogeca. E, al recente Vinitaly, ha avuto un faccia a faccia col commissario europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo rurale, Phil Hogan, scegliendo una formula decisamente all’italiana: piuttosto che sottoporgli un dossier sul settore agricolo (peraltro già pronto) ha optato per una degustazione di sei vini rossi (Amarone, Brunello, Barolo, Sagrantino, Taurasi e Nerello Mascalese). Probabilmente, Hogan ricorderà questo incontro. Sta di fatto che, in un mese, il numero uno di Confagri ha piantato i paletti nei punti giusti. Ecco cosa ci ha detto sul vino italiano, a cominciare dalla necessità di puntare su un unico brand all’estero.

 

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Presidente Giansanti, cominciamo con una domanda sul suo rapporto col vino…

Sono un bevitore regolare, con una predilezione per i rossi, ovviamente italiani. Ho i miei preferiti ma… non posso svelarli

 

Anche lei è rimasto un po’ deluso dai dati, seppur positivi, delle esportazioni italiane 2016? Certamente un nuovo record ma si poteva fare molto di più.

Il settore vitivinicolo è quello che prima di tutti ha compreso l’importanza dell’internazionalizzazione, tanto da esportare il 48% della sua produzione, per un valore di circa 5,6 miliardi di euro (il 15% del totale agroalimentare). Certamente si può fare di più. Basti pensare che nel 2016 l’incremento delle esportazioni complessive nasconde un lieve calo dell’export dei fermi, compensato dal vero e proprio boom degli spumanti, ma anche da un incremento di vendita all’estero dello sfuso.

 

Come essere ancora più competitivi all’estero?

I nuovi mercati, come l’Asia ad esempio, si aggrediscono come ‘sistema Paese’. Se venti o trenta anni fa non era così e siamo riusciti ad arrivare lo stesso su altre piazze, oggi il mondo è cambiato: non servono tante manifestazioni con altrettante bandiere, bensì qualche fiera o evento in meno, ma di rilievo. Con un unico brand: quello italiano. Viceversa rimarremo deboli e incapaci di battere la concorrenza di agguerriti player internazionali quali, ad esempio, Australia, Cile e Nuova Zelanda.

 

L’Istat ha certificato poche settimane fa un’ulteriore contrazione del consumo interno nel 2016, sottolineando il trend crescente dei consumatori occasionali. In Gdo, e anche in Horeca, le vendite sono in lieve crescita e arrivano discreti segnali. Lei come giudica questa situazione?

È vero che in consumi di vino sono costantemente calati, ma credo che le cose stiano cambiando in relazione alla crescente cultura del vino tra i consumatori, Millennials in particolare. Sono la generazione nata tra 1980 e 2000, figlia dei Baby boomers, cresciuta col vino in tavola, più attenta agli accostamenti con il cibo, alla qualità del prodotto, alle storie che vanno oltre l’etichetta. Una generazione capace di influenzare il mercato, anche in Italia. Se questo si tradurrà in una ripresa dei consumi interni è difficile dirlo, ma senz’altro è già uno stimolo per le cantine a produrre vini sempre più interessanti da raccontare.

 

All’ultimo Vinitaly, in un convegno col ministro Martina avete parlato di Pac post 2020. Lei immagina una “grande Europa del vino e dell’olio”. Ne ha anche parlato col commissario Hogan. Quali sono a suo avviso gli elementi imprescindibili per l’Italia?

Al commissario Hogan abbiamo chiesto che nel futuro la Pac confermi lo schema dell’Ocm vino, con l’attuale dotazione di risorse. Grazie all’Ocm vino il mercato, infatti, si è sviluppato considerevolmente. I produttori sono diventati più competitivi sia nel mercato interno, sia in quello estero ed è stato raggiunto un migliore equilibrio di mercato fra domanda ed offerta. Al contempo sono state preservate le produzioni a denominazione d’origine, fondamentali anche per il loro risvolto socio-ambientale. Al Commissario, inoltre, abbiamo chiesto di sostenere la specificità del settore e di appoggiare i processi innovativi per rispondere alle esigenze strutturali e di mercato delle aziende. Infine, abbiamo organizzato per lui una bella degustazione di grandi vini rossi, alcuni dei quali non conosceva, che ha particolarmente apprezzato.

 

L’Italia è primo produttore mondiale da alcuni anni. Un dato di cui andare fieri. Ma è secondo esportatore in volume dopo la Spagna e soprattutto è secondo in valore dopo la Francia. Cosa manca al nostro Paese?

L’Italia, fra 2009 e 2016, ha incrementato il valore complessivo delle proprie esportazioni del 60%, facendo meglio di Spagna (+53%) e Francia (+49%). Le nostre vendite all’estero, tuttavia, continuano a caratterizzarsi, rispetto alla Francia, per quantità maggiori (+616 milioni di litri), ma per valori notevolmente inferiori (-2,65 miliardi di euro). In particolare, pesa il prezzo di vendita dello Champagne, superiore di oltre quattro volte a quello degli spumanti italiani. Dobbiamo proseguire sulla strada del recupero del valore, promuovendo qualità, varietà, storia e cultura del nostro patrimonio vitivinicolo.

 

La gestione ministeriale dei fondi Ocm promozione vino 2016/2017 è stata giudicata da più parti decisamente insufficiente. La stessa Confagri è risultata in parte esclusa, per ora, con alcuni progetti sui Paesi terzi. È possibile che non si riesca a sfruttare questa opportunità per la competitività delle aziende?

La modifica del decreto che gestisce le risorse della misura promozione ha creato notevoli problemi al momento dell’individuazione dei beneficiari e dell’assegnazione delle risorse. Di fatto, oggi, dei 30 milioni di euro gestiti a livello nazionale sono stati assegnati solo 13,5, che ancora non sono stati resi disponibili, perché molte aziende escluse hanno fatto ricorso al Tar. Considerato che le risorse devono essere spese entro il 30 ottobre, andando avanti di questo passo si rischia di pregiudicare la riuscita dei programmi.

 

Di recente, ha incontrato gli assessori di diverse Regioni per sollecitare una revisione dei criteri per le autorizzazioni sui nuovi impianti. Quali sono i punti critici e cosa chiedete a Bruxelles?

Il Mipaaf ha scelto di dare spazio alle piccole imprese (meno di 50 ettari) e alle produzioni biologiche, ma il sistema, dal punto di vista tecnico, non è stato efficiente e le soluzioni correttive trovate non corrispondono ai canoni di un sistema vitivinicolo competitivo come noi vorremmo. Non prediligere i progetti di maggiore efficienza aziendale (concetto che riguarda sia le piccole, sia le grandi imprese) non è lungimirante. Ancora oggi, di fatto, la procedura è aperta per consentire i dovuti aggiustamenti e l’ingresso di domande rimaste in sospeso. Agli assessori abbiamo chiesto di appoggiare una modifica delle scelte operate a livello nazionale e di sostenere a Bruxelles una modifica dei criteri di priorità, che possano realmente sostenere una viticoltura dinamica, competitiva e moderna.

 

Sostenibilità, riduzione dei fitofarmaci, biologico. Tutto si lega alla grande attenzione del consumatore alla salute. Siamo davanti a un nuovo corso. Confagricoltura è attenta a questi temi con diversi progetti, come Ecocloud. Quali i vostri passi ulteriori?

Confagricoltura da anni ha sposato il concetto della sostenibilità (ambientale, sociale ed economica), ritenendolo un percorso inevitabile da intraprendere per il futuro del pianeta. Dal 2013, portiamo avanti il progetto Ecocloud con l’obiettivo di mettere in rete le aziende che adottavano buone pratiche in tema di sostenibilità al fine di diffonderle e svilupparle. Esperienza che, un anno dopo, ha dato vita al Manifesto della sostenibilità e a un disciplinare – certificabile se richiesto – in cui sono elencate alcune buone pratiche, a cui le aziende possono aderire.

Tra queste, l’attenzione alla riduzione delle emissioni di Co2, ai consumi di acqua e di sostanze chimiche, ma anche l’impegno per la produzione di energia rinnovabile, per la valorizzazione dei sottoprodotti e per la tutela del paesaggio e l’interesse per la collettività ed il sociale. E se c’è un settore che nel campo della sostenibilità ha fatto da apripista a tutti gli altri e che continua a fare da traino a un sempre un maggior numero di aziende che si distinguono per l’adozione di buone pratiche nei loro cicli produttivi, sia dal punto di vista ambientale e sociale, sia economico, è proprio quello vitivinicolo, che da anni ha intrapreso questa strada, con lungimiranza e spirito imprenditoriale.

 

I cambiamenti climatici sono un dato di fatto con cui tutte le più grandi Dop stanno facendo i conti. La ricerca sta lavorando a migliorare i vitigni attuali rendendoli più resistenti alle malattie. Secondo lei, è lecito in questi casi intervenire con tecniche transgeniche? È immaginabile una viticoltura Ogm?

In viticoltura, come negli altri settori la resistenza alle malattie è una battaglia che non può essere vinta senza il contributo della ricerca. Proprio a Verona, nel corso del Vinitaly, abbiamo presentato il primo progetto per realizzare una varietà di uva Glera resistente, frutto della convenzione tra Confagri Treviso e il Crea-Ve, il centro di ricerca per la viticoltura e l’enologia di Conegliano, che coinvolgerà 17 tra le maggiori cantine del Prosecco. Il programma di miglioramento genetico, che durerà 5 anni, prevede una serie di incroci e reincroci su Glera, con ibridi resistenti, grazie alla tecnica della selezione assistita mediante marcatori molecolari. Ma, in futuro, se l’Ue li autorizzasse, potremmo anche usare la cisgenetica e il genoma editing: tecniche molto avanzate, che consentono di modellare il patrimonio genetico con geni resistenti derivanti da una stessa specie o da specie infertili.

 

a cura di Gianluca Atzeni

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 4 maggio 2017

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